Contenuti arrow Numero 1, 2008 arrow «Nella presente aggiunta all’Abcedario Pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura...

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Come sopra ricordato, le aggiunte di Gabburri in quest’ultimo caso si presentano con un sottile lavoro di incastro, solitamente con una struttura che si ripete: all’inizio l’erudito propone la trascrizione della voce orlandiana modificata in qualche termine ma sostanzialmente identica (talvolta aggiunge un nome o un aggettivo che qualifica positivamente o negativamente l’operato di un artista, altre volte, utilizza un lessico più specifico in campo tecnico); a seguire è presente un’aggiunta del Gabburri che si concretizza in topoi ricorrenti:

  -  informazioni originali e interessanti su artisti contemporanei o opere di non contemporanei viste direttamente in collezioni o edifici fiorentini (che costituiscono, naturalmente, le parti più utilizzate e studiate fino ad ora) [50];

  -  confutazioni dell’Orlandi e prese di posizioni nella querelle tra storiografi del passato (come si evidenzierà tra breve);

  -  informazioni sull’attività incisoria degli artisti o sulle stampe che traducono disegni e opere dei pittori, con un’attenzione anche per l’editoria e i frontespizi (questa, tra le tipologia di aggiunte, costituisce uno dei nuclei dominanti);

  -  annotazioni frequentissime sui ritratti o autoritratti dei pittori, al punto che spesso sono le sole opere nominate all’interno di una singola voce biografica (in conformità con la tradizione granducale di collezionismo di autoritratti, con la prassi dell’Accademia [51] e con il gusto collezionistico di Gabburri [52]);

  -  note capillari sulle accademie e in particolare sull’Accademia fiorentina; parallelamente coglie ogni occasione per ribadire l’importanza del gesso come strumento didattico e del disegno, visto come esercizio continuo, come prezioso prodotto artistico da collezionare, come strumento, agile e trasportabile, per comprendere la validità di un artista;

  -  aneddotica di nessun valore su morti esemplari o particolari rapporti interpersonali.

Ogni vita è solitamente chiusa con un resoconto di tipo bibliografico nel quale è riportato capillarmente tutte le volte che nei testi di letteratura artistica è nominato l’artista in questione, con l’indicazione esatta della pagina all’interno del volume.

Soprattutto nei primi tre tomi delle Vite, a una prima stesura di aggiunte se ne addiziona un’altra, databile tra il 1739-1741, che presenta ulteriori aggiornamenti informativi e bibliografici.

Il regesto bibliografico gabburriano, oltre ad evidenziare la già ricordata conoscenza delle fonti straniere coeve, mette in luce, rispetto al metodo di Orlandi, la preminenza della storiografia fiorentina, l’attenzione per la periegetica, l’elevazione di una stampa o di un disegno a repertorio bibliografico [53], la fitta rete di collaboratori e informatori che gli inviano informazioni manoscritte sui pittori della loro città [54]. Quest’ultime sono sempre citate come se fossero fonti stampate: Gabburri è particolarmente scrupoloso nell’indicazione dei testi o dei documenti sui quali si appoggiano le sue informazioni e l’assenza di tale meticolosità nell’Abcedario è una delle maggiori critiche che l’erudito muove al padre maestro Orlandi. In coda al regesto bibliografico di ciascuna voce, spesso sono presenti notazioni sulle inesattezze di Orlandi contenute nella parte appena trascritta: talvolta errori banali di date e luoghi, altre volte le critiche si concretizzano in una vera e propria filippica dal sapore fiorentinocentrico. Nella vita di Andrea Carlo Boulle, del quale non ha altra informazione se non quelle di Orlandi, commenta:

Sarà verissimo quanto sopra è scritto, ma il padre maestro Orlandi ebbe di Parigi tutta questa Vita, ed egli non fece altro se non tradurla dalla lingua franzese nell’italiana fidandosi ciecamente senza altre notizie [55].

 

 Di simile impianto è la critica agli elogi spesi per il senese Gioseffo Pinacci:

Fu uomo di qualche abilità nelle battaglie ma non tale però da meritare gli elogi, che ne fa il padre maestro Orlandi, il quale è molto probabile che non abbia fatto altro che copiare ciò che gli sarà stato scritto da qualche parziale del Pinacci e forse da lui medesimo [56].

