Contenuti arrow Numero 2, 2009 arrow Roma 1587. La dispersione della quadreria estense e gli acquisti del cardinale Ferdinando de’ Medici

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Tante considerazioni danno ragione del fatto che i quadri da cavalletto realizzati dai sommi maestri di inizio Cinquecento fossero visti, in quegli stessi anni di fine secolo, tra le cose più prodigiose che mai mano umana avesse fatto.

Intanto, anche tra Tivoli e Roma, in Casa d’Este, a Ligorio e a Muret non era mancato il modo di ammirare le prove della maestria di Tiziano; gli esempi di scuola tizianesca, documentabili allora anche dentro il palazzo tiburtino, spaziavano infatti dalla ritrattistica ufficiale (l’Alfonso I d’Este), alla pittura mitologica (una Venere col putto)[37], al paesaggismo, più o meno ‘devozionale’, d’ambito muzianesco (penso agli affreschi veneteggianti di Villa d’Este, ma anche alle stampe di Girolamo Muziano che ambientavano nelle valli selvose dell’Aniene i San Girolamo in solitudine anacoretica), fino alla pittura sacra, con particolare riguardo al dipinto con l’Adorazione dei Magi del Vecellio, che si trova oggi all’Ambrosiana.

Persino il cardinale Carlo Borromeo dovette affacciarsi sul mercato romano, alla morte del cardinale Ippolito, nel 1572, per potersi procurare un Tiziano tra quelli dell’eredità estense: riuscì infatti ad entrare in possesso dell’appena citata Adorazione dei Magi che Tiziano stesso, al principio degli anni Sessanta, aveva fatto spedire a Ippolito (questi, inizialmente, avrebbe voluto farne dono al re di Francia, ma alla fine – forse a causa della morte improvvisa di Enrico II e dei ritardi di Tiziano nella consegna – pensò di destinare l’opera alla cappella del palazzo di Monte Giordano a Roma). Pure se ritenuto oggi non del tutto autografo, il dipinto ambrosiano aveva ugualmente suscitato l’enorme soddisfazione di Ippolito[38], oltreché le lodi del Vasari[39] e più tardi l’entusiastico apprezzamento di Federigo Borromeo, il quale nel suo Musæum avrebbe riconosciuto nel quadro, in ragione de «la moltitudine delle cose che contiene», «una scuola per i pittori, perché ne possono trarre, come dal corno di Amaltea, molti insegnamenti»[40]. Affermazione, quest’ultima, che era ben consapevole della straordinaria varietà di indirizzi e di generi pittorici che al tizianismo facevano capo, ai quali il pittore devoto, su istanza degli uomini di Chiesa, avrebbe dovuto utilmente guardare[41].

 

Il ritratto tizianesco di Alfonso I, già più volte menzionato, si trovava a Tivoli esposto insieme alla Sacra Famiglia con l’Agnellino di Raffaello, alle due «donne antiche» di Palma il Vecchio, la Bella e la Schiava (tanto ammirate da Federico Zuccari che ne lasciò due vibranti versioni grafiche)[42] e a un ritratto di Enrico II re di Francia: si trattava di pochi quadri, selezionati esclusivamente in considerazione della loro alta qualità. Che il ritratto di Alfonso I fosse posto a dialogare col ritratto di Enrico II di Francia, verosimilmente di ambito di François Clouet, voleva dire mettere a confronto il cromatismo carnale di Tiziano con l’acutezza disegnativa dell’algido Clouet, che era il migliore specialista francese del genere.

Fig.-2-Sebastiano-Filippi-detto-il-Bastianino,-Ritratto-di-Alfonso-I-d’Este,-Firenze,-Palazzo-Pitti,-Galleria-Palatina.
Fig. 2 Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Ritratto di Alfonso I d’Este, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina.

