Contenuti arrow Numero 3, 2009 arrow Il rapimento della Venere dei Medici nel 1802: un episodio ancora da chiarire

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In Sicilia, d’altro canto, il Puccini già da tempo era stato costretto a sorvegliare di lontano le sue opere, affidate ad un deposito segreto sotto le cure di un intendente di Ferdinando IV. Come lui stesso scrive all’amico Federico Manfredini:

 

Due giorni dopo il mio arrivo, fui astretto da un R. Dispaccio a depositare in mano altrui il tesoro, di cui sono debitore allo Stato, e di cui per me dovrei essere il solo depositario, e custode. Nonostante tutto questo, io devo morire sopra una di queste casse, e chiudere gli orecchi ad un così lusinghiero invito, e sopprimere il desiderio vivissimo che avrei di visitare le antichità di Sicilia. Ogni quindici giorni vado a fare una visita con il depositario alla mia bella, che prima di passarla in altre mani ho direi quasi infibulata, per assicurarmi quanto è possibile della sua fedeltà [25].

 

La «bella» di cui parla Puccini in questa lettera è proprio la Venere dei Medici. 

A rendere ancora più intricata la trama del sequestro intervenne nuovamente Talleyrand che, come sostiene Pesendorfer, procedette in modo ancor più ‘raffinato’ cercando di fare pressione sul primo ministro di Ferdinando IV attraverso l’ambasciatore Alquier. L’obiettivo era far credere ai siciliani che Ludovico d’Etruria fosse consapevole e consenziente. L’11 fruttidoro Alquier scriveva ad Acton che il Primo Console desiderava la Venere per sé, ma che questa scelta fosse condizionata da un accordo preventivo con la Toscana.

 

Le Premier Consul me charge expressément de demander que S.M. Sicilienne veuille bien faire remettre à disposition du Gouvernement Français une caisse renfermant une statue connue sous le nom de Vénus de Médicis, et qui a été transportée de Florence à Palerme. Je crois devoir ajouter à cette demande, Monsieur le Chevalier, la déclaration très formelle que le Gouvernement Français a pris avec S. M. le Roi d’Etrurie, des mesures, qui ne laissent aucun prétexte à élever des difficultés sur cette réclamation, et qu’il se charge envers S. M. Sicilienne et le Gouvernement Toscan, de toutes les explications et de toutes le garanties, si jamais il pouvait y avoir bien à en donner sur une demande aussi légitime [26].

 

Acton rispose all’Alquier il 31 agosto con accondiscendenza:

 

Il Cav. Acton ha posto sotto gli occhi del Re Suo Signore l’ufizio in data dell’11 fruttifero che S. E. il Signor Alquier ambasciatore della Repubblica Francese gli ha diretto per far conoscere la dimanda del Primo Console di mettersi alla disposizione del Governo Francese la statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici, la quale si ritrova a Palermo, ha l’onore di dirgli che la med. in seguito della dichiarazione formale fatta dal Sig. ambasciatore che il Governo Francese è d’accordo su tal proposito con S. M. il Re d’Etruria, non incontra difficoltà di far togliere dal deposito sacro appartenente a quel Sovrano, ed alla Nazione Toscana, il quale era affidato alla religione della medesima, la suddetta statua e di farla consegnare alla persona che sarà destinata dal Signor ambasciatore [27].

 

Il cardinal Pignatelli, presidente del governo in Sicilia, aveva ricevuto dallo stesso Acton l’ordine di consegnare al Mausson, ministro delle Relazioni Commerciali francesi, la cassa contenente la sola Venere [28]. L’8 settembre Pignatelli aveva pertanto incaricato il presidente della Gran Corte, Giovan Battista Paternò, di eseguire il comando e di fare in modo che la consegna avvenisse senza difficoltà: il deposito delle opere toscane di cui era responsabile il Puccini era stato affidato ad un tale Giovan Battista Scaglia, incaricato da Ferdinando IV. Presso di lui era adesso necessario prelevare la Venere. Tuttavia, Pignatelli il 10 settembre faceva presente all’Acton

 

che il cavalier Puccini ricusa di farne per parte sua la consegna per le ragioni esposte nell’annesso foglio. Ed avendo io rescritto al Presidente suddetto, di far subito eseguire l’annunciato Real Comando anche senza l’assenso ed intervento del Puccini, è stato già il medesimo eseguito, e con la posta ventura ne rimetterò a V. E. la relazione che ne attendo dal Presidente colle corrispondenti cautele [29].

