Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow Osservazioni sulle notizie di artisti stranieri nelle Vite di Pittori di Gabburri. Breve esame...

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De Levens [35] è un’opera in quattro volumi di cui i primi tre, editi nel 1729, furono redatti dal medesimo autore, il quarto postumo contiene brevi biografie di artisti nederlandesi a cura dei successori. Raccoglie circa settecento biografie di pittori olandesi attivi tra XVII e XVIII secolo. Si tratta di voci di varia lunghezza corredate con ritratti d’artisti incisi da Arnold Houbraken. Il testo si apre con un excursus sull’arte presso gli antichi cui segue un breve repertorio di termini storico artistici, ed è corredato da un indice per cognome degli artisti biografati. Da notare che Weyerman privilegiò le notizie di tipo storico e aneddotico, con sporadici giudizi stilistici. Data la ricchezza delle notizie offerte principalmente sui suoi contemporanei, è da ritenersi un prezioso documento per comprendere il mercato artistico verso l’arte olandese nel XVIII secolo.

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Fig. 2 Frontespizio di J. Campo Weyerman, De Levens [...], Gravenhage 1729
Le vite di pittori e pittrici a cura di Weyerman nell’economia della redazione delle Vite gabburriane, vista la frequenza delle ricorrenze e l’essere in molti casi l’unica risorsa citata dal fiorentino su artisti fiamminghi anche di minor fama, offrirebbe lo spunto a uno studio più dettagliato di quanto ci si accinge a proporre. Quello di Weyerman è un testo tuttora poco studiato e diffuso al di fuori della storiografia artistica nederlandese [36], spesso gli studiosi hanno confrontato questo testo con quello di Houbraken che lo precedeva di pochi anni. A lungo Weyerman non aveva riscontrato grandi apprezzamenti da parte degli studiosi e le sue Vite di pittori e pittrici erano state ritenute opera di plagio nei confronti del predecessore. Solo recentemente è stato messo in luce il lavoro di approfondimento e verifica dello storiografo, che non manca per altro di citare Houbraken nei suoi volumi [37]. Pur riprendendo l’opera incompleta edita solo pochi anni prima, Weyerman scelse di ometterne i passaggi più criticati, di aggiungere alcune notizie, di ricostruire le Vite degli artisti citandone le opere e di tornare a prendere in esame le informazioni biografiche custodite presso gli archivi locali [38].

Scorrendo il testo integralmente informatizzato delle Vite è possibile notare che Jacob Campo Weyerman ricorre in ben 579 biografie d’artisti; particolare interessante è che solo 67 di queste ricorrenze si trovano nel primo nucleo delle Vite, e mentre sono 512 le occorrenze nelle biografie degli artisti Aggiunti.

Per gli autori ripresi da Orlandi, Gabburri procedeva secondo il modus operandi in precedenza osservato: a un primo nucleo di informazioni copiato dall’Orlandi aggiunge per giustapposizione le informazioni suppletive derivate da fonti più aggiornate e ricche, come a esempio nel caso della Vita di Anna Maria Scurmana [39].

Scorrendo le sezioni dedicate agli Aggiunti si può facilmente osservare che Gabburri aggiornava il testo di Orlandi arricchendo la prima redazione delle Vite con notizie di artisti raccolte da altre fonti procedendo settorialmente, venendo talvolta meno al rigoroso ordine alfabetico proprio degli Abecedari. Si può dedurre che il fiorentino giunto in possesso del testo ricercato, abbia ripreso intere sezioni, inserendole nel tessuto del suo manoscritto, probabilmente con l’intenzione di una seconda revisione.

In alcuni casi è possibile constatare come Gabburri collazionò più fonti ampliando quanto detto da Weyerman, ricorrendo non solo a De Bie, De Piles e Le Comte, ma pure al Cominciamento dell’arte dell’intagliare in rame [40] di Baldinucci.