Purtroppo, il ritratto tizianesco di Alfonso II, celebrato da tante fonti e noto da diverse repliche antiche, è andato perduto. È probabile che Ippolito ne possedesse a Tivoli una replica di alta qualità, dalla quale si può ipotizzare che fosse derivata la copia grafica che Federico Zuccari ne eseguì di certo proprio nei mesi di lavoro a Villa d’Este, quando poté vedere e copiare, all’interno dello stesso camerino, anche le due «donne antiche» di Palma il Vecchio[43]. Del resto, alcune delle copie documentate del ritratto ducale in questione, come quella di Palazzo Pitti dipinta (Fig. 2), come oggi pare certo, dal Bastianino, furono dipinte su commissione di Ippolito d’Este fra il 1563 e il 1565[44]. La tela appena citata di Palazzo Pitti – documentata a Firenze chiaramente solo dal XVIII secolo – dovrebbe essere quella stessa che il Bastianino eseguì per ordine del cardinale di Ferrara (in proposito, i registri di spesa ricordarono addirittura due copie dello stesso ritratto di Alfonso I eseguite dal Bastianino in contemporanea, una delle quali per essere regalata proprio al granduca Cosimo nel 1563)[45].

Ma un più antico dipinto probabilmente derivato dallo stesso prototipo tizianesco dovette riscuotere successo anche in Francia, dacché il re Francesco I lo vide esposto, a Fontainebleau, dentro il camerino del cardinale Ippolito all’interno del palazzo che per il prelato ferrarese aveva costruito Sebastiano Serlio; in tale occasione il re aveva espresso il desidero di avere quel ritratto per sé, con l’intenzione di farlo sistemare – come l’oratore ferrarese ebbe a riferire nel 1546 – all’interno del cosiddetto «gabinetto», dentro il castello reale[46]. Che negli stessi anni quaranta Ippolito facesse anche dono al re di un’altra copia da Tiziano, una Venere col putto, eseguita da Girolamo da Carpi, la dice lunga sulle chiare intenzioni che Ippolito nutriva di far conoscere Tiziano in una Francia dove Tiziano era completamente sconosciuto[47].