 

La posizione di Puccini, resa difficilissima da tali manovre, fu comunque ferma: il 10 settembre egli si rifiutò con decisione di eseguire l’ordine di Paternò giustificandosi come segue:

 

ho il rammarico di non poter su due piedi corrispondere al comando di V. E., di cui sono invitato ad eseguire di concerto col sig. Giovan Battista Scaglia, la consegna della medesima; stanteché, essendo questo con tutti gli altri monumenti affidato nelle più valide forme dal Governo Toscano alla mia responsabilità, resterebbero compromessi i miei beni, la mia vita, e ciò che mi è più a cuore, l’onor mio, se prestassi consenso e l’opera all’altrui occupazione, senza un ordine preciso a me diretto senza per mezzo delle R. Segreteria di Stato da S. M. il Re d’Etruria mio Signore [30]

 

Ma l’11 settembre del 1802 Mausson fu portato da Paternò, nonostante l’assenza di Puccini, al deposito presso il convento dei Gesuiti, dove si trovavano le opere toscane. Il racconto è riportato nei dettagli dallo stesso Paternò. Egli si era recato nel luogo in cui si conservavano le casse spettanti alla Toscana, che comunque non viene mai nominato esplicitamente [31]. Qui, con l’aiuto di alcuni artisti che erano in grado di riconoscere la statua, individuò e caricò l’opera sulla tartana Saint Louis, in partenza per Marsiglia. A Puccini non rimaneva altro che informare con tono dolente il senatore Mozzi [32].

A proposito del trasporto della Venere a Marsiglia e del viaggio sulla Saint Louis comandata dal capitano Jarlier, si vedano i dispacci conservati presso gli Archives Nationales, F 21 573, Transport en France d’oeuvres d’art enlevées d’Italie, an VI-an XII, III: qui è possibile verificare che già al 16 fruttidoro (2 settembre) Alquier informava il prefetto delle Bocche del Rodano, Delacroix, di aver noleggiato la detta imbarcazione e che avrebbe preso tutte le cure del caso affinché nulla e nessuno compromettesse la sicurezza del trasporto [33].

A questo punto fu Mozzi a prendere la parola e a protestare vivacemente contro il prelievo della Venere. Prese inoltre le difese del Puccini, ricordando che il direttore aveva agito con la dovuta cautela, opponendosi alla confisca di un’opera tanto importante e niente affatto autorizzata dal sovrano etrusco.

La risposta di Acton non si fece attendere [34] e in effetti la sua giustificazione era proprio quella di aver agito nella piena convinzione che il trasferimento fosse stato autorizzato da un accordo con Ludovico d’Etruria [35]. L’assicurazione dell’intesa era stata in effetti più volte ribadita da Alquier [36]. Non sappiamo, tuttavia, quanto sia reale l’ipotesi che Acton fosse del tutto all’oscuro delle manovre francesi, vista la fretta con cui si volle concludere l’operazione. Quello che più sorprende è infatti la leggerezza con cui in Sicilia si trattò l’intera azione di prelievo. 



[25] BMC, Epistolario Moschini, Puccini, lettera del 14 gennaio 1801 da Palermo.

[26] ASN, Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107. Lettera di Alquier al cavalier Acton, 11 fruttidoro anno X, vedi Appendice doc. 2.

[27] ASN, Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107, lettera di Acton ad Alquier, 31 agosto del 1802.

[28] Vedi Appendice, doc. 3.

[29] Vedi Appendice, doc. 5.

[30] Vedi Appendice, doc. 6

[31] Egli riporta di essersi recato «ieri al giorno personalmente nel luogo ove si conserva in deposito dal Scaglia per ordine del Re tutto ciò che si appartiene alla R. Galleria di Firenze, ed apertasi in mia presenza, del Sig. Marsson, del Scaglia, e di altre persone la prima cassa, si trovò in essa la statua della Venere predetta. La medesima si fece riconoscere da due periti, uno D. Pietro della Valle scultore, che assicurò esser quella che si ricercava per averla veduta nella R. Galleria di Firenze ritrovandosi colà, e per averla copiata in Roma sopra altri modelli in detta città esistenti, il secondo D. Giuseppe Velasquez pittore che assicurò ugualmente di esser quella conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici [...]»; ASN, filza 4292, ins. 107, Giovan Battista Armando Paternò al cardinale Pignatelli, vedi Appendice doc. 7.

[32] Lettera riportata in ZOBI 1851, Appendice al t. III, p. 250, Puccini a Mozzi.

[33] «Naples le 16 fructidor an 10. L’ambassadeur de la République Française près S. M. Sicilienne Au Citoyen Delacroix Préfet du Département des Bouches du Rhone. Citoyen Préfet, Le Capitaine Jarlier, Commandant la Tartane le S. Louis, a été nolisé d’apres mes ordres, pour prendre à Palerme et pour transporter directement à Marseille une statue célèbre, connue sous le nom de la Vénus de Médicis [...]», ANP, F 21 573, Transport en France d’oeuvres d’art enlevées d’Italie, an VI-an XII, III, Transport de la Vénus de Médicis et d’autres statues (an X-an XII), 16 fruttidoro anno X.

[34] Nella stessa lettera che Mozzi inviò al cavalier Acton si trova un appunto scarabocchiato di fretta con l’indicazione sulla risposta da fornire al primo ministro toscano: «Si comunichi l’ufizio d’Alquier, e si dirà che il Re non è devenuto ad ordinar la consegna della statua se non dopo l’assicurazione data dall’Amb. che il Primo Console era d’accordo con S.M. il Re d’Etruria», ASN, Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107, Mozzi ad Acton del 25 settembre 1802, vedi Appendice doc. 8.

[35] Ivi, vedi Appendice doc. 9.

[36] Cfr. Appendice doc. 2.



Last Updated ( Tuesday, 23 February 2010 )
 
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