Contenuti arrow Numero 3, 2009 arrow Il rapimento della Venere dei Medici nel 1802: un episodio ancora da chiarire

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Quale occasione migliore per cercare di sottrarre alla custodia di Puccini e di Ferdinando IV la famosa dea? Come emerge dalla corrispondenza relativa, si misero subito in moto le trame diplomatiche, intenzionate a far passare sotto la bandiera della pace il sequestro dell’opera. La scusa era semplice: con l’ascesa al trono del re Ludovico d’Etruria, la Toscana non aveva più alcun motivo di lasciare le opere in balìa del re di Napoli. Era opportuno agire per un immediato ritorno delle opere a Firenze. Talleyrand inviò prontamente le sue istruzioni all’ambasciatore francese di stanza a Napoli, Alquier. Nelle sue parole la posizione di Puccini apparve del tutto distorta: 

 

L’enlèvement en fut d’autant plus injuste que les Anglais et les Napolitains s’en emparèrent sur un prince de la Maison d’Autriche qui était alors leur alliée. Ils ne pouvaient pas avoir pour prétexte le désir de les soustraire aux vues des Français qui les avaient respectés dans une première expédition. M. Puccini, qui les fesait embarquer sur la flotte anglaise, livrait d’ailleurs un dépôt qui ne lui appartenait point [16]

 

Alquier, rapido esecutore degli ordini di Talleyrand, il 21 pratile dell’anno 9 (10 giugno del 1801), si affrettò a scrivere una lettera al cavalier John Francis Acton, ministro borbonico, con la quale avanzava una richiesta ufficiale di restituzione delle 75 casse al sovrano d’Etruria. Nella missiva non si scordava di evidenziare la ‘scorrettezza’ del comportamento degli inglesi, che a suo tempo avevano imbarcato il Puccini sulla Santa Dorotea, per difendere le opere dall’arrivo dei francesi che, al contrario, «avaient signeusement conservé la Galerie de Florance, pendant l’occupation de la Toscane [...] et qui les avaient respectés dans une première expédition» [17].

 

Talleyrand non si limitò a scrivere a Napoli, ma contattò anche Clarke, ministro plenipotenziario francese a Firenze, affinché incalzasse il primo ministro di Ludovico, Giulio Mozzi. La Toscana avrebbe avuto indietro le sue ricchezze artistiche e, dal momento che la Francia era stata l’intermediaria di questa operazione, poteva giustamente aspettarsi in cambio «quelque chose de ses richesses» [18].

Clarke si affrettò a comunicare al Mozzi le intenzioni pacifiche e convenienti dell’intercessione francese. Obiettivo: ottenere l’integrale restituzione delle opere d’arte, il rientro di Puccini con esse, senza però dimenticare un ‘petit cadeau’ per il Primo Console, che tanto si era affannato per la Toscana: la Venere dei Medici era dono più che adeguato.

Il primo ministro ‘etrusco’ rifiutò decisamente tale proposta. Come contromossa, al Mozzi fu richiesto di mettere per iscritto i motivi che impedivano di acconsentire all’abbandono della Venere da parte della Toscana. Il senso era chiaro: costringere il re d’Etruria a contrariare nero su bianco il Primo Console e mettendosi in una posizione di imbarazzo. Nella lettera del 4 marzo 1802, pubblicata da Antonio Zobi, Mozzi giustificò con fermezza le ragioni del rifiuto di concedere la Venere. L’opera era stata rispettata in tempi di guerra, al momento della prima occupazione francese, per quale motivo requisirla proprio adesso in momento di pace, rischiando di far insorgere i fiorentini contro il loro legittimo sovrano [19].  

