Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Ben cognita ai dilettanti»: l’arte incisoria per Francesco Maria Niccolò Gabburri.

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Come è stato più volte evidenziato, il lavoro di reperimento di informazioni per la stesura delle Vite è caratterizzato anche dalla fitta rete di corrispondenze intessuta da Gabburri con artisti, intellettuali e collezionisti a lui contemporanei, ai quali si rivolge costantemente per richiedere particolari notizie su un artista o sulle sue opere. L’autore riesce a fornire non solo frequenti correzioni alle biografie dell’Orlandi ma anche delle cospicue aggiunte di vite di artisti della prima metà del Settecento, per i quali a volte la biografia gabburriana costituisce oggi la prima fonte letteraria [30]. Allo steso modo nel caso dei cataloghi di stampe è riscontrabile un simile procedimento, in base al quale è possibile ipotizzare che, in tutti quei casi in cui la fonte non viene dichiarata, l’elenco stilato possa essere stato redatto in base o a stampe della propria collezione o a elenchi inviatigli dai suoi corrispondenti. Alla fine del «Catalogo delle stampe di Carlo Maratti, enunciate nell’Indice delle stampe di Domenico de’ Rossi del 1724» [31] si trova la sezione aperta con il titolo «Altre stampe intagliate da altri intagliatori dalle opere di Carlo Maratti non registrate nel sopraddetto indice del Rossi» [32], senza alcuna citazione della fonte usata: l’elenco che segue è caratterizzato da una serie di stampe per le quali Gabburri non si limita ad una laconica indicazione del soggetto, ma si dilunga in descrizioni minuziose, riportando iscrizioni e misure, quasi a lasciar intendere che l’operazione fatta in questo caso non è di copiatura di un elenco quanto piuttosto di descrizione di un’immagine fisicamente davanti ai suoi occhi.

Ritratto di Carlo Maratti disegnato da se medesimo, in ovato ricinto da cornice, in atto di tenere colla sinistra una cartella aperta nella quale volle esprimere il principio della pittura, sotto la sua arme e quindi una fascia in un pilastro bislungo con un balaustro per ogni testata e nel mezzo vi è scritto: Carolus Eques Maratti. Più sotto nell’angolo destro: Eques Carol. Maratti delin. E, nell’angolo sinistro: Io Iacob Frey incidit. Once 12 e un terzo per alto, compreso lo scritto, once 8 e due terzi per larghezza [33].

 

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Fig. 1 VITE DI PITTORI, vita di «Carlo Maratta» [p. 538.1 – II – C_013R].

Che la collezione di stampe e disegni del biografo fiorentino ripercorra le Vite come un lungo filo rosso si può considerare un dato acquisito, una presenza costante, che non desta meraviglia se si considerano sia la grande passione e dedizione nella raccolta e nello studio di un’ingente quantità di materiale grafico sia la spiccata propensione del Gabburri scrittore a riversare fra le pagine la sua esperienza di ‘uomo d’arte’, a contatto diretto sia con opere che con artisti.

Uno dei casi esemplificativi del rapporto attivo del collezionista nei confronti delle fonti letterarie attraverso l’utilizzo della sua conoscenza profonda delle stampe, è il piccolo catalogo del Domenichino, ripreso anche questa volta dal Malvasia: il confronto fra le due versioni ha fatto emergere una curiosa quanto significativa differenza nella parte iniziale, in cui alcune impressioni eseguite da «Gerardo Audran Francese» e dal «fondatissimo Carlo Cesio» vengono sostituite con altre del medesimo soggetto incise da «Giacomo Frey» nel 1725 [34]. Il breve catalogo Sebastiano Conca [35] sembra invece essere stato redatto di prima mano proprio da Gabburri: dopo aver ricopiato la biografia orlandiana alle pagine 2264 e 2265, in un secondo momento l’erudito fiorentino aggiunge informazioni riempiendo lo spazio di stacco dalla vita successiva, ricordando che il Conca «vive e opera in Roma nel 1740, pieno di stima e di merito». Fra queste due pagine ne inserisce una non numerata, che sul recto presenta le «Stampe cavate dalle opere di Sebastiano Conca» [36]: si tratta di poche stampe, alcune descritte nel dettaglio e perciò probabilmente viste dal vero, come sembra confermare quella posta in apertura, tratta da un «disegno originale, che appresso il cavalier Gabburri in Firenze» ed eseguita da «all’acqua forte da Giovanni Grisostomo Stefanini, pittor fiorentino», come «si può dire nella Vita del suddetto Stefanini» [37].

