Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Ben cognita ai dilettanti»: l’arte incisoria per Francesco Maria Niccolò Gabburri.

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Cosimo Mogalli fu


[…] bravo intagliatore a bulino, operò molto per la gloriosa memoria dell’Atezza Reale di Cosimo III granduca di Toscana, e per il serenissimo Ferdinando gran principe di Toscana, come ancora per l’Altezza Reale del serenissimo granduca Giovanni Gastone primo [48].

 

Accanto a lui la figura di sua figlia Teresa, della cui vita Gabburri non sembra essere molto informato al momento della redazione della biografia paterna nel primo volume, come dimostrano gli spazi vuoti lasciati per inserire date e nomi e mai riempiti: «Vive ella in patria in età di anni … [sic] nel 1739, maritata a [sic] » [49]. Le lacune non colmate in quella pagina, trovano risposta nella biografia dedicata alla giovane artista, che «vive felice in patria nel 1740»:


Teresa Mogalli intagliatrice in rame, nacque in Firenze il dì 28 maggio 1716 […] Maritata a Giustino Canacci, va proseguendo a sempre più perfezionarsi nell’intaglio. Molte già sono le opere intagliate da questa spiritosa giovanetta, che nella sua fresca età di anni 24, dà grande speranza di un’ottima riescita [50].

 

Ci sono poi «Padre Antonio Lorenzini, nel secolo Giovanni Antonio», che «desioso del disegno […] riescì cotanto diligente nel disegnare che abbandonata la pittura diedesi a intagliare all’acquaforte» [51], «Teodoro Vercruysser, olandese, pittore di paesi e marine e bravo intagliatore a bulino e all’acquaforte» [52], e Giovanni Domenico Picchianti, la cui biografia si articola fra notizie e due piccoli cataloghi delle stampe da questi eseguite per apprendere l’uso dell’acquaforte e del bulino:


Di anni 15 andò a disegno da Giovanni Battista Foggini, scultore e architetto dell’Altezza Reale di Cosimo III granduca di Toscana, e detto maestro, benché non fosse intagliatore, con l’occasione che il serenissimo gran principe Ferdinando aveva in idea d'intagliare in rame la sua gran quadreria, fece provare il suddetto Picchianti ad intagliare in acqua forte in vernice tenera, […] e li fece fare molti rametti per prender pratica […] [53].

 

Questa parte è seguita dal primo elenco degli studi incisori fatti dal Picchianti, il quale successivamente, imparato l’uso del bulino da «Domenico Tempesti, che aveva studiato sotto il famoso Nanteuil», «lasciò del tutto di lavorare in acqua forte», eseguendo una serie di intagli a bulino puntualmente riportati dal Gabburri. L’intera biografia è strutturata come un catalogo, in una sorta di fusione omogenea, in cui elenchi e narrazione si intrecciano: la stesura a piena pagina, la mancanza di numerazione e il fatto che la carta si inframmezzi nel testo di un’altra vita spezzandone la continuità, lascia supporre che si tratti di un lavoro eseguito in un secondo momento [54].


Quello che Gabburri tramanda è la memoria della fervente attività incisoria della Firenze del Settecento, alimentata sia dalla continua richiesta di stampe da parte dei collezionisti che dalla precisa volontà degli stessi di far conoscere al mondo le proprie raccolte attraverso l’unico mezzo di riproduzione figurativa circolante in quel momento. Non è dunque casuale che il Nostro faccia menzione di progetti di traduzione grafica come quello di Antonio Maria Zanetti, che


sta facendo intagliare da diversi bravi intagliatori […] il museo delle sculture antiche più singolari, che sono nell’antisala e nella libreria di San Marco di Venezia. Si spera che in breve sia per comparire alla luce con gran piacere dei dilettanti e a gloria eterna del di lui chiarissimo nome [55]

 

o quello del «serenissimo di Parma», che conosciuta la perizia incisoria di Giacomo Maria Giovannini


l’impiegò ad intagliare il suo ricchissimo museo delle medaglie dei Cesari in oro, in argento e in metallo, esistenti in settemila, colle annotazioni dell’eruditissimo padre Paolo Pedrusi della compagnia di Giesù, e già con ogni diligenza, con esatto disegno e con tutta fedeltà ne aveva compiti sette tomi coll’intaglio di duemila di esse dall’anno 1694 sino al 1717, dati alle stampe in Parma [56].