 

Che direbbero poi se in mezzo a tante calamità si vedessero ancora spogliati di un monumento, in cui pongono tanto valore, ed una lodevole vanità nazionale, e che a tutto diritto considerano come proprio? Lungi dal riconoscere il loro Sovrano indipendente, lungi dal considerarlo il loro padre ed il vigile custode delle loro proprietà, potrebbero lasciarsi sedurre dalla malevolenza al segno, da riguardarlo come istrumento della loro rovina, né giammai si unirebbero a lui con quel deciso attaccamento, che è tanto necessario alla sua e alla nostra felicità [20]

 

Due giorni dopo (il 6 marzo 1802) allertato da Clarke, Mozzi contattava Acton in Sicilia. Evidentemente preoccupato per l’insistenza delle richieste francesi, il primo ministro di Ludovico decise di anticipare le mosse di Talleyrand e di sincerarsi non solo della buona fede del re Ferdinando IV, ma anche delle attenzioni che venivano riservate al prezioso deposito fiorentino. La lettera conteneva una precisa avvertenza: «se mai venissero i suddetti preziosi effetti o reclamati o pretesi da qualche Potenza, S.M. è persuasa, che da codesto augustissimo Monarca e dal R. Suo Governo non verrano nel suddetto caso ascoltate simili richieste o pretese, e che i suddetti monumenti salvati nei tempi più difficili, saranno gelosamente custoditi in codesto Regno, come il più rispettabile deposito di una Nazione, e serbati alla Toscana, di cui sono una sacra e inalterabile proprietà» [21]. Era chiaro il riferimento alla Francia, nessun’altra potenza aveva avanzato richieste particolari. Meno che mai l’Inghilterra che anzi, aveva favorito il trasferimento di Puccini a Palermo.

A proposito dei monumenti preziosi, Acton rispose il 30 marzo che il sovrano di Napoli li avrebbe conservati «sempre come un deposito sacro, e li [avrebbe fatti] gelosamente custodire per esser restituiti costà, subitoché gliene sarà fatta la richiesta» [22].

Un’altra via tentata dai francesi fu quella dello scambio. In una lettera del 30 germinale anno 10, il commissario Dufourny propose al ministro dell’Interno di accettare il suggerimento di scambiare la «portion des antiquités de la Villa Albani qui est restée a Rome» per ottenere la Venere [23]. Ma, come ricorda Boyer, furono gli stessi colleghi di Dufourny a ricordargli quanto il baratto fosse difficile, anche a causa dell’incertezza che la Francia ancora aveva di ottenere questi stessi tesori. [24]



[16] BOYER 1969, p. 187.

[17] ASN (Archivio di Stato di Napoli), Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107, lettera dell’ambasciatore Alquier senza destinatario, probabilmente il cavalier Acton, 21 pratile anno IX.

[18] Lettera del 23 brumaio anno X, scritta da Talleyrand a Clarke, pubblicata da BOYER 1969, p. 188.

[19] ZOBI 1851, Appendice lettera A, pp. 243-244.

[20] «In vista di questi riflessi, S.M. è fermamente persuasa, che il Primo Console, nelle benefiche sue disposizioni a riguardo della Toscana non vorrà privarla di un monumento che riguarda come un pegno prezioso salvato a suo lustro nei passati difficili tempi, né darà questo colpo ad una Nazione, che con un atto tanto ingiurioso alle Arti, quanto contrario ai sentimenti della notoria di lui generosità [...]». Lettera di Giulio Mozzi al ministro plenipotenziario francese Clarke, del 4 marzo 1802, riportata anche da ZOBI 1851, Appendice al t. III, pp. 244-245.

[21] ZOBI 1851, Appendice al t. III, pp. 245-246, lettera di Mozzi al cavalier Acton, 6 marzo 1802.

[22] ZOBI 1851, Appendice al t. III, pp. 246-247, lettera del cavalier Acton a Mozzi, 30 marzo 1802.

[23] ANP, s. F 21 573, Correspondance du Dufourny (an IX-an X), 30 germinale anno X.

[24] BOYER 1969, p. 190.



Last Updated ( Tuesday, 23 February 2010 )
 
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