Contenuti arrow Numero 2, 2009 arrow Roma 1587. La dispersione della quadreria estense e gli acquisti del cardinale Ferdinando de’ Medici

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Della Sacra Famiglia con l’agnellino, d’altronde, lo stesso Ippolito aveva fatto eseguire una copia (chissà se non proprio quella di cui monsignor Canano sarebbe entrato in possesso): l’intenzione di Ippolito, nel far copiare il dipinto, era stata evidentemente quella di tener sempre con sé, e sempre davanti agli occhi, il capolavoro raffaelliano, sia che egli si trovasse a Roma, nel palazzo di Monte Giordano, sia che si trovasse a Tivoli, a Villa d’Este. Si attesta infatti a Tivoli nel 1572, in un contesto decisamente non devozionale, il «quadro dipinto della Madonna con un puttino a cavallo dell’agnello»[14] che, in effetti, si trovava esposto in compagnia di due originali di Jacopo Palma il Vecchio, da identificarsi con la Schiava e la Bella[15], e di due ritratti, di Alfonso I d’Este e di re Enrico II di Francia[16]: dipinti che, tutti insieme, si vedevano appesi alle pareti di uno stesso camerino situato al di sopra dell’appartamento personale di Ippolito, a Tivoli, al cui interno essi apparivano corredati di sontuose cortine di raso, verdi e rosse. Ma, contemporaneamente, una replica del Raffaello era visibile nel palazzo estense di Monte Giordano a Roma («un quadretto di una Madona con San Giuseppe e l’Agnello»[17]), dove per contro non è difficile sospettare che il dipinto assumesse funzioni devozionali. Del resto, della Sacra Famiglia con l’agnellino del Prado esistono tuttora numerosissime copie, spesso di qualità molto gradevole, la maggior parte delle quali risalenti, con ogni probabilità, proprio a questo momento, cioè agli anni successivi alla vendita estense del 1587[18].

 

Si comprende, in definitiva, come a quell’epoca le attenzioni dei collezionisti si centrassero soprattutto sui possibili Raffaello che si trovassero immessi nel mercato d’arte: persino gli arazzi dovevano essere ritenuti, da questo punto di vista, importanti testimonianze di linguaggio figurativo. Accadde infatti che, nelle medesime circostanze, gli amministratori dell’eredità estense vendessero, a quanto pare anche stavolta per errore, una preziosissima serie di arazzi, che subito dopo il duca di Ferrara cercò invano di riacquistare, trovandone invece nel mercato una replica meno pregiata[19]; per la spesa di 3229 scudi, il 6 aprile 1587 tale Beniamino Ebreo, che lavorava per conto del cardinale Farnese, si aggiudicava la più imporante serie di arazzi posseduta a Roma dai cardinali estensi, i dodici pezzi dei Trionfi di Scipione intessuti ad Anversa sui cartoni di Giulio Romano[20]. Erano cioè i famosi cartoni che Francesco Primaticcio aveva presentato nel 1532 al re di Francia, che ne fece quindi eseguire la famosa serie, più tardi da Ippolito d’Este fatta replicare per la propria casa di Fontainebleau[21]: il Primaticcio aveva fatto così irruzione, da Mantova, sulla scena francese imponendosi fin da subito, in concorrenza con Rosso Fiorentino, quale divulgatore dell’insegnamento tardo di Raffaello. Un insegnamento che tanta importanza aveva dato all’architettura e all’antiquaria, e di cui, in certo qual modo, doveva considerarsi esito anche la straordinaria ricchezza del linguaggio di Giulio Romano che a sua volta aveva influito, pure in terra francese, sui più diversi aspetti del costume e della vita di corte, fino nelle arti minori e nell’ornamentazione.



[14] Cfr. l’Inventarium bonorum bonæ memoriæ Hippoliti Estensis Cardinalis de Ferrara, Roma, 2 dicembre 1572, Archivio di Stato di Roma, Notai del Tribunale A.C., notaio Fausto Pirolo, vol. 6039, c. 370v. L’inventario è stato già pubblicato nel sito della Fondazione Memofonte.
[15] Rispettivamente in collezione privata e in collezione Thyssen-Bornemisza di Lugano, come da me dimostrato in OCCHIPINTI, Materiali.
[16] Sui quali torneremo più oltre.
[17] Cfr. il citato Inventarium bonorum bonae memoriae Hippoliti Estensis (1572), c. 482v. Il dipinto è poi descritto nel 1573, sempre a Tivoli, come «un quadro della Madonna con Santto Ioseppe» (secondo un inventario frammentario degli arredi del palazzo estense di Tivoli, redatto il 23 marzo 1573, conservato nell’ASMo, Archivio per materie, b. 7/1, s.i.p) e più chiaramente nel 1579, ancora a Tivoli, come «una Madona con il Cristo cavallo di un agnello in un quadretto con la cornice di legno indoratto col suo taffettà di raso» (secondo l’Inventario della Guardarobba di Tivolli consegnata al magnifico messer Giovan Battista Iumati, ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 1350, c. 33).
[18] In effetti, l’autografia del dipinto di Raffaello nel secolo scorso era ancora contesa tra un paio di copie di notevole qualità della cui provenienza nulla sappiamo (a meno di non volerle ricondurre al contesto della vendita estense del 1587): l’esemplare del Musée des Beaux-Arts di Angers e quello di collezione privata (già appartenuto a Lord Lee of Fareham che ne aveva con molta forza difeso l’autografia, e oggi invece ritenuto una replica addirittura di secondo Cinquecento, replica sulla quale era stata riprodotta anche la firma e, poco correttamente, l’anno, l’inattendibile 1504). L’esistenza di queste, ma pure di qualche altra copia di qualità meno gradevole, impone comunque la massima cautela. Bibliografia sul dipinto del Prado, anche in relazione alle copie più discusse: Raphaël dans les collections françaises 1983, scheda 18 (redatta da J.-P. Cuzin, relativamente all’esemplare del Musée des Beaux-Arts di Angers); Lehmann 1996, p. 28 (sull’esemplare del Prado, con ulteriori riferimenti bibliografici), scheda 1, p. 38 (sull’esemplare appartenuto a Lord Fareham), scheda 2, p. 44 (sull’esemplare di Angers), scheda 3 (sulla copia di Kassel, Staatliche Museen, Gemäldegalerie Alte Meister, inv. 1749 n. 665) e scheda 4 (sulla copia di Münich, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, inv. 6422); Meyer ZUR Capellen 1996, p. 180, fig. 115; Meyer ZUR Capellen 2001, scheda 20; Raffaello. Da Urbino a Roma 2004, scheda 60 (redatta da T. Henry); Raffaello. Da Firenze a Roma 2006, scheda 13 (redatta da A. Coliva, che ritiene l’esemplare già appartenuta a Lord Lee of Fareham copia di fine Cinquecento).
[19] ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 144, lettera dell’11 gennaio 1588 del conte Ercole Estense Tassoni al duca di Ferrara: «Già s’incomincia dar principio alla vendita delle robbe dell’illustrissimo signor Cardinale Savello et le tappezzerie di Scipione che Vostra Eccellenza desidera per quanto mi verà confermato dal conte Nicolò della Genga, si metterano pur all’incanto, come le ho scritto per altre mie, onde mi è paruto di farglielo sapere [...]».
[20] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 5.
[21] Cfr. JESTAZ-BACOU 1978, pp. 130-131; OCCHIPINTI 2001, pp. 141, 320, 322.
Last Updated ( Tuesday, 14 July 2009 )
 
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