Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Nella presente aggiunta all’Abcedario Pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura...

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Se Gabburri avesse maturato già molto tempo prima tale risoluzione, probabilmente l’avrebbe comunicata precedentemente all’intellettuale francese; forse la visione della prima ristampa dell’Abcedario realizzata dopo la morte dell’Orlandi, con una buona aggiunta finale di imprinting napoletano, ma mancante di correzioni al testo orlandiano, può aver incoraggiato il Nostro in un’impresa alla quale pensava da tempo. Probabilmente all’inizio non sperava nella vastità di materiale che avrebbe potuto disporre per redigere note aggiuntive all’Abcedario: forse la prima intenzione era di postillare l’Abcedario con l’indicazione di errori o brevi aggiornamenti, con l’inserzione di alcune voci in aggiunta, tanto da richiedere informazioni a Mariette, «ma con la maggiore brevità che sia possibile». Il compendio di informazioni diventa, nel corso degli anni, sempre maggiore: le attuali aggiunte gaburriane all’Orlandi sono talmente imponenti da costituire un’opera letteraria a sé, e non postille a un esemplare dell’Abcedario pittorico.

        Una prova ulteriore per individuare la cronologia dell’opera e le fasi di lavoro si può ottenere con la consultazione del testo delle vite digitalizzato, che aiuta largamente lo studioso soprattutto per quanto riguarda la ricerca di occorrenze nominali e numeriche. Interrogando il testo trascritto con la richiesta relativa agli anni compresi tra 1720 e il 1732, si legge chiaramente come ogni volta che vengono nominati anni compresi tra questo intervallo, non vi è mai un’indicazione al presente, come «sta lavorando» o «vive nel presente anno», ma sempre al passato.

Indagando puntualmente sul 1733, iniziano a comparire notazioni come «viveva nel 1733» non seguiti da una bibliografia che aiuterebbe nell’individuazione di una cronologia ma dall’indicazione che tali informazioni sono giunte da notazioni manoscritte o di altra natura. Esempi si ritrovano nella vita di Floriano Valla, dove viene semplicemente scritto che «Viveva ed operava in patria nel 1733»; o in quella di un tale Gilé provenzale, nato in Nansi di Lorena, che «Viveva in patria nel 1733 d’anni 55 in circa. Manoscritto». Tali informazioni possono far ipotizzare che fin dai primi anni trenta Gabburri inizi a collazionare e richiedere informazioni per stendere le sue Vite, materiali che poi rielabora a pieno verso la metà degli anni Trenta e a cui dedica gran parte del suo tempo tra il 1738 e il 1742 (anno nominato una sola volta in tutto il manoscritto). In corrispondenza infatti degli anni 1738-1739 si moltiplicano diciture che mostrano come effettivamente il Gabburri stesse scrivendo in quei precisi anni: soprattutto nella lettera A, B e C si ritrova continuamente il 1738 associato alle parole «presente anno» e il 1739 nelle lettere successive. A una prima stesura delle vite seguì sicuramente un lavoro continuo ed intenso di aggiornamento bibliografico, ampliamento, correzioni: un numero esponenziale di aggiunte, datate (sia perché vengono riportati gli anni precisi dal Gabburri, sia perché nomina testi editi per la prima volta in quegli anni) 1740 e 1741 infittiscono il manoscritto, soprattutto nella colonna sinistra delle carte, dedicate alle aggiunte posteriori. Tali notazioni, spesso redatte con una calligrafia più minuta arrivano, in alcuni casi, a riempire quasi con horror vacui ogni centimetro del manoscritto. L’alluvione del 1966, che, come è noto, andò a danneggiare anche il manoscritto delle Vite del Gabburri, ha colpito soprattutto queste parti, essendo molto abbondante l’inchiostro presente sulla carta. In molti casi, soprattutto nel primo volume, tali parti sono lacerate del tutto o difficilmente leggibili: fortunatamente prima del 1966 fu realizzato dalla Scuola Normale di Pisa un microfilm, ora di proprietà della Fondazione Memofonte e reso pubblico nel sito che ospita la trascrizione delle Vite, che ha permesso di trascrivere anche le parti perse e, di conseguenza, studiarle con la presente ricerca.

L’elaborazione continua e intensa delle Vite tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta del Settecento, è confermata anche dalla miscellanea di appunti e lettere conservate nel fondo Palatino 1198 e 1195, che costituiscono materiale eterogeneo e fogli di lavoro per la stesura del manoscritto. Tra le numerose informazioni ricavabili, offriamo qui un esempio paradigmatico di come Gabburri possa aver compilato le voci biografiche di alcuni artisti di ambito romano non presenti nell’Orlandi. In un appunto del fondo 1198 si legge:

Al Signor Abate Giovanni Battista Costantini in Roma.

