Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Nella presente aggiunta all’Abcedario Pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura...

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Sfortunatamente per Crozat, Orlandi non riuscirà ad inserire le voci di numerosi artisti stranieri, né di altri che gli sono giunti quando già la seconda edizione era in corso di stampa. L’autore, tuttavia, non sembra dolorsene: le numerose lacune nell’Abcedario, che saranno poi ben individuate e colmate in parte nelle Vite del Gabburri, non nascono da una scelta critica dello scrittore, ma da eventi esterni connessi alla lentezza nella spedizione delle informazioni, all’impossibilità di leggere testi che non siano in italiano o in francese, al necessario lavoro di sintesi che si è imposto l’autore. Da quando ha reso nota la volontà di ristampare l’opera, notizie e appunti su artisti di tutta Europa hanno assalito il padre priore, che nella quiete del proprio convento incessantemente lavora per perfezionare il suo compendio: «veda lei in quali imbrogli io mi trovo -confessa sempre Orlandi al Marmi- perché si è saputo per tutto questa ristampa: ogni cognizione per verità mi è cara, ma si stancherebbe ognuno che scriva quando mai si viene al fine [14]». E «venire al fine» è l’obiettivo ultimo dell’Orlandi: consapevole che l’opera appena stampata sarà già suscettibile di variazioni [15] ed aggiunte, non si cura che le vite rispondano, come si era prefissato probabilmente il Gabburri, ad un principio di assoluta completezza.

Tra il 1718 e il 1719 Orlandi riceve numerosissime biografie che non riesce ad inserire perché la stampa del testo è già in corso: come spiega lui stesso nelle lettere, se il nome o il cognome del pittore iniziano per una lettera che è già stata impressa (procedendo la stampa dalle prime pagine fino alle ultime) la vita dell’artista non può essere inserita, in quanto lo scrupolo maggiore dell’autore, più del contenuto, riguarda la struttura dell’opera. L’Abcedario deve infatti rispondere necessariamente a due requisiti: l’ordine alfabetico e la sintesi schematica di ogni voce:

Sa Iddio se vorrei soddisfare a tutti e non rendermi debitore ad alcuno, ma il conservare l’opera mia con l’ordine intrapreso me lo proibisce. Se volessimo cercare quanti ne ha tralasciati il Baldinucci e tanti altri autori staressimo bene [16] -e, in un’altra lettera- il mio libro è un compendio dell’opere dei pittori, altrimenti un tomo non sarebbe bastante a scrivere tutto [17].

 

Orlandi non errava su impianto e razionalità dell’opera, perché probabilmente queste sono all’origine del successo del suo Abcedario nel corso del Settecento, tanto da costituire quasi un genere letterario a sé [18]. Il contenuto delle biografie riportate è necessariamente costellato da errori, dovuti a una riproposizione di sbagli già presenti nelle fonti quasi mai verificate, carente di numerose biografie, velato da una capziosa polemica antivasariana: come abbiamo visto nella breve rassegna precedente, Orlandi raccoglie e gestisce un’ingente massa di informazioni sulla quale applica un tipo di selezione che porta a una schematizzazione delle notizie, ma non ad una scelta critica su artisti e loro operato [19]. Manca lo spirito di un’esegesi attenta e la ricerca di veridicità nei fatti, elementi che contraddistingueranno l’erudizione dei decenni successivi; tuttavia nell’opera orlandiana è già presente quella tensione che Martino Capucci, caratterizzando proprio la grande erudizione tra Sei e Settecento, definì «rinnovamento profondo del metodo»:

Quel che più impressiona nella grande erudizione tra Sei e Settecento non è la mole del lavoro compiuto, ma la qualità, la tensione morale, il metodo che governa quel lavoro. […] Non è un caso, ha osservato un grande studioso [Ernst Cassirer] che Bayle scelga la forma del dizionario, che “contrariamente allo spirito di subordinazione che governa i sistemi razionali, mette in puro rilievo lo spirito della semplice coordinazione”. Non c’è nessuna gerarchia dei concetti, ma solo un semplice assieme di materie[20].

