Contenuti arrow Numero 2, 2009 arrow Tommaso Puccini e i suoi diari di viaggio

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Come già accennato, giunto venticinquenne a Roma e intento nel suo lavoro di avvocatura [8] , Tommaso Puccini veniva presentato dal suo biografo Alfredo Chiti come un discreto dilettante di poesia, ben inserito nei circoli colti della capitale e assorbito in un’intensa vita letteraria, anche in qualità di membro delle Accademie dell’Arcadia e degli Aborigeni [9] ma, soprattutto, come appassionato cultore di letteratura latina e ottimo traduttore di Catullo [10] : forse proprio questa sua educazione classica, impostata a Pisa attraverso l’insegnamento di Giuseppe Paribeni e Giuseppe Maria Pagnini e approfondita a Roma sotto le cure di Raimondo Cunich e Benedetto Stay lo portarono, in un primo tempo, ad accostarsi alle arti visive nel settore dell’antiquaria, sicuramente a lui più conforme.

Numerose conferme di questo suo primo interesse antiquario sono riscontrabili nel carteggio, soprattutto nelle lettere dei corrispondenti «pisani» i quali, approfittando della sua dimora nello Stato pontificio e quindi di un osservatorio privilegiato, richiedevano aggiornamenti sulle ultime scoperte archeologiche o sugli studi più aggiornati del settore, come fecero Girolamo Astorri, che di queste informazioni aveva «gran sete» [11] , e Giuseppe Paribeni, il vecchio maestro, che ringraziandolo delle preziose indicazioni circa i nuovi ritrovamenti si compiaceva di come l’allievo stesse affinando sempre più la propria capacità critica e il «buon gusto» [12] .

Le qualità del giovane Tommaso Puccini, esaltate dal Paribeni, molto presto vennero conosciute e apprezzate anche lontano da Roma, e non solo presso i suoi sodali toscani, come bene illustrano le lettere modenesi inviategli da Girolamo Tiraboschi: la prima di queste infatti è un attestato di stima e riconoscenza per una missiva speditagli alcuni giorni prima «con tal gentilezza e accompagnata con tale erudizione» [13] da essere inserita nella seconda edizione della sua monumentale Storia della letteratura italiana [14] .

La padronanza della lettura antiquaria, testimoniata dalla lettera inviata all’erudito modenese, veniva confermata due anni più tardi da un’estesa e documentata dissertazione che lo stesso Puccini scrisse a commento di un’epigrafe recentemente ritrovata in uno scavo antistante alla chiesa di San Marco a Roma: nell’articolo, pubblicato nel novembre 1780 sull’Antologia Romana [15] , compare già quel metodo di analisi che denoterà tutti i suoi scritti futuri, focalizzato sulla visione diretta del manufatto, soprattutto in relazione al luogo del ritrovamento, e sul confronto con opere diverse. Il tutto cedendo sempre pochissimo ai sofismi e alle facili attribuzioni; proponendo un sistema di osservazione probabilmente non così comune tra gli antiquari presenti nella città papale [16] , che lo condusse presto ad una maturità di giudizio immune, fin da allora, alle critiche che infiammavano qualunque dibattito riguardante le antichità [17] .



[8] Puccini ottenne nel 1778 la nomina a giureconsulto sulla base dell’apprendistato di quattro anni svolto presso l’avvocato romano Settimio Cedri, come può leggersi in una dichiarazione dello stesso Cedri (BFP, Raccolta Puccini, Cassetta VII, 2).
[9] Puccini venne accolto, verso la fine degli anni Settanta del secolo, come membro delle due Accademie, nella prima col nome di Egone Menalide, e nella seconda con quello di Entello Siracusano. Vedi Chiti 1907, p. 161. Tra i numerosi scritti del periodo ricordiamo: Sonetto del sig. Tommaso Puccini di Pistoia, in Componimenti poetici per le faustissime nozze de’ nobilissimi signori il signore Niccolò Forteguerri e la signora Maria Caterina Ippoliti, Pistoia 1774; Tommaso Puccini, Sonetto del sig. Tommaso Puccini patrizio pistoiese, in Componimenti poetici in occasione di prendersi il sacro velo dalle [...] monache di Santa Maria delle Grazie detta del letto, Pistoia 1778; Sonetto di Egone Menalide, in Atti della solenne coronazione fatta in Campidoglio della insigne poetessa d.na Maria Maddalena Morelli Fernandez pistoiese tra gli arcadi Corilla Olimpica, Parma 1779.
[10] Tra le sue traduzioni ricordiamo: Epitalamio di Caio Valerio Catullo per le nozze di Teti e di Peleo. Tradotte in versi italiani dal sig. Tommaso Puccini, in Poesie per le nozze. Camillo Cellesi [...] Diamante Buonfanti, Pistoia 1785; Canto nuziale di Catullo. Traduzione del sig. Tommaso Puccini, in Rime per le faustissime nozze del [...] Jacopo Bracciolini colla [...] Teresa Conversini, Pistoia 1791. Il suo lavoro più importante, benché redatto molti anni prima, venne pubblicato postumo con il titolo: Poesie di Caio Valerio Catullo veronese scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoia, Pisa 1815.
[11] BFP, Raccolta Puccini, Cassetta IV, Astorri Girolamo, 1. Pisa 22 febbraio 1774.
[12] «Ho letto con molto piacere le vostre erudite osservazioni sopra le antichità che mi dite ultimamente scoperte e mi rallegro con voi che sempre più raffiniate il vostro buon gusto in questa eccellente parte di letteratura servendovi a proposito delli aiuti che [...] potete trovare abbondantissimi in Roma dall’antichità scolpita e figurata». B.F.P., Raccolta Puccini, Cassetta V, Paribeni Giuseppe, 1, Pisa 14 luglio 1777.
[13] BFP, Raccolta Puccini, Cassetta VI, Tiraboschi Girolamo, 1, Modena 4 agosto 1778.
[14] Tiraboschi 1787-1794, vol. II, p. 389.
[15] Antologia romana 1780.
[16] Spesso nei suoi scritti Puccini lamentava la cattiva usanza di spostare le iscrizioni dal luogo di ritrovamento per essere trasferite nei musei, nei quali esse perdevano gran parte del loro valore documentale. Così si esprimeva sulla strada per Napoli: «Videmo a Mesa alcune iscrizioni trovate in quelle campagne, e tra le altre due di Teodorico che le aveva rese suscettibili di cultura. Ottima determinazione è stata quella di non trasferirle a Roma, perché sul luogo sono più curiose e più interessanti che altrove. Così fosse stato praticato in tutte le altre ritrovate dopo il risorgimento delle lettere e lo studio introdotto dall’antiquaria; che allora forse la scienza lapidaria avrebbe dati più certi ad illustrare l’istoria!» Vedi Viaggio a Napoli, II giornata, 6 settembre.
[17] «So che molti antiquari di orecchie alquanto delicate offesi della parola pupillatus, la quale non si legge in alcuna delle iscrizioni o in alcuno degli scrittori del buon tempo, sono contrari alla mia opinione. Venero la loro dottrina e la loro delicatezza; non fa peraltro alcuna impressione sull’animo mio la loro autorità. [...]. Dunque se la loro ragione di dubitare ha il suo fondamento, dovrà inferirsi da questo che fu composta e scolpita ai giorni nostri, giacché in essa è una voce non solita pratticarsi neppure nei bassi tempi: illazione che forse non oserà fare alcuno che si voglia dar la pena di esaminarla in fonte e d’informarsi del suo ritrovamento», in Antologia romana 1780, p. 149.
Last Updated ( Monday, 20 July 2009 )
 
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