[37] Dipinto descritto, dentro il palazzo di Monte Giordano, come «Un quadro in tela di pittura con una Danae et un Cupido», secondo il citato Inventarium bonorum bonae memoriae Hippoliti Estensis (1572), c. 455.
[38] Nei cui registri di spesa del 1564 risulta il pagamento della cornice fastosa (tuttora conservatasi, con le imprese di Enrico II e Diana di Poitiers), che era stata intagliata dall’ormai affermato intagliatore Flaminio Boulenger (documenti relativi sono riportati in PACIFICI 1920, p. 393).
[39] VASARI [1550 e 1568] 1966-1987, VI, p. 166 (1568): «Fece ultimamente Tiziano, in un quadro alto braccia tre e largo quattro, Gesù Cristo in grembo alla Nostra Donna et adorato da’ Magi, con buon numero di figure d’un braccio l’una, che è opera molto vaga, e sì come è ancora un altro quadro che egli stesso ricavò da questo quadro e diede al cardinal di Ferrara vecchio».
[40] Acquistato da Carlo Borromeo, come pare, il dipinto si trovava nel 1584 già nell’Ospedale Maggiore di Milano. Cfr. TIETZE CONRAT 1954, pp. 3-8; JONES 1993, pp. 114-116 e 262; HOCHMANN 2004, p. 434.
[41] Studio recente sulla fortuna del venetismo nell’Italia del tardo Cinquecento è quello di HOCHMANN 2004, in particolare pp. 436 e sgg.; vi si segnalano alcune efficaci citazioni Dell’Uffizio del cardinale di Giovanni Botero(Roma 1599):«Massime che Michel’Angelo, stato ai tempi nostri eccellentissimo nella scultura e di molto credito nella pittura, ha introdotto nelle chiese una forma d’immagine molto aliena, per non dir contraria allo scopo della chiesa [p. 32]»; «Tra i pittori non mi pare che ve ne sia alcuno che si debba preferire nelle pitture ecclesiastiche a Tiziano perché l’opre sue hanno molto del religioso e del decente [p. 35]» (HOCHMANN 2004, p. 434).
[42] Cfr. OCCHIPINTI, Materiali.
[43] Devo ancora rinviare a OCCHIPINTI, Materiali.
[44] Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, inv. n. 311 (olio su tela, 154,7x123,3 cm). La bibliografia sul ritratto di Palazzo Pitti si è negli ultimi anni notevolmente accresciuta, sulla base ancora degli spogli archivistici a suo tempo condotti da VENTURI 1882, p. 30, note 2 e 3, dove in particolare lo studioso aveva osservato come le copie del ritratto estense eseguite dal Bastianino fossero state ben due, una delle quali risultava essere stata donata, da parte di Ippolito d’Este, al granduca Cosimo I de’ Medici nel 1563; cfr. Tiziano nelle gallerie fiorentine 1979, pp. 326-328 (scheda redatta da A. Cecchi, che riproponeva l’identità del pezzo donato dal cardinale estense con quello oggi di Palazzo Pitti); Sovrane passioni 1998, p. 148 (scheda redatta da C. Nicosia); HEIKAMP 1999, p. 354; PATTANARO 2000, p. 50, nota 9 e scheda 7a (dove si negava l’attribuzione del ritratto di Palazzo Pitti a Girolamo da Carpi, in favore di Anonimo ferrarese); Gli Este a Ferrara 2004, p. 388 (scheda redatta da C. Nicosia che, pur non ritenendo agevole l’identificazione tra il dipinto di Pitti e quello documentato nei registri di pagamento del cardinale Ippolito d’Este, sosteneva comunque l’attribuzione al Bastianino, in considerazione della buona qualità del ritratto).
[45] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 847 (registro del 1564), c. 55v: «Spesa Straordinaria. […] E a dì 7 novembre scudi quattro moneta e per la detta al magnifico Agostino de Mosti per tanti che lui ha spesi in far fare un tellaro con la sua tella per lo retrato dell’illustrissimo signor duca Alfonso di felice memoria come in zor[nale] a c. 36»; ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 848 (registro del 1565), c. 27v «Al nome de Dio 1565. Spesa da Roma […]. E adì 13 detto [marzo] scudi quarantasei soldi sedici moneta sono la valuta di scudi dodici d’oro in oro et per la detta a messer Bastiano dipintore per sua mercede di haver fatto un retrato d’un duca Alph[onso] padre di monsignor illustrissimo come in zorn[nale] […]» (anche c. 65v, dove si registra la spesa per l’«adornamento» di detto quadro che venne allora portato da Ferrara a Bologna forse per essere spedito, appunto, a Roma; i relativi pagamenti erano stati versati a partire dal 1562); cfr. VENTURI 1882, p. 30, nota 2, dove si riporta il seguente documento: «Adì 16 giugno [1563]. E più scudi d. datti al Signor Cav. Priorato per altrettanti dono [sic] in Fiorenza a un maestro falegname qual vene da Bologna a Fiorenza con un gran quadro depintovi la felie memoria del Duca Alfonso di Ferrara quale Sua Signoria illustrissima ha donato al Signor Duca di Fiorenza». Il Venturi riteneva trattarsi del ritratto per cui fu pagato Bastianino: «c. 66 leggesi “Spesa straordinaria. E adì detto [30 dicembre 1563] L. quarantasei solti quattro m. et per la detta a m. Sebastiano pittore, per tanti che li fu pagati a nota de cassa l’anno 1561 per sua mercede di haver fatto un retrato della felie memoria dell’Illustrissimo Signor Duca Alfonso duca di ferrara, come in Zor. c. 45”».
[46] Cfr. OCCHIPINTI 2001, p. 135, la lettera dell’ambasciatore estense, datata 17 maggio 1546. Anche il Vasari aveva intanto sentito parlare d’un certo ritratto tizianesco del duca di Ferrara (di Ercole II, egli credeva) fatto copiare da Girolamo da Carpi per il re di Francia, VASARI [1550 e 1568] 1966-1987, VI, p. 417 (1568). L’argomento è stato approfondito da PATTANARO 2000, p. 51, con utili rimandi biliografici.
[47] OCCHIPINTI 2001, pp. CL-CLI.
Last Updated ( Tuesday, 14 July 2009 )
 
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