Angeluccio Dei, paesi. Saper chi sia.

Angelo Beinaschi. Saper se viva qui in Roma, o quando sia morto.

Enrico Spagnolo detto già in Roma Enrico delle marine. Sapere il suo casato e il tempo preciso della sua morte e il luogo.

Antonio Antonozzi anconitano. Sapere il tempo preciso della sua nascita, come pure altre particolari notizie circa al suo valore nella professione e circa alla sua vita e costumi.

Monsù Schugaans. Si desidera sapere il nome dal Baglione, la patria, il tempo della nascita, il maestro o maestri, se viva e dove e altre notizie della sua abilità.

Monsù Aurora franzese. Si desiderano le sopradette notizie [43].

 

Scorrendo il fondo, più avanti si ritrova la risposta di Giovanni Battista Costantini, che per ogni artista ha fornito le indicazioni chieste da Gabburri. In particolare citiamo le informazioni relative al pittore Antoniazzi:

Francesco no Antonio Antonozzi, nacque in Loreto il di lui padre di nome Giovanni Battista fu ancor’esso pittore di mediocrità, da ragazzo studiò un poco in Roma d’indi ritornò alla patria. Nell’anno poi 1724 ritornò a Roma indirizzato a me, che li feci fare moltissime opere dalla quali prese buon credito e con tutto che fosse esso figurista a segno che fece un quadro d’altare nella chiesa di San Nicolò de Lorenesi qui in Roma ad ogni modo s’applicò, e per meglio dire continuò a fare li Paesi con le figurine in una maniera assai vaga terminata e toccata di buonissimo gusto essendo l’opere sue in buonissima stima si ritrova però poverello al fine della sua vita essendo il suo male irrimediabile per essere di etisia e sarà nell’età di 56 anni [44].

 

Tali informazioni sono tradotte puntualmente nelle Vite, con l’indicazione esatta della provenienza delle indicazioni:

Francesco Antonozzi anconitano, pittore di paesi e figure. Studiò sotto Carlo Maratti di figure, e si vede in tal genere un suo bel quadro d’altare nella chiesa di San Niccolino de’ Lorenesi in Roma. Datosi poi al dipigner paesi, è riescito un uomo celebre al pari di Andrea Lucatelli, di ogni altro paesista dei suoi tempi. Vive in Roma nel 1741 in età di circa anni 56, ma disperata la sua salute per essere caduto in etisia. Il signor abate Giovanni Batista Costantini, in alcune suo notizie manoscritte a me cortesemente comunicate, scrive che nacque in Loreto da Giovanni Batista suo padre, pittore ancor esso ma però mediocre. Da ragazzo passò in Roma, indi tornò alla patria, ma nel 1724, fatto nuovamente ritorno in Roma e raccomandato al predetto signor abate, in breve divenne valentuomo, datosi a dipigner paesi con graziosissime figurine, con maniera assai vaga, terminata e toccata di buonissimo gusto. Le opere sue sono in grandissima stima nella città di Roma [45].

 

Gli eterogenei materiali sono utili anche per capire quali informazioni Gabburri richiedesse alla sua fitta rete di corrispondenti, informazioni che in alcuni casi riversò nelle sue Vite, in altri probabilmente non ebbe il tempo. Dall’analisi comparata tra il manoscritto del Gabburri e il testo dell’Orlandi, oltre alle considerazioni relative alla cronologia, nascono riflessioni soprattutto sulla tipologia delle aggiunte gabburriane: solo estraendo, frase per frase, paragrafo per paragrafo, le parti originali gabburriane è possibile provare a leggere storicamente l’opera e, in seguito, a collegarla con le altre ristampe dell’Abcedario o con altri tentativi di alfabeti pittorici.

La comparazione è stata effettuata in gran parte affiancando le immagini del manoscritto originale con la trascrizione digitale e con l’edizione napoletana dell’Abcedario: sul documento di trascrizione sono state evidenziate con un colore diverso le parti aggiunte da Gabburri; si è proceduto quindi all’individuazione dei temi ricorrenti enucleati dalla penna dell’erudito.

Occorre innanzitutto procedere a una divisione tra l’analisi delle parti originali [46] addizionate alle voci biografiche presenti già nell’Orlandi e le biografie inserite ex-novo, presenti nei sopra ricordati Aggiunti a ciascuna lettera.

Nel primo caso possiamo analizzare la tipologia di informazioni che Gabburri ritiene necessario addizionare al compendio orlandiano, il dialogo che l’erudito instaura capillarmente con l’autore dell’Abcedario, la metodologia di lavoro nella collazione di fonti e informazioni. Nel secondo, è utile capire quali tipologie di biografie Gabburri sceglie di inserire nel suo alfabeto.

