Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Ben cognita ai dilettanti»: l’arte incisoria per Francesco Maria Niccolò Gabburri.

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Cercando l’occorrenza «intagliatore» i risultati sono stati non solo numericamente rilevanti, ma hanno permesso di individuare tutta una serie di artisti per i quali il biografo non fornisce alcun riferimento bibliografico: tutti questi nomi si trovano negli Aggiunti di ogni lettera alfabetica, perciò nella parte più strettamente gabburriana, e molti presentano come unica fonte di riferimento una stampa sciolta o il frontespizio e le illustrazioni di un libro. In casi come questi è facile immaginare il nostro Gabburri al suo tavolo da lavoro, circondato da pile di libri, lettere, appunti e stampe, immerso nella ricerca di nomi, date, titoli da riportare nelle sue Vite, dando pari dignità sia all’artista carico di citazioni bibliografiche, che a quello il cui nome compare nell’angolo a margine di una stampa con la sola parola sculpsit [10]. Si può congetturare che alcune delle stampe descritte e riportate come bibliografia di riferimento, appartenessero alla collezione Gabburri, così come tutte le fonti bibliografiche usate ed edite ante 1722 trovano il loro corrispettivo all’interno del catalogo di quell’anno, alla fine del quale è redatto l’elenco dei «libri trattanti di scultura, pittura ed architettura o altre materie ad esse appartenenti» [11].


Nel III volume si trova la biografia di Giovanni Carlo Alett, intagliatore in rame. Si vedono molte carte segnate col suo nome e in specie quella quando il pontefice Anania rende la vista a Saul, disegnata da Pietro da Cortona; ben cognita ai dilettanti [12].


La presenza dell’incisione, con una citazione così precisa del soggetto e dell’inventor senza alcun cenno ad una fonte, lascia presupporre quanto appena detto, trovando una puntuale conferma nel catalogo del 1722, dove si trova un «Saul unto dal profeta Anania, del suddetto Pietro, intagliato da Giovanni Carlo Alet» [13]. Allo stesso modo «Giorgio del Buono bolognese intagliatore in rame» viene ricordato per la carta in cui «Nostro Signore vien riposto nel sepolcro di Lorenzo Garbieri pittore bolognese» [14], la quale è presente nel medesimo catalogo con la dicitura «Nostro Signore quando viene messo nel sepolcro, intagliato da Giorgio del Buono» [15]. Casi analoghi si susseguono [16], e sicuramente l’incrocio con il più tardo catalogo conservato presso la Fondation Custodia di Parigi [17] potrebbe offrire nuovi e più sistematici riscontri.

Elemento particolarmente interessante è la presenza all’interno dei quattro volumi delle Vite di 26 cataloghi di stampe, più o meno lunghi e dettagliati, legati ognuno alla biografia di un particolare artista. Si tratta di fogli scritti a pagina piena, al contrario degli altri che si presentano a metà pagina, ed evidentemente redatti ed inseriti in momenti successivi rispetto alla prima stesura delle biografie, considerato che si presentano privi dell’originale numerazione apposta dallo stesso Gabburri [18]. Le pagine dei cataloghi sono a sé stanti sia nella struttura che nell’impaginato, a volte inserite inframmezzando la scrittura continua della biografia di riferimento e legate a quel testo da segni di rimando seguiti da diciture come «Stampe di» o «Segue dal catalogo di stampe di». Dalla lettura comparata di tutti i cataloghi si evince una struttura tipica e ricorrente, che racchiude in sé due aspetti fondamentali: il rapporto con la fonte da cui sono ricavati gli elenchi e il tipo di stampa inserito, selezionato e identificato in base non ai soggetti quanto piuttosto allo status di incisione di invenzione o di traduzione (tabella 2).

