Contenuti arrow Numero 2, 2009 arrow Roma 1587. La dispersione della quadreria estense e gli acquisti del cardinale Ferdinando de’ Medici

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Quanto invece alle statue più prestigiose, quelle che erano state esposte nel giardino di Tivoli, il duca Alfonso dovette esigere la massima attenzione perché esse non accendessero gli appetiti di qualsivoglia compratore; così l’agente Fontanelli prontamente rassicurava il padrone:

 

Illustrissimo et eccellentissimo signor mio collendissimo. Quando le statue furono levate del palazzo e giardino di Tivoli e poste nella casa dove sono hora in detto luogo non ne fu fatto inventario né consegna alcuna, né meno tenuto memoria del numero, ma solo posto che furno in detta casa della qualle se ne paga anche il fitto se gli chiusero dentro sotto dua chiave, una n’hebbe il governatore di Tivoli e l’altra il signor Alessandro de’ Grandi la quale tiene ancora apresso di lui il quale m’ha detto che ’l crede sieno da 68 in 70 statue che possono valere da 4 mila scudi[57].

 

Di tutte le suppellettili minute che erano appartenute al cardinale, il duca raccomandò di conservare orologi e varie «galanterie da camera», oggetti d’oreficeria sacra e reliquie, ma soprattutto la collezione di medaglie, insieme alle «cose antiche da gabinetti e camerini» che Ippolito aveva accumulato fin dagli anni trascorsi alla corte di Fontainebleau:

 

Si trattenghino l’orologgi et altre galanterie da camera che sieno belle e di valore, di che medesimamente se ne avisi a Ferrara, sì com’anco sarà dato conto d’ogn’altro fornimento per altare. Se vi sarà biancheria di Fiandra che sia bella la trannenirà e ne darà conto, sì come pur farà de’ crocefissi, d’immagine de’ santi in tellari et altri quadri belli. Se vi saranno qualche reliquie, legno della croce del Nostro Signore, corone, gioie et altre cose d’oro se ne avisarà et altrettanto farà di medaglie, cose antiche da gabineti e camerini[58], cose dell’Indie, di quelle di Francia che sieno belle, con anelletti, cortelli turcheschi, daghe e spade. Se vi si trovaranno telle di Fiandra suttili e dilicate parimente se ne darà conto [...][59].

 

Tra le reliquie si segnalava particolarmente il braccio di S. Sebastiano[60]. Tra i disegni, come si è visto, dovevano distinguersi alcuni fogli creduti di Raffaello. Anche l’archivio privato del cardinale venne fatto oggetto delle attenzioni del duca, cui in particolare premeva di riavere le carte personali dello zio prelato, quelle riguardanti gli affari esteri, e il carteggio con i principi francesi che era ingentissimo: carte che, perciò, si sono interamente conservate[61].

 

Inventariato e valutato il patrimonio, si poté infine procedere all’incanto. Le difficoltà finanziarie in cui si trovava il duca portarono a vendere indiscriminatamente oggetti d’oro e d’argento preziosissimi, che erano ricordo di anni irripetibili trascorsi dal cardinale di Ferrara alla corte di Francia, quando per lui lavorava Benvenuto Cellini[62].

Alessandro Farnese non perse tempo a inviare propri agenti per far comprare anzitutto i corami di Tivoli, quelli decorati «a termini» provenienti dalla Sala delle Virtù di Villa d’Este, i cui ornamenti allegorici erano stati inventati da Pirro Ligorio[63]. Contemporaneamente, Alessandro entrava in possesso della serie di arazzi dei Trionfi di Scipione, già ricordati, ma anche della serie di arazzi della Storia di Paride[64], di svariati candelieri di ottone, coprifuoco, armadi, arazzi a fogliami e due paparelle d’argento dorato[65].

Ad oscuro compratore, tale signor Candido Cittelli, furono venduti gli arazzi della Storia di Absalon[66]; ad uno speziale di nome Giovan Battista Marino gli arazzi dei Trionfi del Petrarca, che erano stati esposti nella cappella di Monte Giordano[67]. Lo stesso giorno si vendettero gli arazzi della Storia di Tobia[68]. Giuliano della Rovere comprò un baldacchino e drappi vari[69]. Il cardinal Giulio Canano corami d’oro a broccati, che erano in tutto duecentosessantadue pezzi[70]. Tale «Gabriele Hebreo» invece comprò «quattro teste di marmo et un busto»[71].

