Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Nella presente aggiunta all’Abcedario Pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura...

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A Firenze l’Abcedario pittorico fu ristampato nel 1731, 1776, 1788 [23]; a Napoli nel 1731, 1733 e nel 1763 [24]; a Venezia nel 1753 [25]. Interessanti anche gli utilizzi del volume in contesti d’Oltralpe [26], nonché i numerosi esemplari chiosati -e mai dati alle stampe- appartenuti a personalità di spicco [27]. Prendendo in esame le precedenti ristampe, tranne quelle fiorentine della fine del secolo, notiamo come l’impianto dell’opera sia complessivamente rispettato: gli ampliamenti riguardano le vite dei pittori, ma sono conservati la rigidità dell’ordine alfabetico e la serie di tavole in appendice. Osservando le tre edizioni napoletane, che sostanzialmente non differiscono molto l’una dall’altra, si registra come la struttura dell’opera orlandiana sia interamente conservata: presenti alcune aggiunte ma il contenuto delle vite redatte dall’Orlandi è intatto, come lo sono le tavole in appendice al testo. Nell’edizione del 1731, che come vedremo sarà quella utilizzata dal Gabburri per l’ampliamento del suo Abbecedario, compare una significativa aggiunta posta al termine delle vite orlandiane: tali biografie, redatte dal napoletano Antonio Roviglione, riflettono naturalmente il milieu di provenienza dell’edizione, andando a tracciare le biografie di artisti napoletani e stranieri, con inclusione di alcuni romani e fiorentini. Segue «la ristampa della ristampa»: due anni dopo esce una nuova edizione, molto simile alla precedente, ma con la variazione di una dedica e lunga biografia a Solimena e alcune vite aggiunte nell’appendice inserita nel 1731. L’edizione del 1763 è una ristampa identica a quella del 1733: anche in questa, come nelle precedenti, struttura dell’opera, ordine alfabetico, vite orlandiane e tavole finali rimangono inalterate (Fig. 3).

Fig.3-Frontespizio-di-A.P.-Orlandi,-Abcedario-pittorico,-Napoli-1763.
Fig.3 Frontespizio di A.P. Orlandi, Abcedario pittorico, Napoli 1763.

Andando ad analizzare brevemente l’edizione veneta del 1753, curata da Pietro Guarienti [28], si nota un tentativo maggiore di ampliamento e correzione, ma, anche in questo caso, la struttura dell’opera rimane la stessa. Le tavole nella parte finale non vengono ampliate ma riproposte come nella lontana edizione del 1719: solo la parte relativa alla bibliografia è considerevolmente ampliata, anche perché, in trentaquattro anni, erano proliferati numerosissimi testi di letteratura artistica e di periegetica. La novità dell’edizione veneta risiede nel fatto che le numerose vite aggiunte si collocano in ordine alfabetico (evidenziate da un piccolo simbolo) inframezzate a quelle dell’Orlandi e che, in alcuni casi, vi sono delle note finali in corsivo, a mo’ di chiosa, che chiudono alcune vite orlandiane. Tali novità si spiegano alla luce della dedica a Federico Augusto III, re di Polonia, elettore di Sassonia ed artefice della straordinaria collezione di Dresda (Fig. 4): le vite aggiunte sono dei pittori dei quali Pietro ha potuto ammirare le opere nella collezione reale; le notazioni aggiungono informazioni di natura collezionistica, in quanto il Guarienti registra che il tal dipinto o scultura è stato da lui ammirato presso la collezione di Dresda o nelle dimore di altri signori. La natura delle aggiunte, quindi, non va ad alterare o emendare le voci biografiche orlandiane: si tratta di piccole addizioni, ma gli eventuali errori di Orlandi o il necessario aggiornamento nelle vite dei contemporanei non è applicato. Ancora nel 1753, Gherardini e Gabbiani erano riportati come viventi. 

Fig.4-Frontespizio-di-A.P.-Orlandi,-Abcedario-pittorico,-Venezia-1753.
Fig.4 Frontespizio di A.P. Orlandi, Abcedario pittorico, Venezia 1753.

Questa rassegna sulle prime ristampe dell’Abcedario pittorico può essere utile per capire il valore o meno dell’impresa di Gabburri, che, pur inserendosi nella tradizione degli alfabeti e delle ristampe orlandiane, presenta una struttura ibrida e significativa della cultura del personaggio e del suo entourage.