 

Lo scopo divulgativo e celebrativo di tali imprese non era certamente celato se i volumi commissionati «da quel serenissimo e generosissimo signor duca sono liberalmente regalati agli uomini illustri, o per nobiltà o per lettere, tra i quali io pure godo l’onore di esserne fatto partecipe sin ora». Del resto sappiamo che lo stesso Gabburri partecipò attivamente alla fase progettuale del Museum Florentinum insieme ad Anton Francesco Gori [57], che se ne fece poi esecutore materiale dirigendo il lavoro di una folta schiera di incisori, dei quali immancabilmente si trovano i nomi fra le pagine delle Vite. Commissionò in prima persona campagne di traduzione incisoria di opere pubbliche: come ci ricorda nella vita di Bernardino Poccetti [58], Gabburri fece intagliare «modernamente in Augusta» gli affreschi della Santissima Annunziata. Nella minuta di una relazione stilata in data 30 agosto 1738, il fiorentino scrive che nell’incisione rappresentante la lunetta di Ventura Salimbeni


[…] l’intagliatore si è portato peggio in questo rame che in tutti gli altri antecedenti, non essendo stato attaccato punto né poco all’imitazione del disegno, né dall’arie delle teste e perciò ancora nel chiaroscuro […] Onde per rimediare per quanto era possibile a un disordine e a uno sproposito così grande e risibile, bisogna, se Loro Signorie vogliono averne onore e farlo avere ancora a me, che l’intagliatore si metta con pazienza ad esaminare e imitare diligentemente quel disegno, che di tempo in tempo io mando loro per intagliare. Senza far questo e molto più senza che il medesimo intagliatore sappia ben disegnare, ogni rame sarà sempre molto cattivo, che screditerà sempre le loro opere ed a me in fine toglierà intieramente il coraggio di proseguire la spesa da me fatta sinora dei disegni del claustro dei Padri de’ Servi di questa città di Firenze, i quali disegni ho procurato sempre che sieno fatti dai migliori e più bravi giovani di questa nostra Accademia Fiorentina senza riguardo di spesa [59].

 

In queste righe Gabburri sembra concentrare gli ingredienti per la creazione di una buona stampa di traduzione, capace di svolgere in maniera ineccepibile il suo ruolo di canale di trasmissione del linguaggio figurativo: nel passaggio traduttivo è fondamentale la capacità grafica sia di chi esegue il disegno di base, sia di chi lo trasporta sulla lastra, al fine di non tradire l’opera originale, e per far questo è necessario un continuo esercizio sia della mano che dell’occhio, per evitare che «un errore troppo massiccio e insopportabile» possa dare «nell’occhio agli intendenti».

 

Che se gl’intagliatori della Germania si facessero forti nel disegno intaglierebbero con maggiore intelligenza e questa stessa intelligenza li renderebbe più franchi e dalla intelligenza e dalla franchezza ne risulterebbe quella bella armonia dell’intaglio, che dà tanto gusto a chi intende e a chi non intende. Per ultimo ne risulterebbe un alto beneficio a Loro Signori medesimi ed è questo, cioè che non sarete ben obbligati a mandar qua ogni prova di un rame perché venisse corretto, il che vedo bene che risulta in grande scomodo e danno del lor negozio [60].

 

Un discorso che ben si addice al luogotenente dell’Accademia del Disegno fiorentina, intriso della cultura grafica del suo mondo, cosciente della capacità divulgativa della stampa, che può essere allo stesso tempo prezioso oggetto da collezionare e strumento sia didattico [61] che celebrativo. Gabburri in persona si preoccupa di indirizzare i suoi protetti su questa strada e ricorda il caso di

Giuseppe Zocchi, pittor fiorentino, scolare di Rinieri del Pace. Morto il maestro quando era ancora assai giovane ed avendo un buon talento, proseguì i suoi studi mediante gli aiuti somministratili dal cavaliere Francesco Maria Niccolò Gabburri, che gli fece disegnare molte delle più belle tavole di diversi valentuomini che sono in chiese della città di Firenze, destinate ad essere intagliate [62].

