Contenuti arrow Numero 2, 2009 arrow Roma 1587. La dispersione della quadreria estense e gli acquisti del cardinale Ferdinando de’ Medici

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In effetti, sulle vicende della storia pittorica cinquecentesca, Ligorio aveva di recente meditato nel corso dei suoi ultimi anni trascorsi alla corte di Ferrara. L’amarezza delle vicende romane e la carcerazione subita dovevano avergli accresciuto l’astio nei confronti di Michelangelo e degli artisti della sua cerchia, da lui chiamati i «michelagnolastri»[31]. Pirro aveva inteso proprio rifuggire dall’Urbe per lui così corrotta, da quella modernità per lui così decaduta, da quel precipitare dell’arte moderna nella goffezza delle più anticlassiche seduzioni, nei rovelli formali dei «michelagnolastri», appunto. In fondo, anche il Ligorio antiquario non aveva fatto che richiamarsi all’insegnamento di Raffaello e della sua scuola, mentre allora più che mai si poneva la necessità, ribadita dagli uomini di Chiesa, che il pittore di storia fosse esperto dei costumi del mondo antico, ove poterli fedelmente raffigurare. Già mentre si faceva vecchio, Michelangelo era diventato agli occhi di Ligorio l’esempio negativo di anticlassicismo e di licenza, nello stile e nei contenuti, l’esecrando responsabile della crisi di tutta l’arte moderna, di pittura, scultura e architettura[32]. Ma la polemica antivasariana si sarebbe fatta particolarmente sfrontata durante l’esilio ferrarese di Pirro: nella città estense le glorie del passato pittorico e la vicinanza dei Baccanali di Tiziano (che, dal silenzio dei camerini di Alfonso I, di lì a poco, avrebbero violentemente deflagrato sul panorama artistico di Roma di inizio Seicento) dovevano rendere ancor più drammatica ai suoi occhi la piccolezza dei pittori viventi, asserviti com’erano agli intenti di celebrazione allegorica della corte ducale (ho già avuto modo di mostrare come Ligorio giudicasse, assai negativamente, le immagini allegoriche eseguite da maestri esangui come Battista Dossi e Camillo Filippi[33]). La città estense stava ormai smarrendo il senso di una continuità con le migliori tradizioni pittoriche (che invece il buon Alfonso I d’Este aveva inteso valorizzare), quelle tradizioni che, secondo gli scritti tardi dell’antiquario, facevano capo a Giorgione (il che voleva dire anche a Tiziano), a Correggio e Parmigianino oltreché, naturalmente, a Raffaello, che era l’unico uomo che si potesse veramente reputare divino, inarrivabile esempio per ogni moderno pittore di storie, perché «ricchissimo inventore, giocondissimo nel stile», prodigiosamente dotato di conoscenze universali e, dunque, in certo qual modo enciclopediche. In definitiva, credo che Ligorio si rendesse ben conto che la Ferrara di Ariosto, precipitando nel suo nebbioso provincialismo, avesse perso, dopo la morte di Dosso Dossi, l’occasione singolarissima di unificare anche l’Italia pittorica[34]. D’altra parte, era ormai prossimo l’avvento dei Carracci quando il vecchio Ligorio, nel corso delle sue perlustrazioni dentro le chiese bolognesi, esprimeva tutta la propria emozione di fronte ai Parmigianino degli anni 1527-1528, amorevolmente ricordati dall’antiquario in considerazione dell’«ammirabile stile» del San Rocco, dell’intensità nella resa degli affetti nelle Nozze mistiche di Santa Margherita, di bellezza straordinaria[35]. Di fronte alla Santa Cecilia, infine, così Ligorio esaltava «Rafael d’Urbino, maraviglioso e sopra ogni altro di quella etate eccellente, ove si mostra tanta bontà e tanta onestà di bellezza che si puote dire che l’Angeli immortali fussero nell’animo, nell’intelletto e nella mano di tanto degno artefice»[36].




[31] Approfondisco la questione nell’articolo in corso di stampa negli «Annali di architettura», Ligorio e la storia dell’architettura: il caso di Bologna e il ricordo di Peruzzi.
[32] Sulla polemica antivasariana, e in particolare contro l’opinione che chi «seguita il stile di Rafael da Urbino nel dipignere, il Parmigianino, il Correggio, Giorgione sia persona senza giudizio e dispiacevole», cfr. LIGORIO, Torino, vol. 29, c. 12v; si tratta perciò anche di una polemica antimanierista, contro le «cose sforzate e dispiacevoli da spiritati», contro «quel che chiamano snocciolamento o vogliamo dire delli sforzamenti degli atti del corpo, delle mani e delle braccia e coscie dell’uomo» (per cui si deve rinviare a BAROCCHI 1971-1977, II, pp. 1412-1470). Considerazioni sugli affreschi di Raffaello e di Peruzzi di Casa Chigi, si trovano in LIGORIO, Oxford, c. 131; sulle Stanze di Raffaello, si veda LIGORIO, Napoli, vol. 3, c. 24r; apprezzamenti su Raffaello «pittore sopra ogni altro divino et eccellente», LIGORIO, Napoli, vol. 3, c. 236v; su «Raffaello, pittore miraculoso in natura», LIGORIO, Torino, vol. 13, c. 48v; sulle tombe di Raffaello e Peruzzi nel Pantheon, LIGORIO, Torino, vol. 13, c. 48v.
[33] Devo rinviare a OCCHIPINTI, Ligorio iconologo.
[34] Riflessioni spesso dimenticate sul provincialismo di Ferrara si possono trovare in ANTAL 1948, pp. 83 e 87.
[35] Rinvio ancora una volta a OCCHIPINTI, Ligorio e la storia dell’architettura.
[36] LIGORIO, Torino, vol. 4, c. 74.
Last Updated ( Tuesday, 14 July 2009 )
 
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