Contenuti arrow Numero 2, 2009 arrow Roma 1587. La dispersione della quadreria estense e gli acquisti del cardinale Ferdinando de’ Medici

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Della conseguente fortuna francese dell’iconografia di Alfonso I d’Este avrebbe preso atto di lì a poco André Thevet, storico e cosmografo del re di Francia, quando pubblicò nel 1584 la raccolta di ritratti degli uomini famosi, Les vrais pourtraits et vies des hommes illustres[48], opera che, secondo le dichiarazioni dello stesso autore, era stata il frutto di molti anni di ricerca, trascorsi dentro le biblioteche e i cabinet di tutt’Europa. Ebbene, il ritratto a stampa di Alfonso I, inserito in una delle sezioni de Les vrais pourtraits riservata ai condottieri famosi, riproduceva un esemplare che Thevet diceva di aver visto nel cabinet del duca di Nemours, che a sua volta probabilmente dipendeva da quello del cabinet di Francesco I; il principe e condottiero ferrarese vi veniva raffigurato in armatura (come richiedeva la circostanza celebrativa, allo stesso modo in cui lo aveva già descritto Vasari nei Ragionamenti, nell’illustrare gli affreschi della Sala di Leone X in Palazzo Vecchio) [49]; ma la mano sinistra poggiata sull’elsa della spada e la destra sul cannone rispettavano la fortunata iconografia tizianesca (nota, del resto, allo stesso Vasari, che aveva visto a Ferrara il ritratto originale a olio, il capolavoro perduto, descrivendolo, appunto, «con un braccio sopra un gran pezzo d’artiglieria»[50]). Di lì a poco, tra il 1588 e il 1592, dalla versione di Bastianino donata a Cosimo I de’ Medici veniva ricavata da Cristofano dell’Altissimo una copia in formato ridotto perché facesse parte della serie di ritratti di uomini illustri da destinarsi agli Uffizi, «in fra li altri [collocati da Francesco I] in Galleria verso Palazzo, ordinati per il Cavalier Gaddi, con ordine di loro Altezze Serenissime»[51].

Tanti ricordi, legati al ritratto tizianesco e alle vicende internazionali della carriera del cardinale di Ferrara, erano però destinati a perdersi quando nel 1587 la quadreria estense venne smembrata e dispersa.

 

Alla luce di tali vicende non sorprendono le istruzioni scrupolose, in apparenza anche futili, che il duca di Ferrara, Alfonso II, trasmise al Fontanelli nell’affidargli i beni della guardaroba di Roma e di Tivoli. Il 2 febbraio 1587, egli dispose anzitutto che non fossero venduti «tutti gli uccelli e cani» appartenuti al cardinale, che invece si donassero «al signor cardinale de’ Medici parte, e parte ad altri signori e cavalieri che si dilettano di caccia, sì che habbino a gradire l’intentione di chi li fa donare»[52].

Quanto a ogni «fornimento d’altare» di cui era ricca l’eredità cardinalizia, il duca ordinò che si conservassero i pezzi migliori, soprattutto quelli d’argento, perché fossero mandati a Ferrara, anziché essere venduti al primo offerente[53]. Fontanelli avrebbe dovuto preoccuparsi di fare eseguire il «disegno dei candelieri e della croce d’argento che si dimanda di sopra nel fornimento d’altare»; quindi «se si trovaranno le due statue che desidera Sua Eccellentia alte tre piedi, conforme a quanto sa il conte, in tal caso sarà trattenuto un altro mullo dei migliori, per poter caricare commodamente dette statue sopra due di loro con qualche tellaro da letiera [...]». La vendita delle statue fu alla fine autorizzata, ma solamente delle poche che si trovavano in guardaroba:

 

Si vendino le statue e l’altre cose di guardaroba[54], salvo le principali, come sarebbe padiglioni, travache, razzi, corami di Spagna[55], tapedi e spaliere d’oro e di seta, delle quali tutte ne mandarà nota insieme con la stima loro et il parere del medesimo conte. Si manda parimenti l’inventario di tutta l’argentaria con la stima. Tutti i pani da dosso del cardinale si vendino [...][56].

 


[48] Kevert-Chaudière 1584.
[49] VASARI [1588] 1906, p. 126.
[50] VASARI [1550 e 1568] 1966-1987, VI, p. 159 (1568). Nell’elogio con cui Thevet accompagnava il ritratto di Alfonso – per cui bisogna tener presente GIOVIO 1597, pp. 13-14 – si ricordava come il principe amasse esercitarsi nella fusione dei pezzi d’artiglieria, tra i quali era rimasto famoso un cannone detto «lo terremoto», che era di certo lo stesso famoso ordigno chiamato «la Giulia», il cui bronzo era stato ricavato dalla fusione del ritratto bolognese di Giulio II, fatto da Michelangelo, VASARI [1550 e 1568] 1966-1987, VI, pp. 32-33 (1568).
[51] Sulla copia di Cristofano cfr. almeno BERTI 1979, p. 626, ma vedere anche BAROCCHI-BERTELA' 2002, I, pp. 37, 92 e 93, dove il pittore risulta pagato tra il 1588 e il 1592 per il ritratto del duca di Ferrara da inserire nella galleria.
[52] ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 144 (l’istruzione del 2 febbraio 1587, s.i.p.).
[53] Tra le cose da mandare a Ferrara si richiede «un apparamento per tre preti da celebrare magnificamente e li vestimenti ancora per il Vespero, che sien belli, ma non però de’ principali» (ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma,144).
[54] Guardaroba che conteneva a Tivoli, secondo il citato Inventarium bonorum bonae memoriae Hippoliti Estensis (1572), c. 379v: «Uno satiro di marmo piccolo appoggiato ad un tronco di marmo. Un Cupido piccolo con un vaso in spalla da fontana di marmo. Doi puttini di marmo piccoli con doi conchigli in testa. Nel discoperto sopra la guardarobba. Un Bacco nudo di marmoro alto 4 palmi piccolo. Un Fauno ignudo intero di marmo. Una Venere ignuda con un delfino a’ piedi intiera di marmo. Un Mercurio di marmo con la [bursa] in mano [...] in spalla intiero et nudo. Un altro Mercurio piccolo di marmo nudo intiero di marmo con la borsa in mano. Una mascara di marmo con un piedistalo. Un’altra mascara grande in doi pezzi. [c. 380] Un torso di marmo nudo e piccolo. Una testa di una Faustina senza naso di marmo. Una testa di un Antino guasta di marmo. Sette teste di marmoro bianco. Quattro lanternini. Un frigietto di marmoro con doi mascarine et una aquila. Un tondo di serpentino».
[55] Cfr. la lettera di Ippolito II d’Este al maresciallo Pietro Strozzi, datata Roma il 14 marzo 1545, a proposito di «certa quantità di corami, che mi hanno da venir di Spagna, che saranno circa 60 o 70 casse col nome del cardinale Poggio, per avermeli Sua Signoria Reverendissima fatti venire» (Archivio di Stato di Firenze, d’ora in poi citato come ASF, Miscellanea Medicea, 43, 3, c. 112).
[56] ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 144 (l’istruzione del 2 febbraio 1587, s.i.p.).


Last Updated ( Tuesday, 14 July 2009 )
 
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