Per quanto concerne il primo aspetto, la fonte principale è identificabile sicuramente con la Felsina pittrice di Carlo Cesare Malvasia [19], che non solo è indicata come base della metà dei cataloghi gabburriani, ma diventa il metro di omologazione di tutti gli elenchi inseriti, così come ci fa notare lo stesso autore precisando di ricorrere in tutti i casi alle «misure secondo il piede bolognese, praticato dal Malvasia nella sua Felsina Pittrice» [20]. Accanto alla fonte bolognese, si trovano compendi e cataloghi, come il Cabinet des singularitez di Florent Le Comte [21] e l’indice delle stampe presenti nella stamperia di Domenico De’ Rossi nel 1724 [22], ma anche libri e raccolte di stampe, come i ritratti di Anton Van Dyck [23] e i Discorsi d’Amore di Francesco da Barberino [24]. È interessante notare come la stampa divenga riferimento bibliografico, ponendosi come fonte autoreferenziale: allo stesso modo il libro illustrato o semplicemente provvisto di un frontespizio figurato, acquista dignità di opera d’arte inseribile all’interno del catalogo di un artista, risultando in alcuni casi l’unica opera citata all’interno di una biografia [25]. È inoltre riscontrabile una certa onestà intellettuale da parte di Gabburri nei confronti delle fonti usate, siano esse letterarie o figurative, nella misura in cui non solo le cita in maniera puntuale, ma spesso non manca di indicare le precisa edizione dei testi usati [26] e di spiegare al lettore il suo modo di farne uso:


Per maggior comodo dei dilettanti si pongono qui le carte intagliate da Agostino [Carracci] medesimo in primo luogo, e poi quelle intagliate da altri, acciò il lettore non sia obbligato a ricercarle nel catalogo che ne fa il Malvasia nel tomo primo, parte II, a 89. Seguitando pertanto questo catalogo si pongono in questo luogo tutte le stampe intagliate da Agostino collo stesso ordine che si vedono registrate dal medesimo Malvasia [27].

 

La scelta per questo catalogo è quella di riportare lo «stesso ordine» di quello del Malvasia, apportando, quando lo ritiene necessario, dei tagli di sintesi nelle descrizioni per alleggerirne la portata. In altre occasioni, invece, si limita ad un pedissequo lavoro di copiatura, che non presenta alcuna variazione rispetto all’originale, come nella vita di Camillo Procaccini, in cui scrive chiaramente: «Malvasia, parte II, a 275 e 84, dove registra le di lui stampe, le quali sono notate collo stesso ordine e colle stesse parole in piè di questa vita» [28]. Ciò che rimane di base è sempre l’intento di andare incontro al «maggior comodo dei dilettanti», fornendo loro tutto il materiale necessario in un solo testo: per questo motivo, effettua anche delle fusioni di cataloghi diversi, facendo seguire stralci di elenchi tratti da più fonti. Così nella vita di Annibale Carracci scrive:


Per maggior comodo dei dilettanti di stampe, si è creduto di far loro cosa grata di riportare in questo luogo tanto il catalogo che il Malvasia fa delle stampe di Anibale Caracci nel tomo primo, parte seconda, a 103, ponendo quelle in primo luogo quelle intagliate da lui medesimo e poi quelle intagliate da diversi intagliatori, quanto l’altro catalogo che gli fa Florent Le Comte nel libro primo, edizione II, da 304 a 324. Cominciando dunque dal Malvasia [29].

 

Leggendo l’intero catalogo si trovano infatti le indicazioni per avvertire del passaggio da una fonte ad un’altra, come ad esempio «Seguono le stampe intagliate all’acqua forte dal conte di Caylus in Parigi, dai disegni originali del medesimo Anibale» o «Altre stampe di Anibale che si trovano notate da Florent Le Comte, intagliate da diversi intagliatori».