In conformità con le mode collezionistiche del tempo non manca di progettare la riproduzione a stampa della sua vasta collezione di disegni, indicando in più passi delle Vite i casi in cui il biografato era stato autore di disegni conservati «appresso» di lui: in una lettera scritta a Mariette, datata 4 ottobre del 1732, parlando di «un libro che io ho di num. 60 paesi e vedute a penna, indubitati di mano di Andrea [del Sarto]» si chiede

Chi sa che un giorno non mi risolva a fare intagliare tutto il sopraddetto libro? Io ne sono tentatissimo, specialmente per esservi tra gli altri un disegno a penna della veduta del Colosseo, con molle figurine bellissime e assai terminato. Bisognerebbe che questi disegni avessero la sorte di essere intagliati dalla dottissima mano del sig. conte di Caylus [63].

La figura che emerge dalle lettere è quella di un attento ed esperto collezionista, in contatto con personalità di spicco della cultura del suo tempo [64], e in grado di esprimere precisi e puntuali giudizi sulle modalità di scelta delle stampe, che devono essere «fresche, nere e ben conservate, sapendo molto bene per esperienza che senza queste qualità, le stampe non sono punto stimabili». Ma a volte l’utilità della stampa di traduzione va al di là del suo valore artistico, racchiudendo in sé una sola valenza didattica, fondamentale per dare la possibilità a chi è lontano di conoscere un’opera, un artista o un intagliatore:

Voi troverete certamente alcune stampe le quali son degne d’accendere il fuoco, ma io in quelle non ho avuto altro fine che di farvi conoscere il pittore, in alcune altre l’intagliatore, il quale conoscerete benissimo che è principiante; e in alcune altre, come che sono ritratti di uomini grandi, o nelle scienze o in belle lettere, e non ve ne sono di altre impressioni, ho creduto che poteste gradirle; tanto più che mi pare che in una vostra lettera me ne abbiate già fatta istanza [65].

 

La struttura e la scelta dei cataloghi di stampe delle Vite appaiono dunque un chiaro riflesso di questa visione della stampa, riconosciuta tanto come opera d’arte d’invenzione, eseguita da artisti del calibro di Agostino Carracci, quanto come traduzione di mezzi espressivi diversi, utile per la conoscenza di tutte le opere d’arte, anche quelle lontane nel tempo e nello spazio. Scorrendo l’elenco di questi cataloghi (tabella 2) non si riesce a cogliere un criterio di selezione unitario, capace di aver guidato Gabburri nello stilare il catalogo di un artista piuttosto che di un altro: a volte sembra essere l’importanza dell’incisore, altre quella dell’inventore, altre ancora sembra la sua collezione a fare da guida. Sicuramente buona parte di quelli che Gabburri propone non possono essere definiti repertori di opere di incisori, quanto piuttosto raccolte di stampe di traduzione dell’opera di determinati artisti: nella vita di «Giacomo Frey», il cui nome ricorre innumerevoli volte come autore di stampe, troviamo annotato che si tratta di un «famoso intagliatore in rame» che «vive ed opera in Roma nel 1739, in età avanzata. Si vedono moltissime carte da esso intagliate dai quadri più celebri di ottimi autori passati e presenti, quali sono per le mani dei dilettanti» [66]. Non c’è alcuna traccia di un catalogo, né è menzionata una sola incisione, ma potremmo ricostruire quello personale ricercando il suo nome all’interno del manoscritto gabburriano, inserito negli elenchi di stampe dei Carracci, del Domenichino, di Guido Reni e molti altri.