Come è noto, il manoscritto delle Vite, conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze e quasi sicuramente approdato in Palatina attraverso l’acquisizione della biblioteca di Gaetano Poggiali [29], si compone di quattro tomi rilegati, per un totale complessivo di circa 2500 carte (comprese le numerose carte bianche); nella costola dei volumi è presente la dicitura «Vite di Pittori». L’opera del Gabburri si presenta come un dizionario delle vite degli artisti elencati per nome e non per cognome; le biografie sono precedute da un lungo elenco dei cognomi degli artisti, seguiti dall’indicazione del nome corrispondente ritrovabile nel manoscritto. Le Vite sono quindi divise per lettere; a seguire di ogni lettera, si ritrovano numerose ulteriori carte che costituiscono gli Aggiunti a ciascuna lettera, secondo quanto espresso nell’intestazione delle varie carte dallo stesso autore. Assenti tavole finali o appendici. Ogni carta è scritta sulla mezza colonna di destra, mentre la sinistra è dedicata a notazioni aggiuntive stese in un momento successivo, relative alla voce biografica della colonna destra.

Una prima comprensione della struttura del manoscritto e di come sia stato organizzato dall’autore, è utile per spendere considerazioni relative alla cronologia e a riflessioni ulteriori di ordine più generale.

Per quanto attiene alla data di inizio stesura, non sappiamo con esattezza quando Gabburri iniziò a maturare l’idea di realizzare un alfabeto pittorico e a collazionare informazioni sulle vite dei pittori: i numerosi contributi sulla figura del Gabburri [30] avanzano alcune considerazioni, connesse poi alla datazione delle vite. La cronologia sulla fatica letteraria del Gabburri spesso si è affidata al contributo di Fabia Borroni Salvadori [31], che collocava le Vite tra il 1719 e il 1741, adducendo come prove che molte volte nel manoscritto era ripetuta la seguente frase: «vive felicemente […] nel 1719». Spesso la bibliografia posteriore ha replicato, quasi come una convenzione già stabilita, la datazione offerta dalla studiosa, mentre in altri casi sono state avanzate ipotesi discordanti con tale versione [32].