 

Oltretutto Orlandi, pur sensibile al figurativo tanto da raccogliere in tredici volumi una collezione di ben 2880 ritratti incisi di uomini illustri [21], non può considerarsi un conoscitore o dilettante d’arte alla stregua di un Crozat, Mariette, e lo stesso Gabburri. Nato e vissuto a Bologna tra il 1660 e il 1727, trascorse la maggior parte della propria vita nel convento di San Martino Maggiore, dedicandosi all’attività di studio e ricerca, che indirizzò in opere di respiro già enciclopedico: simili all’impianto dell’Abcedario, si presentano le sue Notizie di scrittori bolognesi e Origine e progressi della stampa [22].

Dopo tali considerazioni, doveroso è tuttavia mettere in risalto l’importanza, già riconosciuta all’epoca, della trattazione biografica secondo un ordine alfabetico e della presenza di tavole in appendice all’opera, che forse rivestono un valore maggiore delle informazioni contenute nelle vite degli artisti.

Tale considerazione trova conferma nelle tipologie di ristampe che seguirono, dopo la morte dell’autore, a Firenze, Napoli e Venezia ed è utile per capire, nell’insieme, la struttura e le finalità dell’alfabeto gabburriano.


[14] Lettera di Orlandi a Marmi del 4 ottobre 1718, Campori 1866, p. 185.
[15] Scrive Orlandi a Marmi il 26 novembre 1718, Campori 1866, p. 185: «Il fare poscia dopo un’Appendice di quelli che non arrivano a tempo sarà opera d’altro scrittore, perché io non voglio rompere l’ordine del mio libro».
[16] Lettera di Orlandi a Marmi del 10 dicembre 1714, Campori 1866, p. 182.
[17] Lettera di Orlandi a Marmi del 4 ottobre 1714,  Campori 1866, p. 184.
[18] I giudizi sull’Abcedario orlandiano, soprattutto negativi, proliferano nel corso del Settecento; l’accanimento dei commenti si spiega proprio alla luce dell’ossimoro creato tra straordinaria utilità del testo e mancanza di correttezza. La fortuna dell’opera, nell’accezione ambivalente di una vox media latina, si registra non solo nelle esponenziali ristampe e aggiunte, ma anche nei lucidi giudizi espressi da personalità come Lanzi e Cicognara tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. L’enfasi con la quale personaggi eminenti come Mariette e Gabburri deprecano l’Abcedario e, parallelamente, lo sforzo con il quale impiegano gran parte della propria vita a correggere e ampliare il testo, non permettono loro di elaborare un giudizio più fine e distaccato, come troviamo in Lanzi. Nella prefazione alla terza ristampa della Storia Pittorica, Lanzi apre una finestra sul secolo appena passato, mostrando come per arrivare alla sua Storia sia passato anche dalle Notizie e dagli Abbecedari, che, insieme ad altre fonti di natura eterogenea, consegnano i dati, da elaborare, filtrare e fermentare: «La storia pittorica ha i suoi materiali già pronti nelle tante vite che de’ pittori di ogni scuola si son divolgate di tempo in tempo; ed oltre a ciò ha de’ supplementi a tali vite negli Abbecedari, nelle Lettere Pittoriche, nelle Guide di più città, ne’ Cataloghi di più quadrerie, ed in altri opuscoli pubblicati in Italia or su di un artefice o di un altro» (Lanzi 1968, p. 3). Nel giudizio di Lanzi l’alfabeto pittorico assume lo statuto di genere, da non disprezzare, ma al quale non si può né si deve chiedere principi di criticità e completezza. L’evoluzione dell’Abcedario nell’opera del Lanzi si concretizza nella realizzazione di un indice ragionato in appendice alla sua storia: «Or l’indice di quest’opera presenterà quasi un Nuovo Abbecedario Pittorico, più copioso certamente e forse meno scorretto degli altri, quantunque capace di essere migliorato molto, specialmente coll’aiuto degli archivi e de’ manoscritti»: (Lanzi 1968, p. 12). Anche Cicognara, nel suo Catalogo ragionato dei libri