Tutte le carte riguardanti Francesco Maria Niccolò Gabburri si intrecciano, contribuendo a ricostruire l’immagine di uomo d’arte nelle sue diverse sfaccettature di eclettico erudito, novello Baldinucci nella Firenze granducale di primo Settecento, vicino alla corte e alla sua politica culturale, attivo partecipante della fervente attività di commissione e circolazione di stampe, che le iniziative del gran principe Ferdinando avevano avviato con successo. Così il Luogotenente dell’Accademia del Disegno è anche collezionista di ritratti d’artista, piccola raccolta fatta su modello di quella medicea, ed il suo ruolo di primo piano nella celebre accademia gli permette di esibire orgoglioso la vicinanza a quella gloriosa corte, come scrive nella biografia di «Giacinto Rigaud, o sia Rigò», dove ricorda che «il gran duca di Toscana, oltre il ritratto di questo famoso pittore, ha con premura richiesto e ottenuto il compendio della sua vita, un estratto del quale è il presente, da me debolmente descritto» [67]. Ancora una volta le Vite offrono una vastissima cronaca, che componendo un fitto e stimolante tessuto informativo, lascia emergere l’autore ed il proprio mondo, confermando l’idea che fra le pagine del manoscritto sia rimasta una tangibile traccia della profonda conoscenza che Gabburri aveva dell’arte incisoria «ben cognita ai dilettanti», per «comodo» dei quali scrisse e mise a disposizione il sapere e la passione.


TABELLA 1

lemma

I volume

II volume

III volume

IV volume

Catalogo

34

25

64

58

Gabburri

9

3

3

3

Me

15

16

30

24

Intagliatore

215 (101 indice)

139

240

179

Intagliato

/a/i/e

a94 – e72 – o224 – i123

a61 – e49 – o81 – i14

a85 – e92 – o186 – i36

a32 – e70 – o206 – i38

Stampa/e

a21 – e161

a23 – e202

a 20 – e 300

a27 – e275

Intaglio/ò

93

85

144

121

Bulino

54

38

76

39

Acquaforte

25

5

10

3


TABELLA 2

Riferimenti

Nome

Fonte

Caratteristiche

I

Francesco Primaticcio

Malvasia [68]

Copia integrale, con aggiunta di commenti.

I

Agostino Carracci

Malvasia – Le Comte [69]


I

Annibale Carracci

Malvasia – Le Comte – conte di Caylus – proprie(?)


I

Antonio Balestra

Inviate dal nipote Francesco Balestra


I

Anthony Van Dyck

Libro dei ritratti [70]

Catalogo costituito da un libro.

I

Bartolommeo Passarotti

Malvasia


II

Camillo Procaccini

Malvasia – Le Comte (solo una stampa)


II

Carlo Maratta

Giovanni Domenico De’ Rossi [71]


II

Cornelis Bloemaert

Documenti d’Amore di Francesco da Barberino [72]

Catalogo costituito da un libro.

II

Cornelio Galle

Le Comte


II

Domenico Zampieri detto il Domenichino

Malvasia


II

Francesco Albani

Malvasia – proprie (?)


II

François Chéreau Sen.

Non dichiarata


III

Hyacinthe Rigaud

Estratto del «compendio della sua vita» richiesto ed ottenuto dal granduca di Toscana.


III

Giovanni Lanfranco

Non dichiarata.


III

Gio. Benedetto Castiglioni

Giovanni Domenico De’ Rossi – proprie (?)


III

Giovanni Franceso Barbieri detto il Guercino

Malvasia


III

Giulio Bonasoni

Malvasia


III

Guido Reni

Malvasia – stampe intagliate da Frey – Imposture innocenti di Bernard Picart [73]


III

Giovanni Domenico Picchianti

Non dichiarata.


III

Ludovico Carracci

Malvasia – Le Comte – intagliatori moderni senza fonte dichiarata – Imposture innocenti di Bernard Picart


IV

Marcantonio Raimondi

Malvasia – Vasari


IV

Sebastiano Conca

Non dichiarata.


IV

Pietro Drevet

Non dichiarata.