Partendo da quest’ultimo caso, oltre alle ovvie considerazioni che un numero considerevole di voci aggiunte corrisponde ai nomi di artisti contemporanei all’autore (non ancora conosciuti al tempo dell’Orlandi), o a quelle inserite in appendice all’edizione dell’Abcedario del 1731 da Antonio Roviglione, si registrano significative novità. Molte voci aggiunte sono dedicate a figure di donne virtuose che nel passato o nel presente si sono dilettate di pittura o abbiano abbracciato completamente tale professione; altre ricordano come personaggi illustri, dall’antichità all’epoca del Gabburri, si siano appassionati all’arte: nel novero dei numerosi ottimi «dilettanti», l’erudito inserisce principi e imperatori, non dimenticando Dante Alighieri. Molti nomi sono poi ripescati da una lettura attenta di fonti, come Vasari o Baldinucci, che Gabburri conosce a memoria: un nugolo di artisti dimenticati dall’Orlandi sono «riscoperti» nelle Vite; tali artisti hanno spesso la particolarità di non essere pittori, scultori, architetti, ma di dedicarsi ad arti così dette «minori», probabilmente di poca rilevanza per il padre maestro bolognese, ma degne di interesse per l’erudito fiorentino. Dall’oblio Gabburri salva miniatori, mosaicisti, cesellatori, fonditori di metalli, argentieri, ricamatori, figuristi di «grottesche e cartelloni», artisti eccellenti «nel toccare in penna e nello scrivere», nel «lavorar legnami per commesse», nel «fabbricar macchine per commedie», come specchi ed occhiali. L’attenzione per le arti applicate si concretizza anche in un uso preciso del lessico artistico, utilizzato nell’indicazione puntuale della particolare tecnica impiegata dall’artista; una terminologia specifica si registra, inoltre, nei casi in cui Gabburri tratta dell’arte incisoria, tecnica che occupa un posto speciale nelle Vite [47]. Proprio in relazione a quest’ultima considerazione, si segnala come molte delle vite aggiunte siano proprio di incisori: Orlandi aveva raccolto i nomi dei vari incisori in un elenco stringato ed alfabetico in appendice all’Abcedario; Gabburri «riabilita» la categoria inserendo le vite di tutti gli incisori ritrovati insieme alle voci biografiche degli altri artisti.

Dalle voci aggiunte si nota come Gabburri nutrisse un’attenzione particolare anche per i pittori stranieri: fiamminghi, ricordati attraverso una molteplicità di fonti aggiornate [48]; spagnoli, descritti largamente attraverso il Museo Pittorico del Palomino (edito tra il 1715 e il 1724) o, in misura minore, dal Butron; francesi, tratti dalle opere coeve del Félibien, di Piganiol de la Force, di Roger de Piles, di Florent Le Comte e dalla guida, meno nota, del Nemeitz [49]. A tal proposito si ricorda come Crozat, nella lettera precedentemente citata, sottolineasse ad Orlandi la mancanza proprio di queste voci, che limitavano il respiro europeo di cui avrebbe potuto godere l’utile opera. Il diverso idioma non spaventa Gabburri come Orlandi, che, aiutato probabilmente da abili traduttori, può servirsi di opere appena stampate scritte in francese, olandese, inglese, spagnolo. Una delle ricchezze delle Vite, che pur si presentano nella maggior parte dei casi come un’opera di collazione e riproposizione di fonti già edite, risiede proprio nell’incredibile numero di letteratura, di natura e provenienza eterogenea (dalle guide alle biografie, dagli opuscoli ai cataloghi di stampe, dalle lettere agli annali storici), rari o manoscritti, che Gabburri riesce direttamente o indirettamente a visionare. Le informazioni contenute nella bibliografia gaburriana non sono utilizzate solo per trovare nuove voci biografiche da inserire nel suo alfabeto, ma anche e soprattutto per aggiungere notizie, controllare e verificare informazioni, individuare ed emendare gli errori dell’Orlandi nelle voci biografiche dell’Abcedario pittorico.


[43] Zibaldone 1198, [c. 77].
[44] Zibaldone 1198, [c. 106].
[45] Vite di pittori, vita di «Francesco Antonozzi» [p. 1057 -II- C_283R].
[46] Con il termine «originali» si indicano tout-court le frasi aggiunte al testo orlandiano, che non sempre costituiscono dei contributi innovativi, ma molte volte sono informazioni ricalcate da altre fonti.
[47] Si veda a tal proposito il contributo di Nastasi nel presente numero di «Studi di Memofonte».
[48] Per un approfondimento si rimanda al contributo di Gelli nel presente numero di «Studi di Memofonte».
[49] Anche in questo caso si rimanda al contributo sulla Bibliografia gabburriana nel presente numero di «Studi di Memofonte».



Last Updated ( Tuesday, 13 January 2009 )
 
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