Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Nella presente aggiunta all’Abcedario Pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura...

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Da una comparazione capillare tra le voci biografiche del Gabburri e quelle dell’Orlandi, si nota come le Vite siano una bozza di ristampa orlandiana, ma con un ampliamento di voci e di aggiunte mai registrato precedentemente. La prima parte di ogni voce è ricalcata dall’Abcedario dell’Orlandi: ma per distinguere i propri contributi originali da quelli ricopiati dal padre bolognese, Gabburri sottolinea le aggiunte, facilitando anche gli studiosi nell’individuazione delle parti nuove da quelle già stampate nell’Abcedario. Andando ad analizzare sul manoscritto e parallelamente, sul testo orlandiano, i casi in cui è presente l’informazione «vive nel presente anno 1719», si registra come tale affermazione sia in realtà una copia dalle voci orlandiane. La Borroni riportava come probabilmente fosse stato il Mariette a dare informazioni nel 1719 su Nicolas Bertin, Nicolas Cousou, Nicolas de Largillière: in realtà tali voci, con l’indicazione delle opere che servono per datare lo scritto intorno a quell’anno, sono già presenti nella seconda versione dell’Abcedario e probabilmente si devono alla generosità di Crozat, che, come abbiamo precedentemente visto, è il maggior informatore di Orlandi sugli artisti d’Oltralpe e soprattutto francesi. Anche per gli altri esempi riportati dalla studiosa, come Pompeo Agostino Aldobrandini che «vive felicemente a Roma nel 1719 dove non gli mancano nobili impieghi» o Rinaldo Botti che nel 1719 «sta travagliando» nel salone di casa Salviati, valgono le considerazioni spese per gli artisti francesi: tali informazioni sono già presenti nell’Abcedario pittorico del 1719. Sempre in una lettera a Marmi, Orlandi rassicura di inserire la voce riguardante proprio Rinaldo Botti: «Se poi Rinaldo Botti e Tonnelli sono sul buon gusto non mi ritiro dal servirli: dico bene che per i Signori Fiorentini vi vorrebbe un libro apposta, e la briga che lei si prende è molto laboriosa ed io ne confesso eterne obbligazioni [33]». In numerosi altri casi, lo scrupoloso Gabburri, quando scrive, parafrasando l’Orlandi, notazione del tipo «Vive ora», aggiunge poi sempre l’indicazione della data alla quale risale l’informazione: valga per tutti l’esempio di Gioseffo Antonio Castelli e Giacomo Lecchini che «vivono in Milano, cioè nel 1719 quando scrisse il padre maestro Orlandi».

La parte del manoscritto gabburriano riguardante gli Aggiunti a ciascuna lettera, riportano invece voci biografiche non presenti nell’Abcedario e risultano prive di sottolineatura: in questo caso il Gabburri non ha evidenziato le parti copiate da quelle aggiunte, in quanto il testo di tutte le biografie non è desunto dall’Abcedario orlandiano. In realtà alcune di queste voci presenti negli Aggiunti sono una copia da una precisa edizione dell’Abcedario: quella napoletana del 1731. A rivelarlo è lo stesso Gabburri, sempre puntiglioso e scrupoloso nel segnalare la bibliografia consultata: per tutte le voci riportate da questa edizione, Gabburri ricorda che l’informazione è tratta da «Angelo Vocola, nell’aggiunta all’Abcedario pittorico del padre maestro Orlandi, ristampato in Napoli nel 1731». Tale notazione è particolarmente significativa perché probabilmente l’autore, nel momento in cui scrive il suo Abcedario, ha davanti tale edizione [34]; edizione che conserva per le biografie orlandiane il testo del 1719, con la sola differenza delle aggiunte in fondo di alcune vite. Angelo Vocola non è l’autore delle aggiunte, ma l’editore; l’autore è Antonio Roviglione, che frequenta la bottega del Solimena e per questo riporta in questa aggiunta notazioni originali soprattutto per i pittori della scuola del maestro [35].

L’utilizzo di tale edizione da parte del Gabburri comporta riflessioni sia riguardo la cronologia del manoscritto che gli interessi del collezionista inseriti nella cultura artistica dell’epoca. In quel periodo Napoli sta crescendo come centro editoriale [36], gli artisti napoletani diventano sempre più rilevanti, soprattutto nel contesto fiorentino [37], ma ancora nei primi decenni del 1700 non era presente una trattazione esaustiva e organica delle vite dei pittori partenopei. Gabburri, come possiamo registrare dalle citazione bibliografiche presenti nella sua opera, riesce a collazionare o anche solo visionare un numero veramente rilevante di testi di letteratura artistica, molti di questi appena stampati o rari, arrivando a coprire tutte le aree geografiche di interesse, dalla Spagna all’Inghilterra, dalla Francia all’Olanda, mentre per l’Italia l’accuratezza e la precisione comporta addirittura guide o manoscritti di città più piccole, come Messina o Volterra.

Per Napoli la situazione era meno rosea, Gabburri dispone principalmente della guida del Sarnelli; per la vita del Giordano ha recuperato l’ampia biografia presente nella ristampa napoletana delle vite del Bellori del 1728 [38], ma le Vite del De Dominici iniziano ad essere edite sono nel 1742 [39] e quindi le aggiunte con alcune voci di napoletani presenti nell’Abbecedario del 1731 dovettero sembrare rilevanti alla penna del Gabburri, dal momento che anche a Firenze era stata pubblicata un’edizione nel 1731.