Sfogliando le Vite inserite tra gli Aggiunti emerge con frequenza come unica fonte Weyerman [41], in questi casi le biografie sono molto sintetiche e si limitano a fornire pochi dati fondamentali: data di nascita e morte, soggetti pittorici trattati prevalentemente, soggiorni all’estero e informazioni sulla formazione giovanile dell’artista.

Le occorrenze del nome di Weyerman hanno un peso importante nell’economia del testo: l’essere in molte voci l’unica fonte esplicitata dal fiorentino, con precisione di rimandi (sempre corretta la segnatura di volume e pagina), indurrebbe a ipotizzare uno studio diretto de De Levens, malgrado le difficoltà linguistiche [42].

Già la Borroni Salvadori [43] nel 1974 aveva chiarito il ruolo della fitta rete di corrispondenti nella stesura delle Vite di Pittori del nostro erudito fiorentino. La studiosa mostrava come i contatti con personaggi legati al mondo delle belle arti operanti non solo sul territorio nazionale, avessero garantito fonti aggiornate e precise su artisti anche trascurati. La pubblicazione di gran parte di questi carteggi ha permesso di conoscerne lo spessore. Nonostante ciò scorrendo altri scritti autografi di Gabburri conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze sono emersi alcuni documenti preziosi che arricchiscono, ad esempio, la conoscenza del rapporto con Norden [44].

         In una lettera inedita Norden scriveva al Nostro da Livorno, in data 29 maggio 1736, e oltre a ragguagliarlo su delle traduzioni che tardavano ad arrivare, forniva un breve elenco di artisti fiamminghi, per lo più incisori. Gabburri riprese queste notizie nel manoscritto, operando però in maniera diversa da un artista all’altro; in alcuni casi si limitava a proporre una traduzione fedele di quanto Norden gli comunicava [45] (Fig. 3), in altri invece sembra aver lasciato sedimentare questi appunti alcuni anni, inserendoli nelle Vite tra 1739 e 1740, e, dettaglio curioso, aggiornando l’età di questi pittori-incisori al momento in cui scriveva [46] (Fig. 4).

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Fig. 3 ZIBALDONE 1195, c. 50
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Fig. 4 ZIBALDONE 1195, c. 51

 

 

 

Ci sono altresì anche casi in cui il biografo, evidentemente ritenendo gli artisti in questione di particolare rilevanza, riportava quanto dettogli dal corrispondente con copiosissime aggiunte di informazioni desunte da altre fonti, quali il Weyerman stesso, il De Piles ma anche attraverso una conoscenza diretta del loro operato [47] (Fig. 5).

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Fig. 5 ZIBALDONE 1195, c. 53

Restituisce altri spunti utili il carteggio tra Gabburri e Giovanni Battista Costantini, con cui scambiò notizie derivanti dalla personale raccolta di disegni e stampe, come sembra mostrare un appunto conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze [48]. Questa filza raccoglie biglietti con annotazioni varie, a testimonianza del lungo lavoro di redazione protratto negli anni. Gli appunti confermano che oggetto di interesse primario per l’erudito fossero gli estremi cronologici, il tipo di soggetti trattati, le notizie sulla formazione e simili. Gli approfonditi studi su Gabburri han mostrato che spesso le notizie gli furono inviate dagli artisti stessi o dai loro familiari, ad esempio per la Vita di Giovanni Danielle Preisler, di cui si conservano documenti nel suddetto fondo fiorentino [49]. Questi appunti molto frammentari non sempre però permettono di trarre delle indicazioni riguardo ai corrispondenti e alle fonti di Gabburri, come nel caso della vita di Pietro Paolo Brandel [50].