d’arte e d’antichità (Cicognara 1821, pp. 371-375, in particolare p. 374), dedica una parte precisa agli abbecedari, che significativamente pone insieme non alle collezioni figurate o al genere biografico, ma ai dizionari. Scorrendo i testi inseriti alla voce «Dizionarj e Abecedarj», spesso chiosati da brevi commenti dell’autore, si percepisce non solo come Cicognara abbia inserito l’Abcedario orlandiano in un preciso genere di letteratura artistica, ma come nel corso del Settecento, tra l’Italia e la Francia siano proliferate opere con intenti e impianti simili. Colpisce che l’alfabeto orlandiano, descritto significativamente da Cicognara come un volume tratto «da tutte le opere Biografiche con molto cura […] divenne la più comoda fonte di simili notizie», sia la prima opera del genere da un punto di vista cronologico.
[19] A tal proposito si rimanda alla chiave di lettura offerta sempre da Lanzi nella prefazione alla terza edizione della Storia Pittorica: «Quando le storie particolari son giunte a un numero che non si posson tutte raccorre né leggere facilmente, allora è che si desta nel pubblico il desiderio di uno scrittore che le riunisca e le ordine e le dia loro aspetto e forma di storia generale; non già riferendo minutamente quanto in esse trova, ma scegliendo da ciascuna ciò che possa interessare maggiormente e istruire: così avviene d’ordinario che a’ secoli delle lunghe istorie succeda poi il secolo de’ compendi»: (Lanzi 1968, p. 3). Naturalmente il compendio orlandiano si basava, come sopra ricordato, sulla ricerca di un’ossatura di dati, scarnificando ancor più le notizie baldinucciane: indici, tavole, ordine alfabetico con pochi elementi per ogni artista convogliano negli sforzi, non pienamente raggiunti, di oggettività e divulgazione. L’impresa di Lanzi, un secolo più tardi, porterà nella direzione opposta: i dati materiali ricavabili dalla storiografia regionale, guide, opuscoli e abbecedari non sono il prodotto finale, ma gli elementi da cui partire per vagliare, collegare, discernere ed inserire le notizie in una rete critica di giudizi che prende il nome di «storia».
[20] Capucci 1968-69, p. 120.
[21] La collezione, ora dispersa, prendeva il nome di Museum Calcographicum Virorum quavis facultate memorabilium, ex aerea a vivum espressa repraesentans immagine num. 2880 (Fantuzzi 1788, p. 193).
[22] Le Notizie degli scrittori bolognesi e delle opere loro stampate e manoscritte furono edite in Bologna nel 1714 sempre per Costantino Pisarri (Orlandi 1714): anche questa opera, pur ristretta all’ambito bolognese, è strutturata secondo un ordine alfabetico nominale degli scrittori, seguita da sei tavole che indicizzano i dati contenuti o trattano schematicamente argomenti correlati (come la tavola dei cognomi o le «materie sopra le quali gli Scrittori Bolognesi hanno dati alle stampe libri»). L’Origine e progressi della stampa (Orlandi 2005), forse l’opera più complessa dell’autore, è dedicata all’elenco degli incunaboli impressi in Europa dal 1457, raccolti sotto la città di stampa e, a sua volta, disposti per tipografo, editore o libraio (la suddivisione dipende dall’ordine cronologico delle prime edizioni pubblicate in ciascuna città). La prima parte conserva al suo interno numerose tavole di classificazione che comprendono un indice delle fonti utilizzate, tavole cronologiche e alfabetiche delle città, degli stampatori, librai, editori; la seconda, redatta in latino, offre il catalogo degli incunaboli esaminati nella prima parte, ma in ordine alfabetico per autore e titolo, corredati da un index finale che suddivide gli autori citati in trentuno grandi classi.



Last Updated ( Tuesday, 13 January 2009 )
 
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