 

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Fig. 2 VITE DI PITTORI, vita di «Antonio Balestra» [p. 212 – I – C_123V]

Un catalogo che ben si presta alla comprensione delle metodologie di lavoro di Gabburri è quello di Antonio Balestra [38], collocato nel primo volume. La prima parte della biografia del pittore è ripresa integralmente dall’Orlandi ed è ben distintamente individuabile rispetto alle aggiunte gabburriane, grazie alle consuete sottolineature apposte dall’autore. Nella parte dedicata alle notizie biografiche si possono riscontrare almeno due interventi distanziati nel tempo: il primo per ricopiare lo scritto dell’Abcedario pittorico ed inserire informazioni nuove riguardanti l’attività dell’artista veronese nel «presente anno 1738» [39], e il secondo di aggiornamento, quando «questo degnissimo soggetto» morì nel «1740 in Verona sua patria, circa il dì 18 di aprile, avvisatone per lettera di Francesco Balestra suo degno nipote e scolare» [40]. Seguendo la numerazione data dal Gabburri, la biografia inizia alla pagina 212, proseguendo in quella successiva: fra queste due carte ne sono però presenti altre quattro in origine non numerate [41], e occupate dal

 

[…] catalogo delle stampe di Antonio Balestra, parte intagliate da se medesimo, e parte intagliate da altri, colle loro misure secondo il piede bolognese, praticato dal Malvasia nella sua Felsina Pittrice. Il suddetto catalogo è stato fatto con diligente accuratezza da Francesco Balestra, degno nipote del suddetto celebre Antonio e da esso cortesemente trascritto ne l’anno 1740 [42].

 

Il criterio di omologazione delle misure viene dunque applicato anche in questo caso, con precisa determinazione, considerato che fra le carte gabburriane del fondo Palatino 1198 sono presenti due fogli in cui è riconoscibile la prima parte del suddetto catalogo, con l’annotazione in fondo «Le sopra scritte misure sono conformi al piede di Bologna, registrato nel Malvasia» [43].

 

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Fig.3 VITE DI PITTORI, vita di «Antonio Balestra» [p. 212.1 – I – C_124R]
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Fig.4 VITE DI PITTORI, vita di «Antonio Balestra» [p. 213 – I – C_128R]

Secondo aspetto caratterizzante dei cataloghi di stampe redatti da Gabburri, è la consapevole e voluta distinzione fra le stampe incise dall’artista biografato, d’invenzione, e quelle eseguite da altri incisori su invenzione del biografato o di traduzione. Da esperto conoscitore dell’arte incisoria il nostro collezionista non poteva tralasciare precisazioni di questa portata, aprendo le sue Vite non solo ad una moltitudine di incisori assurti alla dignità di «artista biografato», ma anche al valore didattico, artistico e collezionistico della stampa di traduzione, in perfetta sintonia con il clima culturale fiorentino a cavallo fra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Così come l’arte toscana della prima metà del Settecento emerge con vigore, a volte rinforzata da descrizioni e valutazioni, spesso colorita da spunti cronachistici, allo stesso modo la passione del collezionista verso l’incisione pervade tutto lo scritto, sviluppandosi non solo come frutto dell’interesse di un singolo quanto piuttosto come specchio di una precisa temperie culturale. A riprova di ciò è la costante presenza della iniziative granducali, che, a partire dal gran principe Ferdinando e proseguendo con Cosimo III e Gian Gastone, avevano promosso la traduzione in stampa delle proprie collezioni, non solo commissionando precise campagne incisorie ma anche finanziando l’educazione e l’applicazione di giovani artisti all’uso del bulino e dell’acquaforte [44] Tutti i protagonisti di questa operosa officina trovano il loro posto all’interno delle Vite, nel loro ruolo di artisti al servizio della real casa di Toscana sotto il «serenissimo Ferdinando de’ Medici, gran principe di Toscana, mecenate delle belle arti, e specialmente della pittura» e poi l’«altezza reale del serenissimo gran duca Cosimo III e Giovan Gastone I» [45], tutti impegnati «nell’intagliare la famosa galleria di pittura […] per darla alle stampe, e sarà cosa che veramente riescirà di gran gusto ai dilettanti e ai professori di pittura» [46]. Domenico Tempesti, ricorda il Gabburri,