In conclusione possiamo osservare che se la base su cui lavorare per tessere la complessa trama delle Vite, era stata l’Orlandi, il metodo di redazione del testo sembra avvicinarsi anche alla straordinaria impresa biografica che molti decenni prima aveva realizzato Filippo Baldinucci [51], primo a formulare una storia universale dell’arte utilizzando e valorizzando soprattutto le cronache della vita di ogni artista. Francesco Maria Niccolò Gabburri fece dunque tesoro di un’esperienza unica traducendo lo spirito dello storiografo del cardinal Leopoldo de’ Medici, in un’impresa che a sua volta sarebbe stata modello per il futuri biografi e compilatori. Le attenzioni alle cronologie, ai rapporti con il collezionismo ed il mercato contemporaneo, ma soprattutto al valore della fortuna visiva dell’opera d’arte, che nell’incisione avrebbe trovato la massima espressione celebrativa, fanno del repertorio gabburriano la prima moderna operazione di gestione del patrimonio culturale del Settecento.

 


[35] Campo Weyerman 1729-1769. Ne esiste una copia a Firenze (BNCF, Palat. 13.1.4.9); una copia dei primi tre volumi editi nel 1729 si trova anche nella biblioteca di Tommaso Puccini, Indice de’ libri 1788, c. 32v, consultabile su www.memofonte.it. Mentre non ne dava notizia il Cicognara che pure indicava tra le fonti sui fiamminghi Descamps, Lairesse, Houbraken e Van Gool come suo prosecutore. Cornelis osserva che spesso il testo di Weyerman era più diffuso nelle biblioteche, ricorda infatti che faceva parte della biblioteca di Horace Walpole dove non ritrova il testo di Houbraken. Cornelis 1998, p. 153; Cicognara 1821.
[36] Da segnalare la pubblicazione on line dei quattro volumi, del De levens curata dall’università di Utrecht su www.library.uu.nl/digiboeken/weyerman/weyerman.html, oltre ai fondamentali contributi di Hecht 1980; Broos 1990; Cornelis 1995; Hecht 1996; Loehneysen 1998; Cornelis 1998.
[37] Hecht 1996, p. 259 riconosce a Weyerman il merito di aver assimilato L’abregé de la vie des peintres di Roger De Piles pubblicato in francese nel 1699 e tradotto in lingua olandese nel 1725. Da notarsi che sono numerose le Vite in cui Gabburri collaziona notizie da Weyerman e De Piles.
[38] Già Cornelis (Cornelis 1995, p. 163) aveva osservato che Gabburri ricorda Lairesse artista, senza citarne e usarne la sua opera principale, Het schilderboeck (De Lairesse 1707) due volumi stampati ad Amsterdam nel 1707. Vedi Vite di pittori, [p. 1073 - III - C_005V] «Gerardo Lairesse, patrizio leodiense, nacque l’anno 1643, applicato dal genitore Rinieri Lairesse, pittore non inferiore a veruno alle belle lettere, alla poesia e alla musica, fu istradato poi nel disegno da quello, e copiando le opere dei migliori valentuomini, in spezie di Bartoletto, principiò di 15 anni a fare somigliantissimi ritratti e poco dopo quadri per gli elettori di Colonia e di Brandemburgo, ricavandone copiose somme di denaro, il quale profondeva colla medesima facilità che lo guadagnava. Vestiva alla nobile, si trattava alla grande e stava sull’amorosa vita, a cagione di questa fu ferito di coltello da una sua amata, che aveva abbandonata e quasi restò morto, avendo un bel che da fare a difendersi colla spada dal furore di quella furia, ricoverandosi in una bottega di uno speziale. Toccato dal contagio un’altra volta si ridusse all’estremo, pure si riebbe e dopo aver dato alle stampe alcune eroiche storie, ridotto interamente cieco terminò i suoi giorni in patria il dì 28 di agosto dell’anno 1711. Sandrart, parte II, libro III, capitolo XXVIII, a 388 e 389. Nella predetta celebre stanza dei ritratti di professori diversi dipinti da loro medesimi, della Real Galleria di Toscana, si vede ancora il ritratto di questo artefice dipinto di sua mano propria nella facciata dei pittori oltramontani a mano destra all’entrare. Jacob Campo Weyerman, parte II, da 405 a 412», oltre le numerose altre citazioni di Lairesse come pittore nelle biografie di artisti coevi.