IV

Robert Nanteuil

Le Comte – proprie (?)


IV

Simone Cantarini

Malvasia




[48]  VITE DI PITTORI, vita di «Cosimo Mogalli» [p. 614 – II – C_058V].
[49]  VITE DI PITTORI, vita di «Cosimo Mogalli» [p. 614 – II – C_058V].
[50] VITE DI PITTORI, vita di «Teresa Mogalli» [p. 2377 – IV – C_327R] e [p. 2378 – IV – C_327V]. La giovane artista fiorentina entrò successivamente a pieno titolo nell’inventario ufficiale delle stampe della Galleria fiorentina, redatto da Giuseppe Pelli Bencivenni negli ’80 del XVIII secolo (cfr. Inventario generale delle stampe).
[51]  VITE DI PITTORI, vita di «Padre Antonio Lorenzini» [p. 2050 – IV – C_148V].
[52]  VITE DI PITTORI, vita di «Teodoro Vercruysser» [p. 2361 – IV – C_319R].
[53]  VITE DI PITTORI, vita di «Giovanni Domenico Picchianti» [p. 1398.2 – III – C_194R] e [p. 1398.3 – III – C_194V].
[54] La carta [p. 1398 – III – C_193V] lascia interrotta la vita di «Giovanni Filippo van Thielen Righoltz», che prosegue a [p. 1399 – III – C_195R]: come si può notare, anche in questo caso la vecchia numerazione del Gabburri scorre continua, mentre nella nuova e stata inserita la carta non numerata.
[55]  VITE DI PITTORI, vita di «Anton Maria Zannetti» [p. 313 – I – C_177V]. Il riferimento è alla gestazione dei due volumi Delle antiche statue greche e romane, che nell'antisala della Libreria di San Marco, e in altri luoghi pubblici di Venezia si trovano parte prima [-seconda], pubblicati a Venezia fra il 1740 e il 1743. Autore del testo a commento delle tavole è Anton Francesco Gori, a testimoniare la vicinanza con il coevo progetto del Museum Florentinum. I nomi degli artisti che lavorarono a tutte le tavole compaiono nella dedica a Cristiano VI re di Danimarca (cfr. Favaretto-Ravagnan 1997, pp. 76-78). Gli incisori delle tavole furono Giovanni Antonio Faldoni, autore della maggior parte, Giovanni Cattini, Giuseppe Patrini, Giuseppe Camerata e Marco Alvise Pitteri. Nessuno di loro viene menzionato dal Gabburri nella vita dello Zanetti, facendo genericamente riferimento a «diversi bravi intagliatori»: dei primi tre non si trova alcuna traccia nelle Vite, mentre ci sono le biografie Giuseppe Camerata (VITE DI PITTORI, vita di «Giuseppe Camerata» [p. 1518 – III – C_258V] e [p. 1519 – III – C_259R]) e Marco Alvise Pitteri (Vite di pittori, vita di «Marco Alvise Pitteri» [p. 1864 – IV – C_055V]), in cui però Gabburri non fa cenno alla partecipazione all’impresa dello Zanetti.
[56]  VITE DI PITTORI, vita di «Giacomo Maria Giovannini» [p. 1092 – III – C_015V], [p. 1093 – III – C_016R]. Si tratta della voluminosa opera di Paolo Pedrusi, redatta ed illustrata a Parma fra il 1694 e il 1721 in 8 volumi (Pedrusi 1694-1721).
[57] Cfr. Borroni Salvadori 1982; Balleri 2005; Barbolani di Montauto 2006; Pellegrini 2006; Fileti Mazza 2007. Nel 1731 in una lettera indirizzata a Gabburri, Jean Pierre Mariette ringrazia l’amico fiorentino per avergli inviato gli esemplari di stampa del Museum, esprimendo il proprio parere sul risultato ottenuto nella traduzione delle opere granducali: «Le stampe delle Statue e delle Pietre intagliate del granduca sono estremamente piaciute ai nostri dilettanti di queste cose, ma soprattutto quelle delle pietre intagliate; né si può desiderare altro, se non che continuino così. Le tre stampe della Venerina, e del famoso Bacco di Michelagnolo, e del Gruppo d’Amore e Psiche non sono state applaudite nel medesimo