Di tanti quadri venduti all’incanto nel 1587 non disponiamo però di informazioni sufficienti. Il «quadro di Cleoppatra», acquistato da tale «Romano Hebreo» (il quale, per lo stesso prezzo di sette scudi e trenta, si aggiudicava anche «un quadro della Madalena»)[72], si era sempre trovato a Tivoli, registrato come «una Cleopatra con la cornice indorata», cui faceva pendant la stessa «Santa Maddalena granda con la cornice indorata». È possibile dunque che si trattasse di dipinti di notevole valore. La Maddalena, in particolare, poteva essere l’ormai consueta copia da Tiziano.

Il 20 aprile 1587 il signor Cristofaro Scavione comprava, tra l’altro, «un quadretto pintato Nostro Signore»[73]. Quattro paesaggi senza cornice venivano acquistati, il seguente 12 maggio, da tale maestro Giulio Romanino, sarto, che nel mese successivo riusciva a impossessarsi di un quadro «con Cristo in croce e altre figure», svenduto per poco più di quattro scudi[74]. Un «quadro della Madonna con S. Giuseppe» era venduto il 6 luglio a tale Francesco Ruggieri[75]. Un quadretto «di Nostro Signore» veniva venduto il 3 agosto a «monsigor Petino»[76].



[57] ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 145 (lettera di Alberto da Como al duca di Ferrara, datata Roma, 23 marzo 1588, s.i.p.). Intanto don Cesare d’Este, non ancora duca, aveva fatto asportare le statue dal palazzo e dal giardino di Tivoli nel 1587, probabilmente per difenderle dalle mire di Alessandro Farnese (ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176, c. 2, dove si registra il pagamento a maestro Maturino muratore «per haver trasportato le statue dal palazzo et giardino di Tivoli di Sua Signoria illustrissima doppo la sua morte nel Palazzo delli heredi del signor cavalier Roma detto il Spagnuolo [...]»; vedi anche busta 177, s.i.p., «Registro di mandati de Tivoli», in data 10 gennaio 1587).
[58] Cfr. per esempio il citato Inventarium bonorum bonae memoriae Hippoliti Estensis (1572), c. 479, relativamente al palazzo di Monte Giordano: «[…] Un pendente d’oro da cinta lavorato. Una medaglia d’agata legata in oro con un Laocoonte. Quatro medaglie d’argento [c. 481v]. […] Una medaglia d’argento indorato del re Henrico. Un Agnus Dei d’argento indorato con il legno de la Croce dentro. Un zaffiro legato in oro con l’arme di Paolo terzo. Un anello antico. Una penna d’argento lavorata d’oro tirato con perle e granatine. Un retratto del re Francesco in un lapislazzaro. Una medaglia d’una corniola con una figurina legata in oro. Una medaglia d’oro con un cavallo d’oro inpresso. Una medaglia di corgnola legata in oro dentrovi un cacciatore. Un colonnella d’agata legata in oro. [...] Una medaglia antica coll’aquila».
[59] ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 144, istruzione del 2 febbraio 1587, s.i.p.
[60] «Non mi fu detto ch’io empiegassi più uno che un altro in materia della grazia di portar il bracchio che si dice di S. Sebastiano [...]» (ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 144, lettera del 15 luglio 1583, s.i.p.); vedi anche la lettera del 13 settembre 1587 del conte Ercole Estense Tassoni: «Intesi quando fui a Ferrara che Sua Altezza desiderava d’aver delle reliquie. Io che non ho al mondo desiderio maggiore che di farle palese in qualche maniera la prontezza del divotissimo animo mio verso di lei, subito arrivato a Roma procurai di haverne per mandargliene, ma per molta diligenza ch’io habbia usata, non mi è stato possibile di ritrovarne di più sorte, che di questa che l’Altezza Vostra vederà nell’inclusa nota [...]».
[61] Nella lettera del 15 luglio 1583 (ASMo, Cancelleria Ducale, Ambasciatori, Roma, 144, s.i.p.), Alfonso Fontanelli dava conto delle scritture del cardinale, che sarebbero state spedite di lì a poco a Ferrara (vedere anche la lettera del 27 aprile 1588).
[62] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, cc. 22v e 37: il 3 agosto 1587 «Beniamino Hebreo» comprava per il cardinal Farnese «raci della caccia usi [...]», una «saliera una d’argento dorata», un «damasco verde» e (c. 40v) un «bacillo uno d’argento de l’historia di Fetonte».
[63] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 8v.
[64] AMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 22v.
[65] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 14r, c. 6v: «Beniamino Ebreo» comprava «due paparelle d’argento sopra indorate».
[66] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 3v.
[67] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 4.
[68] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 4v.
[69] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 11.
[70] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 11v.
[71] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 21.
[72] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 18r-v.
[73] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 9v.
[74] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, cc. 14v e 19.
[75] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 29v.
[76] ASMo, Camera Ducale, Amministrazione dei Principi, 176b, c. 32v.
Last Updated ( Tuesday, 14 July 2009 )
 
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