Desideroso d’imparare d’intagliare a bulino, l’anno 1675 dall’Altezza Reale di Cosimo III gran duca di Toscana fu mandato a Parigi e imparò da Roberto Nanteuil, da cui fu sommamente amato. Questi dopo due decenni morto che fu, passò sotto Gherardo Edelink fiammingo. Ritornato in patria, dal suo principe gli furono assegnate provvisione e stanza nella real galleria, dove travagliò col bulino e coll’acqua forte [47].

 


[30] Borroni Salvadori 1974a; Borroni Salvadori 1974b; Tosi 1990. Quello degli intagliatori francesi è uno dei casi più evidenti di uso di notizie riportate grazie alle sue corrispondenze. In chiusura di molte di queste biografie non si trova alcuna bibliografia di riferimento, lasciando quindi supporre che la fonte sia epistolare: «Moireau, intagliatore franzese, ha intagliato alcune cose di un gusto perfetto e tra queste l’istoria di don Chisciotte, nella quale si vedono rami non solo di questo artefice, ma ancora di Simonau, di Surugue e di Chereau. Queste sono state poi rintagliate, onde per assicurarsi di avere le stampe originali bisogna che i dilettanti le comprino da i sopraddetti medesimi professori» VITE DI PITTORI, vita di «Moireau» [p. 1915 – III – C_081R]. Anche in questo caso l’incrocio con informazioni tratte dal carteggio, aiutano nella definizione di questi processi di lavoro: in una lettera a Mariette in data 4 ottobre 1732 Gabburri scrive: «Se non è un abusarsi della vostra gentilezza, mi avanzerei a pregarvi che mi faceste il favore di farmi una nota dei pittori, scultori, architetti e intagliatori in rame, che ora vivono in Francia, indicando la nascita e il loro valore, con quelle particolarità che a voi parranno più proprie, ma nel medesimo tempo con la maggior brevità che sia possibile, pensando io di far ristampare l’Abbecedario Pittorico del Padre Orlandi , con tutto che sia stato ristampato adesso in Napoli con delle aggiunte» Firenze, 4 ottobre, 1732. Bottari-Ticozzi 1822, pp. 333-371.
[31]  VITE DI PITTORI, vita di «Carlo Maratti» [p. 538.1 – II – C_013R].
[32]  VITE DI PITTORI, vita di «Carlo Maratti» [p. 538.1 – II – C_013R].
[33]  VITE DI PITTORI, vita di «Carlo Maratti» [p. 538.3 – II – C_013V].
[34] VITE DI PITTORI, vita di «Domenico Zampieri bolognese, detto il Domenichino» [p. 689 – II – C_096R]: «primieramente quattro tondi compagni: che uno è la Giuditta che mostra al popolo ebreo la testa di Oloferne; il secondo David, che balla avanti l’arca; il terzo, la regina Ester avanti al re Assuero; il quarto, Salomone in trono colla regina Saba. Once 10 e mezzo per alto, senza lo scritto; once 9 e un terzo larghe; intagliate da Giacomo Frey. I quattro angoli della cupola di San Carlo dei Catenari in Roma, tutti della stessa misura: once 18 alte, once 12 e un terzo larghe, intagliate da Giacomo Frey, da esso disegnate in Roma 1725». Malvasia 1678, p. 123: «I quattro peducci o pennelli che siansi, sotto la Cupola de S. Carlo a Catinari, esprimenti con sì speculativi, e bizzarri aggionti le quattro Virtù Cardinali, intagliati mirabilmente al solito, all’acqua forte, dal fondatissimo Carlo Cesio». Malvasia 1678, pp. 123-124: «Di non minore giustezza, e bell’acqua forte i quattro quasi tondi, che dipinse in S. Silvesro al Quirinale; nel primo Giuditta […] tagliati molto bene da Gerardo Audran Francese. Once 12 e mez. scars., once 11 e mezz. gagl.».
[35]  VITE DI PITTORI, vita di «Sebastiano Conca» [p. 2264 – IV – C_265V].