[39] Si vede che aggiunge alla prima redazione perché dopo aver riportato la notizia della morte ritorna a raccontare di quando era bambina fatto che lascia pensare ad una redazione preparatoria. Cfr. Vite di pittori, [p. 200 - I - C_109V]: «Anna Maria Scurmana, nacque in Utrecht l’anno 1607, fu un portento della natura nel leggere di tre anni, nel disegnare di sei, nel dipignere fiori e nello scolpire in legno e cera naturali ritratti. Quanto portentosa coi pennelli, altrettanto colla penna e colla lingua fu prodigiosa in filosofia, in teologia e in diversità di linguaggi. Teneva assidue conferenze e dispute coi più eruditi sapienti. L’anno sessantesimo fu l’ultimo di sua vita. Sandrart, a 379. Anna Maria Schurmanns, fanciulla, nacque in Utrecht il dì 5 dicembre 1607. In età di tre anni sapeva leggere perfettamente, di 7 anni parlò bene la lingua latina, dipingeva bene in frutte, fiori, insetti, uccelli ed ogni altro animale. Di anni dieci disputava in lingua latina, fiamminga e franzese, poi studiò la lingua greca. Aveva una memoria angelica. Studiò la lingua ebraica sotto Gisberto Vossio. In somma, parlava benissimo greco, latino, italiano, tedesco, spagnuolo, fiammingo, franzese, ebraico, siriaco e caldeo. Di Utrecht passò in Pollonia invitatavi da quella regina come lo fu ancora da quella di Boemia, riputata da tutti per un prodigio. Morì in Altona in età di anni 71. Jacob Campo Weyermann, parte II, da 57 a 62».
[40] Baldinucci 1686.
[41] Da osservare che come Van Mander nella sua biografia viene ricordato come autore del Libro de’ pittori, così anche nel caso di Weyerman l’autore citava il libro colle Vite de’ pittori. Vite di pittori, [p. 1629 - III - C_317V]: «Jacob Campo Weyerman, pittor fiammingo e scrittore delle Vite dei pittori fiamminghi e olandesi nella sua lingua nativa, in tre tomi. Fu scolare di Van der Laur, nella Vita del quale lui medesimo ne dà contezza». Di Houbraken, che viene citato genericamente solo in due biografie e in entrambe i casi si tratta di un riferimento generico senza segnalazione del titolo e della pagina, Gabburri non riportava alcun riferimento all’attività letteraria del medesimo, ma la ricordava indirettamente nelle voci relative ad altri artisti: Vite di pittori, [p. 1543 - III - C_272R]: «Houbracken, intagliatore olandese, nativo della città di Dordrect. Questo è il migliore intagliatore che sia presentemente in Olanda, specialmente in ritratti, seguitando la maniera di Cornelio Visser. Se corrispondesse l’intelligenza del disegno al buon gusto dell’intaglio sariano più stimabili le di lui opere. Vive in età di anni 43 nel 1739»: Vite di pittori, [p. 472 - I - C_261V]: «Bernardo de Valkert, nacque in Amsterdam e fu scolare di Henrico Goltzio. Arnaldo Houbraken scrive di aver vedute delle sue opere nel 1623 e ne fa molta lode. La sua maniera di dipingere era molto simile a quella del suo maestro. Tanto dice Jacob Campo Weyerman, nella parte II».
[42] Tuttavia per affermare ciò sarebbero necessari nuovi elementi, è auspicabile che una ricognizione su altri documenti potrebbe legittimarci a ritenere che il fiorentino, come già fece Baldinucci con Van Mander, si fosse avvalso di un traduttore o recensore del testo olandese; in tal senso potrebbe esser utile l’inventario in morte della biblioteca personale dello studioso, o il taccuino, anch’esso custodito a Parigi, che secondo la Barbolani e Turner riporta anche brevi appunti di traduzioni. Barbolani di Montauto-Turner 2007, p. 30.
