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«Nella presente aggiunta all’Abcedario Pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura delle Vite gabburriane

Alessia Cecconi

«Questi son libri che subito terminati sono imperfetti»
Padre Coronelli in una lettera a Antonio Pellegrino Orlandi

Fino ad oggi le Vite di Francesco Maria Niccolò Gabburri sono state lette e ricercate avidamente dai moderni dilettanti ed eruditi come un prezioso manoscritto da cui trarre notizie originali per gli artisti del primo Settecento. In questo contributo si propone, al contrario, di rileggere l’impresa gabburriana inserendola nella più ampia cultura settecentesca di letteratura artistica, all’interno di un genere affermato e di larga fortuna come quello degli abbecedari.

Il primo punto è analizzare le Vite non come un lavoro parallelo all’Abcedario del padre maestro Orlandi, come più volte rimarcato, ma come un vero e proprio tentativo, un’impresa di dare alle stampe una riedizione dell’alfabeto orlandiano emendata da numerosi errori, con cospicue aggiunte per ogni pittore, migliaia di voci in più rispetto all’Abcedario pittorico e un aggiornamento bibliografico degno di nota. Comparando capillarmente le Vite, voce per voce, al testo orlandiano, analisi resa molto più agevole dalla trascrizione e informatizzazione del manoscritto, è possibile in primis fornire una datazione dell’opera più precisa rispetto alla cronologia finora proposta, ricostruire le fasi di stesura che contraddistinguono la metodologia di lavoro gabburriana e, soprattutto, individuare le parti del testo originali, che non si presentano come una mera trascrizione delle biografie orlandiane. Prendendo in esame i soli contributi del Gabburri, aggiunti e intramezzati in un abile lavoro di incastro alla massa di informazioni tratte dall’Abcedario, è possibile leggere criticamente il testo, capirne il valore e i limiti, individuare i topoi ricorrenti connessi alla cultura e agli interessi dell’autore. Una volta individuati i nuclei originali dell’opera, si può procedere a un lavoro di comparazione con altri testi che afferiscono allo stesso genere letterario: l’ulteriore analisi parallela offre spunti per una lettura storica del testo e del genere degli alfabeti pittorici.

Per l’analisi proposta in questo contributo, partiamo dalla base e primo foglio di lavoro gabburriano, ovvero il testo di Orlandi, per poi provare ad aggiungere e sedimentare, passo passo, nuove informazioni utili alla comprensione del manoscritto in questione.

Quando, nel 1704, Antonio Pellegrino Orlandi [1] diede alle stampe nella sua Bologna l’Abcedario Pittorico, probabilmente non avrebbe mai immaginato che tale fatica potesse registrare, nel corso del Settecento, tante critiche quante attestazioni di utilità. Angelo Comolli esclamava, circa ottanta anni dopo: «Io sfido tutte le opere stampate che esistono e che esisteranno a vantare tanti supplementi de’ supplementi, e aggiunte delle aggiunte, quanto ne vanta l’Abecedario pittorico [2]».

Dell’utilità e dei limiti dell’opera se ne accorse presto lo stesso Orlandi, che nel 1719, sempre per i tipi bolognesi di Costantino Pisarri, presentò un’edizione aggiornata dell’Abcedario, notevolmente accresciuta e ampliata sia nelle voci biografiche che negli apparati: sulla struttura di questa seconda versione sono state elaborate, dopo la sua morte, tutte le «aggiunte delle aggiunte» ricordate precedentemente. L’Abcedario del 1704, con un elegante frontespizio dello Zannotti (Fig. 1), si presenta come un dizionario biografico nel quale, come asserisce l’autore, «compendiosamente sono descritte le Patrie, i Maestri, ed i tempi, ne’ quali fiorirono circa quattro mila Professori di Pittura, di Scultura e d’Architettura». Oltre alle voci biografiche, sia di artisti «antichissimi» che «antichi, moderni e viventi», disposte «in Alfabetto per maggior facilità dei Dilettanti» il testo è corredato, nella parte finale, da cinque tavole: la I, con la concordanza tra nomi degli artisti e relativi cognomi o soprannomi; la II, con una bibliografia dei libri riguardanti la pittura e le vite dei pittori e scultori; la III con l’indicazione dei volumi su prospettiva e architettura; la IV con i «libri utili e necessari a studiosi del disegno» e infine la V, forse la più preziosa, con le «Cifre, e Marche legate, e sciolte usate dagl’Inventori e dagl’Intagliatori nelle Stampe, con le spiegazioni loro».


[1] Sulla figura di Antonio Pellegrino Orlandi si veda il ritratto che ne dà Giovanni Fantuzzi (Fantuzzi 1788, pp. 191-197) comprensivo dell’elenco delle opere edite e manoscritte, anche se l’indicazione delle ristampe dell’Abcedario non è completa, e quello che traccia Paolo Tinti (Orlandi 2005) nell’introduzione critica alla ristampa anastatica del testo orlandiano Origine e progressi della stampa. Interessante, ma non analizzata nel presente contributo, è la miscellanea di documenti orlandiani presenti a Bologna, disseminati tra la Biblioteca Universitaria e l’Archiginnasio, che raccolgono manoscritti, opere inedite, lettere e alcuni libri che appartennero alla sua ricca biblioteca. In particolare si segnala la presenza (Bibl. Universitaria, Bologna, coll. 1865) di un fascicolo con «Memorie e lettere al P.D. Pellegrino Orlandi Carmelitano», cart., ca. 1700-1723, significativo per ricostruire la formazione delle prime due edizioni dell’Abcedario. Per una rassegna archivistica più precisa, si rimanda ad Orlandi 2005, note 11, 12, 13, 14, 17 nella già ricordata introduzione del Tinti. Per le edizioni orlandiane si veda anche Schlosser 1999, p. 508. Notizie sull’Orlandi si ricavano anche da Bosi 1859, dove, nell’appendice, sono riportate le biografie di artisti bolognesi tratte dall’Abcedario; Buscaroli 1937, pp. 30-34; Grassi 1979, p. 38; Sciolla 1984; Sciolla 1989 e Sciolla 1993, pp. 27-28; su esemplari dell’Abcedario chiosati da importanti personalità si veda Nicodemi 1956; Vannugli 1991; Magrini 1990 e Magrini 1994; sulle edizioni napoletane dell’opera, si veda Morisani 1941 e Morisani 1951, come trattato più oltre. Recentemente (Plantenga 2007) è stata condotta una tesi dal titolo Tra tradizione e innovazione: sulla vita e le attività culturali di Pellegrino Antonio Orlandi (1660-1727) e la composizione dell’Abcedario Pittorico (1704), conservata presso la biblioteca dell’Istituto Olandese di Firenze.
[2] Citazione presente in Comolli 1788, p. 105; si vedano inoltre le pp. 94-105.



Last Updated ( Tuesday, 13 January 2009 )
 
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