[10] Nella vita di «Francesco Nacci fiorentino, intagliatore» si legge solo: «Trovasi il suo nome in alcune stampe, né altre notizie si son potute trovare di questo artefice». Vite di pittori, vita di «Francesco Nacci» [p. 1034 – II – C_271V]. In casi come questo sembra lecito supporre che il procedimento di ricerca sia partito proprio dalla stampa, sulla quale Gabburri poteva leggere un nome per poi andare alla ricerca di altre informazioni biografiche.
[11] DESCRIZIONE DEI DISEGNI 1722, [c. 297].
[12] VITE DI PITTORI,  vita di «Giovanni Carlo Alett» [p. 1394 – III – C_191V].
[13]  DESCRIZIONE DEI DISEGNI 1722, [c. 222].
[14]  VITE DI PITTORI, vita di «Giorgio del Buono bolognese» [p. 1416 – III – C_203V].
[15]  DESCRIZIONE DEI DISEGNI 1722, [c. 224].
[16] Interessante appare in questo senso la biografia di «Niccolò de Poilly», estremamente scarna se si considera la frequenza con cui il suo compare all’interno del catalogo del 1722: nonostante ciò Gabburri non compila un catalogo delle stampe dell’incisore ma lascia ad un’unica stampa il compito di presentarlo, e non a caso la stessa si ritrova nel suddetto catalogo: «Niccolò de Poilly, famoso intagliatore in rame, di cui si vedono molte carte bellissime intagliate a bulino, segnate col di lui nome. Questo artefice meritamente viene stimato e ricercato dai dilettanti. Vedesi, di suo intaglio, il ritratto del dottore Giovanni Battista Morin, in ovato, sotto al quale si legge il seguente distico del Collesonio: Quis, qualis, quantusque fuit morinus habetur Ex scriptis caeli the mare et effigie. Once 8 e un terzo per alto, compreso lo scritto. Once 6 per traverso». VITE DI PITTORI, vita di «Niccolò de Poilly» [p. 1983 – IV – C_115R]. DESCRIZIONE DEI DISEGNI 1722, [c. 44] «43 Un ritratto di Giovambattista Movino, per alto palmi 9, largo 6 e ½. Di Niccolò Poilly».
[17] Cfr. nota 4.
[18] Come si evince dalla complessa ma completa numerazione adottata per la trascrizione, esistono due numerazioni delle pagine, che mantengono ognuna la sua funzione e la sua utilità per la comprensione del testo e per il suo utilizzo. Seguendo la numerazione moderna abbiamo una chiara idea dello stato attuale del manoscritto in tutte le sue parti, poiché questa segue in maniera consequenziale la successione fisica delle carte senza alcun riferimento al contenuto. In questo modo si perde però il senso della struttura organizzativa e temporale data dal Gabburri attraverso aggiunte e dei ripensamenti, più facilmente individuabili se si segue la numerazione antica.
[19] Malvasia 1678, cfr. tabella 2, nota 1.
[20] VITE DI PITTORI, vita di «Antonio Balestra» [p. 212.1 – I – C_124R].
[21] Le Comte 1699-1700.
[22] De Rossi 1724.
[23] Le cabinet des plus beaux portraits 1732.
[24] Francesco da Barberino 1640. Il riferimento a tale edizione è dovuto al fatto che Gabburri cita il suddetto libro in relazione alle illustrazioni incise da Cornelis Bloemaert per la pubblicazione romana del 1640, curata da Vitale Mascardi.
[25] «Francesco Ottens fiammingo, intagliatore in rame a bulino. Fra gli altri intagli di questo professore si vede il ritratto di Cristiano Eugenio, che serve di frontespizio alle opere di quel grand’uomo. Come pure trovasi il suo nome nel frontespizio dei Viaggi d’Auby de la Mortraye, impressi all’Italia l’anno 1729 in folio». Vite di pittori, vita di «Francesco Ottens» [p. 1010 – II – C_259V]; «Filippo Gunst intagliatore. Si vede di suo intaglio fra gli altri, il ritratto di Federigo Secondo duca di Sassengota, nel libro intitolato Gotha numaria». VITE DI PITTORI, vita di «Filippo Gunst» [p. 1036 – II – C_272V].
[26] A tal proposito si ricorda che più volte Gabburri indica l’edizione dei testi usati: così troviamo esplicito riferimento alla ristampa del 1640 dei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino, arricchita dalle incisioni di Bloemaert, o a quella del 1733 della Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia e isole circonvicine o sia Rinnovazione delle Ricche minere di Marco Boschini, colla aggiunta di tutte le opere, che uscirono dal 1674 sino al presente 1733.
[27]  VITE DI PITTORI, vita di «Agostino Caracci» [p. 148.1 – I – C_076R] e [p. 148 – I – C_075V].
[28]  VITE DI PITTORI, vita di «Camillo Procaccini» [p. 522 – II – C_002V].
[29]  VITE DI PITTORI, vita di «Anibale Caracci» [p. 203 – I – C_119R] e [p. 202.1 – I – C_111R].



Last Updated ( Tuesday, 03 November 2009 )
 
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