[43] Borroni Savadori 1974a.
[44] Un primo elenco di corrispondenti esteri con cui Gabburri fu in contatto era stato presentato dalla Borroni, Borroni Salvadori 1974a. Il carteggio documenta la continua ricerca di fonti e stampe sul mercato internazionale. A tale proposito si veda la lettera del 29 maggio 1736, Zibaldone 1195, [cc. 49-53]. Vedere Appendice II.
[45] Come per Van Lugterin, Schee, Mieris, Gaspero Luycken, Giovanni Goeré, Van der Meyr, Blyswqk e Bernardts. Vedere Appendice II.
[46] Vedesi le biografie di Bruysen, Mousseron, Troost, Van Sly, Fanje, Houbraken. Vedere Appendice II.
[47] Ad esempio la biografia di Romayn de Hooghe inizia con quanto gli era stato scritto da Norden ma viene ampliata con notizie derivate da Weyerman e Le Comte; analogo sviluppo si rivede nella Vita di Giovanni Luycken dove aggiunge alle brevi notizie del tedesco informazioni apprese da Weyerman. Invece diede ancora maggiore sviluppo alle Vite di Bernardo Picart e di Giovanni Maria Quinkard incisori a lui noti grazie a numerose opere a stampa che dovette consultare direttamente. Vedere Appendice II.
[48] ZIBALDONE 1198, [c. 106]:«[...] Monsù Schugnans, si desidera sapere il nome di battesimo la patria il tempo della nascita il maestro o maestri se vive a dove, e altre notizie della sua abilità [in margine: Antonio di Anversa]. Monsù Aurora fiammingo, di questo artefice altresì si desiderano tutte le sopra dette notizie [...] Monsù Scugnans è di nome Antonio d’Anversa in Fiandra operò in Roma di figure e si portò assai bene nei ritratti e nelle bambocciate particolarmente, con gran gusto di colore et io me ne ritrovo sei pezzi. Monsù Aurora non è stato possibile sapere il suo nome solamente ho trovato che fosse fiammingo e che non morì in Fiandra; le sue opere consisterono in animali quadrupedi e volatili e le terminò assai e con gran sapere e gusto e se ne ritrova qualche quantità di pezzi il Sig. Principe Panfili et ancor io me ne ritrovo quattro. Ecco quanto mi è potuto riuscire in adempimento delle mie obligazioni in far rimaner servita vostra illustrissima a cui faccio profondissimo inchino». Secondo quanto scritto nelle Vite diquesti due artisti le informazioni vennero proprio da Costantini, vedi VITE DI PITTORI, [p. 375 - I - C_211R]:«Antonio Scugnans della città di Anversa, fu in Roma dove operò di figure e si portò assai bene nei ritratti e nelle bambocciate, particolarmente per il gran gusto di colore. Io son debitore di queste notizie al signore abate Giovanni Battista Costantini gran dilettante di pitture in Roma, dove conserva una sceltissima e numerosa collezione di quadri, tra i quali ne possiede sei di questo artefice»; confronta con VITE DI PITTORI, [p. 1921 - IV - C_084R]: «Monsù Aurora, pittore di animali, di penne e di pelo. Visse in Roma circa l’anno 1711, lasciando fama di valentuomo. Moltissimi suoi quadri si vedono per le gallerie di Roma, ma in specie in quella di casa Panfili e in quella del signor abate Giovanni Battista Costantini, il quale, con sue notizie manoscritte cortesemente comunicatemi l’anno 1741, mi ha assicurato che nacque e morì in Fiandra, che terminò assai le sue opere con gran sapere e gusto di colore».
[49] ZIBALDONE 1198, [cc. 25-27] e [cc. 37-39] e VITE DI PITTORI, [p. 1297 - III - C_193R].
[50] Cfr. ZIBALDONE 1198, [c. 164] e [c. 71] e VITE DI PITTORI, [p. 362 - IV - C_204V].
[51] Già la Barbolani aveva proposto una stretta relazione tra i due storiografi fiorentini, BARBOLANI DI MONTAUTO 2006, p. 94.



Last Updated ( Tuesday, 16 June 2009 )
 
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