modo. Non è che elleno non siano belle e ben fatte, e per la parte mia la Psiche e il Bacco mi hanno molto soddisfatto; ma l’intaglio sarebbe da desiderare che fosse più leggiero e più franco, e, in una parola, più puro e men faticato. Io so bene che l’intagliatore ha voluto dar loro della vivezza, ma nel medesimo tempo è caduto nel triviale, difetto che bisogna soprattutto schifare. Qualcuno troppo critico ha dubitato se nel disegno vi fosse stato aggiunto un poco di maniera, e se le figure siano state tenute un poco svelte, e se vi sia tutta quella facilità di contorno che è sì preziosa negli antichi. Ecco tutto quello che un occhio severamente critico ha saputo dire di queste stampe che vanno nel Museo Fiorentino, delle quali volevate sapere quel che se ne diceva». www.memofonte.it, Data: 4 10 1732 Intestazione: Jean Pierre Mariette a F.M.N. Gabburri (Bottari-Ticozzi 1822, pp. 277-295).
[58]  VITE DI PITTORI, vita di «Bernardino Poccetti» [p. 421 – I – C_236R] «Fra tutte quelle però viene riguardata dai professori e dai dilettanti, come una opera perfetta in tutte le sue parti, la lunetta nella quale viene espresso il miracolo di S. Filippo Benizzi, quando egli fece resuscitare un fanciullo affogato e perciò detta comunemente la lunetta dell’affogato. Questa è stata intagliata modernamente in Augusta per opera di chi queste cose scrive: insieme con alcune altre di questo autore, altre di Ventura Salimbeni e altre di Matteo Rosselli, onde si spera di vedere intagliato a suo tempo tutto quel bellissimo claustro, a cui fa corona la bellissima pittura a fresco di mano del grande Andrea del Sarto, detta la Madonna del Sacco».
[59]  ZIBALDONE 1195, [cc. 61-65].
[60]  ZIBALDONE 1195, [cc. 61-65]. Anche in alcune biografie Gabburri non disdegna di dare pungenti valutazioni sulle scarse capacità incisorie di alcuni artisti, imputando sempre la causa di ciò alla mancanza di perizia nel disegnare: «Marcantonio Corsi, fiorentino, intagliatore a bulino. Vive in patria nel 1739 ed ha intagliato molti rami per il Museo Fiorentino. Il suo intaglio non si può intieramente lodare perché questo giovane poco studio ha fatto nel disegno e, quello che è peggio, senza direzione di veruno buon maestro, onde si riconosce privo delle cognizioni necessarie ed è tanto più condannabile per aver disprezzato i consigli di chi bramava il suo bene. Per altro averebbe avuto una sufficiente disposizione, come si può vedere, tra gli alri suoi intagli, da una carta di S. Giovacchino colla Beata Vergine, il di cui intaglio non è del tutto disprezzabile, essendo stato diretto nei contorni di quelli da Pietro Marchesini, autore di detto quadro che è nella chiesa dei padri carmelitani scalzi di Firenze, fatto modernamente e che ha incontrato poco plauso appresso l’universale». VITE DI PITTORI, vita di «Marcantonio Corsi» [p. 1874 – IV - C_060V]. Ricorda anche che «Giacomo, ovvero Jacopo Callot […] fuggì dalla patria tirato a Roma dal desiderio di apprendere il disegno. Di Roma si trasferì a Firenze nel 1612, in età di anni 18, e nella scuola di Giulio Parigi imparò l’architettura, la mattematica e l’intagliare in rame. Ma quello che fu di maggior giovamento al Callott fu l’assoggettarsi alle regole del disegno nel quale era prima mancante». VITE DI PITTORI, vita di «Giacomo, ovvero Jacopo Callot» [p. 1084 – III – C_011V].