[36] La numerazione in questione è quella originale del Gabburri: nell’attuale numerazione, che come già detto, segue la consecutio fisica, si verifica un salto nella trascrizione continua del testo, andando dalla carta 265V di inizio della biografia, alla 267R dove questa continua, per poi tornare indietro alla 266R dove è il catalogo (la 266V è bianca).
[37]  VITE DI PITTORI, vita di «Sebastiano Conca» [IV – C_266R]. Nella vita di «Giovanni Grisostomo Stefanini» si legge: «Per suo divertimento ha dato alla luce alcune carte intagliate da lui medesimo all’acqua forte di altri professori che una da un disegno del cavaliere Sebastiano Conca e l’altra da una tavola di fra’ Bartolommeo di San Marco, detto il Frate, che è nella cappella del Noviziato di San Marco di Firenze, opera per verità da stare a fronte di tutte quelle di Raffaello» (Vite di pittori, vita di «Giovanni Grisostomo Stefanini» [p. 1402 – III –C_196V] [p. 1403 – III – C_197R]).
[38]  VITE DI PITTORI, vita di «Antonio Balestra» [p. 212.1 – I – C_124R].
[39] L’Orlandi conclude la sua biografia scrivendo «Vive a Venezia». Gabburri omette il finale e scrive: «Dopo di essere stato molti anni in Venezia, fece ritorno alla patria, dove vive e opera sempre con gloria grandissima sino al presente anno, 1738».
[40] La consecutio delle due fasi di inserimento delle informazioni è ulteriormente confermata dalla disposizione del testo sulla pagina: infatti la seconda aggiunta è posta come continuazione della parte copiata in prima istanza, arrivando a ridosso della biografia successiva e continuando a lato.
[41] Secondo la numerazione attuale, il catalogo di Balestra inizia alla [p. 212.1 – II – C_124R] e prosegue in ordine fino alla [p. 212.7 – II – C_127R] (il verso di quest’ultima è bianco).
[42]  VITE DI PITTORI, vita di «Antonio Balestra» [p. 212.1 – I – C_124R].
[43] ZIBALDONE 1198, «schede, carte cancellate» [c.131]. In queste carte il catalogo arriva fino alle «Stampe di Antonio Balestra, parte intagliate da se medesimo, e parte intagliate da altri» [p. 212.5 – I – C_126R]. È interessante osservare che i fogli in questione, di grafia diversa da quella del Gabburri e perciò probabilmente da ritenere autografi di Francesco Balestra, fanno parte del nucleo di «carte cancellate», dicitura con cui sono raggruppati quegli appunti che il biografo aveva avuto modo di inserire nelle Vite.
[44] Per una panoramica sulla diffusione e valutazione dell’arte incisoria nella Firenze del XVIII secolo cfr. Borroni Salvadori 1982; Tongiorgi Tomasi-Tosi-Tomasi 1990; Borea 1991; Verga 1999; Pellegrini 2006.
[45]  VITE DI PITTORI, vita di «Francesco Petrucci» [p. 997 – II – C_253R], [p. 998 – II – C_253V].
[46]  VITE DI PITTORI, vita di «Padre Antonio Lorenzini» [p. 2050 – IV – C_148V].
[47] VITE DI PITTORI, vita di «Domenico Tempesti» [p. 686 – II – C_094V] [p. 687 – II – C_095R]. Elemento interessante in questa biografia è anche il dato cronologico relativo alla stesura de testo: Gabburri infatti scrive «vive ancora sino al presente anno 1736», e successivamente «Questo degnissimo artefice morì nello spedale di Santa Maria Nuova di Firenze il dì 21 marzo dell’anno 1736». Non sono presenti aggiunte e spostamenti di pagina perciò è possibile che il «presente anno 1736 » sia quello di effettiva stesura.



Last Updated ( Tuesday, 03 November 2009 )
 
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