[23] L’edizione fiorentina del 1731 fu stampata da Giorgio Ubaldi (Orlandi 1731a) con dedica a Francesco Mura «eccellente e magnifico pittore napoletano»; quella del 1776 (Orlandi 1776), arricchita e aggiornata dopo l’edizione veneziana curata dal Guarienti, prese il nome di Supplemento alla Serie dei Trecento Elogi o Ritratti degli Uomini i più Illustri in Pittura, Scultura, Architettura, o sia Abecedario Pittorico dall’origine delle Belle Arti a tutto l’anno MDCCLXXV e fu pubblicata, in due parti, come XIII e ultimo tomo della Serie degli Uomini i più Illustri nella Pittura, Scultura e Architettura con i loro Elogi e Ritratti incisi in rame, cominciando dalla sua prima Restaurazione fino ai Tempi Presenti (a tal proposito si veda Pellegrini 2006 e Grisolia 2008); l’edizione del 1788 è la ristampa del Supplemento del 1776 ad opera di Gaetano Cambiagi, il quale nella prefazione spiega come abbia deciso di farne una nuova edizione separata dai 12 tomi che costituivano l’opera intera: «ho creduto bene di levargli il postole titolo di supplemento ec., e porvi il suo vero di Abecedario Pittorico col nome del suo primo autore, per essere un’opera che può stare separata anco dai detti Elogi a vantaggio dei Dilettanti delle Belle Arti, che sotto brevità possono ad ogni occorrenza vedere le notizie di qualunque professore che le abbisognasse riscontrare» (Orlandi 1788, p. I).
[24] L’edizione napoletana del 1731 fu edita da Angelo Vocola con l’aggiunta di voci biografiche di Antonio Roviglione (Orlandi 1731b); quella del 1733 (Orlandi 1733) fu dedicata a Francesco Solimena dal nuovo editore Niccolò Parrino; l’edizione del 1763 è identica alla precedente se non per la diversa data riportata (Orlandi 1763). Per le edizioni napoletane dell’Abcedario si veda Morisani 1941 e Morisani 1951.
[25] A Venezia l’Abcedario fu ristampato da Giambattista Pasquali con le aggiunte di Pietro Guarienti (Orlandi 1753).
[26] Nelle Notizie degli scrittori bolognesi del Fantuzzi (Fantuzzi 1788, p. 193) si legge: «Il Padre Cosmo de Villiers ci fa sapere che l’Abcedario Pittorico fu tradotto in inglese e stampato a Londra nel 1730, in 8. Avverte egli inoltre che, nel Dictionaire del Monogrammes, Chiffres […] traduit de l’Allemant de M. Christ, professeur dans l’Université de Leipsick et augumenté de’ plusieurs supplmens par M [] de l’Acad.Imp et de la Societé Royale de Londres, e stampato a Paris chez Sebastien Jorry 1750, avverte, dissi, che l’anonimo traduttore francese al suddetto Dizionario aggiunse Monogrammatum Notas et Notarum explicationem ex Abcedarii Pictorici Libro desumptam».
Se nella ristampa francese del Dizionario del Christ era inserita una parte specifica dall’Abcedario, ovvero le tavole con i monogrammi, anche quella che il Fantuzzi nomina come «traduzione inglese dell’Orlandi» è in realtà un estratto dell’opera, ovvero proprio quella afferente l’arte incisoria. Il volume, oggi raro e prezioso, fu stampato col titolo di Repertorium sculptile-typicum: or a complete collection and explanation of the several marks and cyphers by which the prints of the best engravers are distinguished. With an alphabetical index of their names, places of abode, and times in which they lived. translated from the Abcedario Pittorico of Pellegrini Antonio Orlandi. London: s.g. for Sam. Harding, 1730. Una ristampa del Repertorium, intitolata Sculptura-Historico-Technica, the History and Art of Ingraving, fu edita nel 1747 in un volume che collazionava, oltre al contributo tratto dall’Orlandi, anche passi dal Baldinucci, da Florent Le Comte e da altri autori.
La fortuna dell’Abcedario in contesti stranieri ha dimensioni considerevoli, tanto da meritare ulteriori approfondimenti. In questa sede si segnala semplicemente che, oltre alle traduzioni vere e proprie di alcune parti, si registrano utilizzi eterogenei dell’opera in alcuni testi di letteratura artistica del Settecento. Curiosa, ad esempio, è l’informazione riportata dallo stesso Orlandi in una delle lettere al Marmi (Lettera del 19 novembre 1718, Campori 1866, p. 186) riguardo al volume di Richardson: «Il sig. Richardson di Londra famosissimo ritrattista mi ha favorito del suo libro stampato in Londra nel 1715 intitolato Saggio sopra la teorica della pittura; ma è in linguaggio inglese. Nel fine poi del libro ha compilato dal mio Abecedario e descritti secolo per secolo i Pittori che fiorirono in quelli, gli anni di età e loro maestri […] non capita inglese a Bologna che non lo mandi da me con mille saluti». In ambito francese, dove nella seconda metà del XVIII secolo germogliano infiniti dizionari ed enciclopedie, si segnala a titolo esemplificativo che nella prefazione del Dictionnaire des artistes di Fontenai, si ricorda come fonte utilizzata l’Abcedario Pittorico: preziose, secondo l’autore, le informazioni relative agli scultori (Fontenai 1776, pp. VII-VIII).
[27] Tra gli esemplari chiosati si ricorda quello di Sebastiano Resta (a tal proposito si rimanda a Nicodemi 1956, che nel suo contributo ha trascritto anche le notazioni originali del pittore e Vannugli 1991), quello di Venanzio de Pagave appartenuto al Cicognara (Magrini 1990) e quello del conte Giacomo Carrara che avrebbe dovuto vedere la stampa per i tipi di Giambattista Pasquali, già editore della ristampa veneziana (per le vicissitudini dell’opera si rimanda a Magrini 1994).
[28] Pietro Guarienti, curioso personaggio a metà tra l’artista e il mercante, era nato a Verona nel 1678 e, dopo varie vicissitudini, nel 1746 viene nominato ispettore della Regia Galleria di Dresda. Per un profilo più approfondito si rimanda a Magrini 1994, pp. 284-285.