Da un punto di vista cronologico, invece, l’indicazione dell’edizione consultata può essere uno spunto per cercare di datare più precisamente l’opera. Sicuramente le carte con «Aggiunti alla lettera …», presenti a seguito di ogni lettera, sono posteriori al 1731, in quanto le voci provenienti dall’edizione napoletana dell’Abcedario sono perfettamente inframezzate tra le altre vite nella mezza colonna scritta a destra; mai se ne rileva la presenza nella colonna a sinistra, dedicata alle notazioni aggiunte successivamente nel corso degli anni. Per le altre parti del manoscritto, cioè la parte più ingente, che presenta, lettera per lettera, la riproposizione delle vite orlandiane considerevolmente ampliate ed emendate, possiamo intanto individuar un termine post-quem: il 1719, in quanto, come abbiamo visto, le Vite copiano il testo della seconda versione dell’Orlandi.

Analizzando il catalogo della biblioteca gabburriana del 1722 [40], che elenca i testi di letteratura artistica posseduti fino a quella data, è riportata l’edizione dell’Abcedario pittorico del 1704, ma non quella del 1719: se avesse iniziato a stendere le Vite in quegli anni, sarebbe risultato molto strano che il nostro erudito non possedesse l’edizione dalla quale ha tratto le sue fatiche. Molto probabilmente Gabburri ha posseduto quella del 1704 e poi quella del 1731, che, come abbiamo detto più volte, nella parte delle voci biografiche è identica a quella del 1719: è verosimile quindi che Gabburri non abbia iniziato a stendere le sue Vite prima del 1731. Incrociando tali ipotesi con le informazioni ricavabili dal celebre scambio di lettere Gabburri-Mariette tra l’ottobre del 1732 e il giugno del 1733 si evidenzia come proprio in quel preciso momento Gabburri comunicasse all’erudito francese la volontà di far ristampare l’Abcedario:

Se non è un abusarsi della vostra gentilezza, mi avanzerei a pregarvi che mi faceste il favore di farmi una nota dei pittori, scultori, architetti e intagliatori in rame, che ora vivono in Francia, indicando la nascita e il loro valore, con quelle particolarità che a voi parranno più proprie, ma nel medesimo tempo con la maggior brevità che sia possibile, pensando io di far ristampare l’Abbecedario Pittorico del padre Orlandi, con tutto che sia stato ristampato adesso in Napoli con delle aggiunte. [41]

 

In risposta, Mariette elogia i propositi, affermando: 

Sarebbe in verità molto opportuno che una persona intelligente come voi si pigliasse la cura d’una nuova edizione dell’Abbecedario Pittorico dell’Orlandi. Questo è un libro utile ma che è tanto pieno di sbagli, che non se ne può fare uso nessuno, se non si hanno i libri originali che egli cita. Gli estratti che egli ne dà sono per la maggior parte infedeli e tronchi; e inoltre vi manca un’infinità di cose. Io avevo disegnato di tradurlo in franzese, ma la difficoltà di questo lavoro me n’ha fatta passar la voglia.[42]

 


[33] Campori 1866, p. 181.
[34] Quasi sicuramente Gabburri non conosceva l’edizione napoletana del 1733, che differisce da quella del 1731 per la lunga vita del Solimena in apertura dell’opera: infatti nella biografia del Solimena scritta dal Gabburri nelle sue Vite non sono riportate le informazioni contenute nell’Abcedario del 1733.
[35] Si veda a tal proposito Morisani 1941 e Morisani 1951.
[36] Chiara Zamboni nel saggio del 1996 segnalava il ritrovamento di un archivio privato di Gabburri fino a quel momento sconosciuto (oggi, almeno in gran parte, nella Fondation Custodia a Parigi; per ulteriori approfondimenti si consiglia il contributo di Nastasi nel presente numero di «Studi di Memofonte», nota 4): tra le mille informazioni ricavabili, interessante è la notizia di una serie di documenti che attestano la corrispondenza di Gabburri con i principali librai di Napoli, Venezia, Bologna, Roma e delle relative ricevute d’acquisto (Zamboni 1996, p. 44).
[37] A tal proposito si ricorda che la ristampa fiorentina dell’Abcedario (Orlandi 1731a) a cura di Giorgio Ubaldi era dedicata proprio a un pittore napoletano, ovvero Francesco Mura.
Per quanto riguarda la fortuna dei pittori napoletani a Firenze dalla fine del Seicento si ricorda la precoce segnalazione di Longhi (Longhi 1956), colpito dalla prevalenza di pittori partenopei nella collezione di Andrea e Lorenzo Del Rosso, nonché la recente mostra dedicata alla Pittura napoletana del Seicento nelle collezioni fiorentine (Fumagalli 2007). Per un approfondimento del tema e una rassegna bibliografica più ampia, si veda il sito della Fondazione Memofonte nella pagina dedicata alla collezione Del Rosso, all’interno della sezione Collezioni toscane dei Secoli XVI-XIX (www.memofonte.it).
[38] Per la rassegna delle fonti, edite e manoscritte, utilizzate da Gabburri per stendere la sua opera si rimanda al contributo Bibliografia gabburriana nel presente numero di «Studi di Memofonte».
[39] De Dominici 1742-1744.
[40] A tal proposito si veda Descrizione dei disegni 1722.
[41] Bottari-Ticozzi 1822, pp. 385-386.
[42] Bottari-Ticozzi 1822, p. 400.



Last Updated ( Tuesday, 13 January 2009 )
 
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