 

La penna di Gabburri diventa pungente quando le inesattezze o la laconicità di taluni commenti riguardano artisti fiorentini, per cui Angelo Bronzino ed altri non sono messi «in veduta tanto che basti»; nella vita di Giovanni da San Giovanni sono presenti numerosi errori in quanto:

[…] il padre maestro Orlandi doveva prendere le notizie di questo grandissimo valentuomo dalla città di Firenze e non fidarsi ciecamente di ciò che lasciò scritto il Baglioni, perché realmente ambidue hanno errato grandemente nel descrivere questa Vita [57].

 

La difesa gabburriana è estesa all’illustre tradizione di storiografia artistica della città toscana. Vasari è difeso ogni qual volta Orlandi, sulla scia del conterraneo Malvasia, avanza perplessità o polemiche: nella vita di Cesare da Sesto, ad esempio, il padre maestro confuta Vasari in quanto l’artista in questione e Cesare da Milano sono per lui lo stesso pittore:

Poteva dire il padre maestro Orlandi che dubitava che Cesare da Sesto e Cesare da Milano fosse lo stesso, non già asserire con tanta franchezza che aveva ritrovato lui queste verità, perché senza alcun documento, egli da sé solo, non fa veruna autorità la sua asserzione. Da Sesto a Milano vi è un gran tratto ed è più verisimile, e più probabile che sapesse il vero il Vasari che dice da Sesto, per essere egli più vicino a quei tempi che il padre maestro Orlandi il quale ha scritto tanti e tanti anni dopo, che in questo caso non porta veruna autorità e che ha pigliato tanti sbagli considerabili a fronte dello stesso Vasari [58].

 

O, ancor più esplicitamente, nella vita di Correggio:

Che il Vasari possa aver pigliato degli sbagli, concedasi. Ma quale è quello scrittore che non ne prenda. Il medesimo padre Orlandi, se egli ritornasse al mondo, vedrebbe quanti ne ha presi, come purtroppo lo vedono ancora gli altri. Che poi il Vasari abbia messo in cielo empireo, alcuni professori di poco merito, solo per esser toscani, può essere, ma ciò non si può provare da noi concludentemente, e bisognerebbe poterla discorrere collo stesso Vasari, e sentire ancora la di lui ragione [59].

 


 

[50] Come ricordato precedentemente, le Vite hanno visto nel corso degli ultimi decenni una visitazione assai frequente da parte degli studiosi, che in alcuni casi hanno trascritto interamente alcune delle voci biografiche. Tra questi si ricorda Procacci 1954; Lankheit 1962; Bandera 1978a e Bandera 1978b; Tosi 1990; Spike 1993; Perini 1994; Zamboni 1996; Grisolia 2008.
[51] Chiara Zamboni (Zamboni 1996, p. 62, nota 18) ricorda come «in quel tempo fu istituito il quadro di prova, che consisteva generalmente in un autoritratto per l’ammissione degli artisti alla prestigiosa Accademia fiorentina del disegno; è presumibile che tale esame si svolgesse nell’abitazione del Cav. Gabburri, Luogotenente per ben un decennio dell’Accademia stessa, che svolgeva un ruolo di ritrovo nel mondo artistico e culturale del tempo».
[52] Gabburri, come è noto, possedeva una collezione di autoritratti di pittori, a cui aveva dedicato un’intera stanza della sua abitazione. A tal proposito si rimanda a Turner 1993 e Turner 2003.
[53] Si veda a tal proposito il contributo di Nastasi nel presente numero di «Studi di Memofonte».
[54] Per un ulteriore approfondimento si rimanda a Borroni Salvadori 1974a; Barbolani di Montauto 2006; Zibaldone 1198 e Zibaldone 1195.
[55] Vite di pittori, vita di «Andrea Carlo Boulle» [p. 175 – I – C_097R].
[56] Vite di pittori, vita di «Gioseffo Pinacci» [p. 1118 – III – C_028V].
[57] Vite di pittori, vita di «Giovanni da San Giovanni» [p. 1143 – III – C_041R].
[58] Vite di pittori, vita di «Cesare da Sesto» [p. 549 – II – C_026R].
[59] Vite di pittori, vita di «Antonio Allegri» [p. 210 – I – C_122V].



Last Updated ( Tuesday, 13 January 2009 )
 
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