[29] Riguardo alle vicissitudini del manoscritto dopo la morte di Gabburri, si possono ricostruire in parte le tappe prima dell’arrivo nella Palatina. Nel 1782 apparteneva ancora ai della Stufa, eredi diretti della famiglia Gabburri, secondo quanto racconta Giuseppe Pelli Bencivenni nelle sue Efemeridi il 21 agosto 1782: «Doppo il Guarienti, che accrebbe l’Abecedario pittorico del padre Orlandi, non si è veduto nulla di quanto vi aggiunse il cavalier Gabburri, i di cui scritti sono in casa Stufa» (Efemeridi, consultabili, fino all’anno 1782, alla pagina www.bncf.firenze.sbn.it/pelli/it/progetto.html).
Nel 1803 il manoscritto era in possesso di Filippo Piale, che lo inviò a Parma dall’abate Zani che stava compilando la sua Enciclopedia delle Belle Arti (Zani 1819, p. 41).
Di estremo interesse è invece la preziosissima segnalazione riportata in una nota -passata inosservata agli studiosi- di un’edizione del 1829 della Vita di Benvenuto Cellini (della quale, tra l’altro, Gabburri possedeva uno dei manoscritti) curata da Francesco Tassi. In una nota del commento si ricorda l’ultimo possessore del manoscritto: «Il Gabburri nelle Vite MSS. dei Pittori, Scultori ed Architetti, possedute già dal rinomatissimo bibliografo Gaetano Poggiali e passate quindi nell’I. Palatina […]» (Cellini 1829, p. 102, nota 1). Gaetano Poggiali, bibliografo e collezionista di preziosi manoscritti, nonché amico e collaboratore di Giuseppe Molini, futuro bibliotecario della Palatina, morì nel 1816 e poco dopo la sua biblioteca passò per intero nella Palatina, secondo quanto ricordato anche dal volume del 1854 Intorno ad alcune opere di Leonardo Pisano matematico del secolo decimo terzo, dove in una nota si racconta come «nel 1819 Ferdinando III Granduca di Toscana acquistò dagli eredi del Signor Gaetano Poggiali una ricca collezione di manoscritti già posseduti dal medesimo Gaetano Poggiali e della quale facevano parte molti manoscritti già appartenuti alla Biblioteca Guadagni di Firenze. Questa collezione fu posta dal Granduca Ferdinando III nell’I. e R. Biblioteca Palatina, ov’essa ancora si conserva» (Boncompagni 1854, p. 337, nota 3). Ulteriori prove sul possesso delle Vite da parte del Poggiali sono dovute in primis al fatto che la stima della biblioteca Poggiali fu condotta proprio da quel Francesco Tassi che curò l’edizione celliniana (si veda il documento sulla stima conservato in BNCF: Manoscritti Poggiali); in seconda analisi alcuni manoscritti di letteratura artistica appartenuti a Gabburri erano parte della biblioteca Poggiali (si veda a tal proposito il contributo sulla Bibliografia gabburriana nel presente numero di «Studi di Memofonte»).
Nella consultazione del manoscritto non sono passate inosservate alcune notazioni laterali (rare, presenti soprattutto nel primo volume), stese con grafia diversa e individuabili da un segno di aggiunta mai utilizzato da Gabburri, con le quali si segnala la presenza di un altro manoscritto, probabilmente delle Vite. Solitamente sono chiose molto brevi nelle quali si appunta la discordanza di informazioni tra il manoscritto in questione e un’ulteriore possibile versione menzionata semplicemente come «altro manoscritto». Ovviamente tali notazioni a margine, registrate, forse, da uno dei possessori o da chi come l’abate Zani, si servì del manoscritto, suscitano curiosità e, nello stesso tempo, chiedono verifica.
[30] Il profilo del Gabburri è stato tratteggiato da Fabia Borroni Salvadori, che per prima ha pazientemente perlustrato il manoscritto delle Vite: anche se la datazione offerta dalla studiosa si è rivelata in parte errata, tale studio rimane sempre un documento di riferimento sull’opera dell’erudito (Borroni Salvadori 1974a); altri contributi più recenti hanno aggiunto nuovi dati e inserito il personaggio nel milieu artistico dell’epoca (vedi a tal proposito le voci redatte da Monbeig Goguel 1996 e Perini 1998 e gli ampi saggi di Zamboni 1996 e Barbolani di Montauto 2006). Numerosi altri studi hanno approfondito aspetti diversi della personalità di Gabburri (Turner 1993; Turner 2003; Barbolani di Montauto -Turner 2007); alcuni sulla sua attività all’interno dell’Accademia del Disegno e quindi come espositore nelle mostre fiorentine (Borroni Salvadori 1974b e Borroni Salvadori 1982). Altri saggi, concentrati su argomenti tangenti al Gabburri, hanno contribuito a mostrare la rete di rapporti intessuta dall’erudito: a tal proposito si rimanda a Bandera 1978a e 1978b; Coleman 2002 e Grisolia 2008. Per una rassegna completa delle fonti coeve dove è ricordato il Gabburri, si rimanda alla puntuale ricognizione bibliografica nella voce del DBI (Perini 1998, pp. 8-9).
[31] Borroni Salvadori 1974a.
[32] Negli ultimi anni alcuni studiosi hanno evidenziato come la stesura delle Vite si sia probabilmente concentrata negli anni ’30, adducendo come prova il celebre scambio di lettere datato 1732-33 tra Gabburri e Mariette. Il primo a ipotizzare tale cronologia era stato Ugo Procacci in un lontano contributo spesso dimenticato dagli studiosi (Procacci 1954); in seguito anche Bandera 1978a e 1978b; Tosi 1990; Spike 1993; Perini 1998 hanno seguito tale direttrice. In questo contributo si è cercato di offrire una datazione più precisa e certa in base a prove oggettive; le lettere tra i due eruditi sono state utilizzate come elemento di partenza per delineare un profilo più dettagliato riguardo alle fasi di stesura del manoscritto.



Last Updated ( Tuesday, 13 January 2009 )
 
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