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La guidistica romana fra xvi e xvii secolo

Martina Nastasi

 

Sono molti coloro che in Italia non vedono nulla oltre le opere e testimonianze dell’antichità classica e le cose sacre. […] Nell’educazione artistica dei turisti un ruolo enorme era svolto già allora dalle guide e dai libri-guida. La patria di tutti era naturalmente Roma, dove, nel corso dei due secoli di cui parliamo (XVI e XVII secolo), vennero stampate decine e decine di edizioni di vari Mirabilia Urbis o libri simili, che univano le leggende religiose agli elenchi dei monumenti. […] Che cosa poteva leggere allora un turista in una guida popolare? [6]

 

 

 

Le parole di Antoni Mączak offrono diversi spunti per un approccio analitico alla guida storica romana, finalizzato all’individuazione di elementi significativi e funzionali, capaci di rendere quanto più possibile fruibile il prezioso e complesso tessuto informativo in esse contenuto. Prima ancora di addentrarsi nei meandri dei testi e, qualora presenti, degli apparati figurativi di questi oggetti, è bene soffermarsi proprio sul loro essere prima di tutto prodotti editoriali, cercando perciò di capire tre aspetti principali:

  • tipologia di libro
  • utenza di riferimento
  • contenuti

In quanto prodotti editoriali, le guide si presentano come oggetti di ridotte dimensioni [7], costituiti da materiali poco pregiati sia nel supporto cartaceo che nelle rilegature, e corredati di immagini di bassa qualità artistica, nella maggior parte dei casi xilografie [8]. Erano pensate e realizzate come bene di largo consumo, acquistabile per pochi soldi dai viaggiatori, per i quali diventava un prezioso aiuto e un inseparabile amico di viaggio: non erano sofisticati prodotti editoriali, in cui la veste grafica e i materiali avevano un ruolo fondamentale, ma oggetti che dovevano essere utili e facilmente trasportabili, e allo stesso tempo contenere tutte le informazioni necessarie per orientarsi fra le strade e i monumenti di Roma.

Con un piccolo sforzo di immaginazione, si può provare a pensare a quelle ondate di pellegrini che riempivano le strade di Roma sul finire del Cinquecento, davanti ai quali si presentava il meraviglioso spettacolo di una città dalle enormi dimensioni, prospera di bellezze artistiche e richiami religiosi, nella quale doveva essere estremamente facile smarrirsi senza riuscire a vedere tutto ciò che essa offriva. Il viaggio da affrontare per raggiungere la Città Eterna era spesso lungo e difficoltoso e, in molti casi, poteva essere fatto una sola volta nella vita: per queste ragioni, occorreva ottimizzare i tempi e riuscire a vedere quanto più possibile nel poco tempo a disposizione. Una moltitudine di gente, dunque, proveniente da ogni parte d’Europa, non necessariamente colta né tanto meno ricca, spesso con poco tempo da utilizzare per il tour: sinteticamente, poteva essere questa l’immagine del visitatore tipo, cui occorreva una guida leggera, economica, di immediata comprensione, dove, preferibilmente, l’immagine fosse presente, in modo da sfruttarne l’impatto visivo e superare le barriere linguistiche.

La guidistica cinquecentesca attingeva a piene mani alla tradizione medievale dei Mirabilia: questi, con caratteri gotici e grossolane xilografie, continuarono ad uscire dalle stamperie romane per tutto il XVI secolo, tradotti in più lingue e mantenendo, in linea di massima, le medesime caratteristiche di aspetto e contenuto [9]. A dare nuova linfa vitale a tale settore fu lo studio dell’antica topografia romana, che alcuni studiosi portarono avanti nella prima metà del Cinquecento a partire dalla Roma instaurata di Flavio Biondo, scritta fra il 1444 e il 1446: a quest’opera vanno aggiunti la Descriptio urbis Romae di Leon Battista Alberti del 1434, le ricerche di Raffaello, le Antiquitatis Urbis di Andrea Fulvio, pubblicate la prima volta nel 1527, l’Urbis Romae topographia di Bartolomeo Marliani del 1534, gli studi di Pirro Logorio e quelli di Pomponio Leto [10]. Da questo momento in poi si attuò una scissione tipologica delle guide romane: quelle ‘popolari’, per i pellegrini che andavano alla ricerca dei luoghi di culto ma anche dei mirabilia di Roma, e quelle ‘colte’, in cui l’indagine storico-critica assume primaria importanza [11]. Al fervore archeologico si aggiunse l’implacabile attività edilizia dei pontefici: i percorsi indicanti tutti i luoghi di culto si fusero con le tappe per visitare le nuove collezioni di antichità, i monumenti e i palazzi di antica e recente costruzione, nel tentativo di offrire al visitatore la possibilità di ripercorrere non solo le vestigia della Roma capitale del mondo cristiano ma anche quelle dell’antica Urbe latina.



[6] MĄCZAK 2004, pp. 311-313.

[7] Le guide sono generalmente stampate in ottavo o, più raramente, in sedicesimo, perciò con un’altezza dai 10 ai 25 cm.

[8] Essendo la xilografia un’incisione a rilievo, può essere stampata insieme ai caratteri tipografici: per questo motivo continuò ad essere usata, anche dopo la diffusione dell’incisione su rame, per illustrazioni di piccolo formato inserite nel testo, per i capilettera e per i motivi ornamentali geometrici a fascia posti generalmente all’inizio di un capitolo. (BARBIER 2004).

[9] La redazione più antica di un vero e proprio itinerario fra i luoghi di culto e i monumenti pagani di Roma, elaborato secondo un ordine topografico, risale agli anni fra il 1140 e il 1143: si tratta dei Mirabilia urbis Romae, compilati probabilmente dal canonico Benedetto e a sua volta basato sugli itinerari tardo antichi (DI NOLA 1988).

[10] Cfr. ACCAME LANZILLOTTA 1997; BURNS 1988; CASTAGNOLI 1993; OCCHIPINTI 2007. 

[11] Cfr. SCHUDT 1930; BIBLIOGRAFIA DELLE GUIDE DI ROMA 1990; LE GUIDE ANTICHE DI ROMA 1991.



Last Updated ( Thursday, 07 April 2016 )
 
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