[61]Nella vita di Simon Vouet, Gabburri critica lo stile «ammanierato» del pittore francese, «né vero né naturale», che attraverso «la moltitudine delle sue stampe, non ha mancato di cagionare un danno grandissimo anche a diversi pittori italiani». VITE DI PITTORI vita di «Simon Vouet» [p. 2276 – IV – C_276V] e [p. 2277 – IV – C_277R]. Allo stesso modo ricorda che Domenico Tempesti «Conserva appresso di sé una scelta collezione di disegni, di stampe e gessi di rilievi rari, che potria creare molto utile alla gioventù studiosa della bell’arte della pittura». Del resto «Pietro Damini, nato l’anno 1592 in Castel Franco veneziano, portato dalla natura al disegno, imparò da sé copiando dalle stampe e dai quadri». VITE DI PITTORI, vita di «Domenico Tempesti» [p. 2081 – IV – C_164R]. Già Pellegrino Orlandi nel suo Abcedario pittorico appare chiaramente consapevole del ruolo svolto dalla stampa di traduzione, capace di far conoscere l’arte italiana all’estero anche a quei pittori impossibilitati a compiere il consueto viaggio di studio: «Pietro Lely nacque l’anno 1617 in Vestfalia», scrive l’Orlandi ricopiato da Gabburri, a causa delle «gran commissioni che lo tenevano di continuo occupato in tale arte» non potè «fare il viaggio d’Italia, ma supplì al difetto con una gran raccolta di stampe di disegni e di quadri dei più famosi maestri dei nostri paesi». Vite di pittori, vita di «Pietro Lely» [p. 2094 – IV – C_170V] e [p. 2095 – IV – C_171R].
[62]  VITE DI PITTORI, vita di «Giuseppe Zocchi» [p. 1529 – III – C_265R].
[63] Bottari-Ticozzi 1822, pp. 333-371.
[64] Al di là della lunga lista di corrispondenti, sappiamo quanto la casa di via Ghibellina fosse meta di visita di artisti ed intellettuali. Gabburri apriva la sua dimora a tutto l’entourage artistico e collezionistico, condividendo il frutto dei suoi acquisti con «professori» e «dilettanti»: nella citata lettera a Mariette, scrive: «Prego per tanto la gentilezza vostra ad accettare questi miei sincerissimi sentimenti di gratitudine, assicurandovi che tutte le stampe, delle quali mi avete favorito, mi sono state carissime, perché tutte sono state riconosciute da me, dai professori e da’ dilettanti, che in buon numero son venuti a vederle in mia casa, per ottime e di un bonissimo gusto, sì per l’intaglio come per tutte le altre loro qualità».
[65] Bottari-Ticozzi 1822, pp. 333-371.
[66]  VITE DI PITTORI, vita di «Giacomo Frey» [p. 1296 – III – C_142V].
[67]  VITE DI PITTORI, vita di «Giacinto Rigaud, o sia Rigò» [p. 1079 – III – C_008R] e [p. 1080 – III – C_008V].
[68] In DESCRIZIONE DEI DISEGNI 1722, nella sezione dei «libri trattanti di scultura, pittura ed architettura o altre materie ad esse appartenenti», si legge: «30 Felsina pittrice ecc., del Malvasia ecc., tomo II ecc. Bologna, per il Barbieri 1678. In quarto. 31 Felsina pittrice ecc., del Malvasia ecc., tomo primo. Bologna, per il Barbieri 1678» (c. 303).
[69]In DESCRIZIONE DEI DISEGNI 1722, nella sezione dei «libri trattanti di scultura, pittura ed architettura o altre materie ad esse appartenenti», si legge: «114 Cabinet des singularitez d’architecture, peinture, sculpture et graveure ecc., par Florent LeComte, tomo primo, seconde edition. A Brusselles, chez Lambert, marchant 1702. In dodici» (c. 316).
[70] Le cabinet des plus beaux portraits 1732.
[71] De Rossi 1724.
[72] Francesco da Barberino 1640.
[73] Picart 1734.


Last Updated ( Tuesday, 03 November 2009 )
 
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