Contenuti arrow Numero 3, 2009 arrow «Il credulo Sandrart». La ricezione della Teutsche Academie (e le sue riedizioni) tra Sette e..

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Dall’altra parte, invece, venivano relegati le biografie mutuate da Karel van Mander, le teoriche tradotte da Vasari e soprattutto gli inserti «archelogico-tecnico-antiquari», tanto testuali quanto figurativi, dove tutto era «compendiato, anzi per la maggior parte copiato da opere anteriori» [16]: un classicismo assorbito dall’Italia, e non ‘tedesco’ ed ‘autoctono’ come sarebbe stato in seguito quello di Winckelmann (per parafrasare il giudizio espresso pochi anni dopo da Wilhelm Waetzoldt) [17].

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Fig. 2 Antiporta di C.G. Amling su disegno di J. von Sandrart, in J. von Sandrart, Teutsche Academie, Nürnberg 1675.
  

 

Sull’aspetto compilatorio della Teutsche Academie insistette ancora Julius von Schlosser nel 1924 all’interno del breve profilo che dedicò a Sandrart nella sua Kunstliteratur. Pur sottolineando il valore storico dell’imponente opera, definita un «monumento della diligente dottrina tedesca», Schlosser non risparmiò critiche né alla monografia di Sponsel (forse memore delle polemiche che ne avevano determinato l’esclusione dalla collana viennese), ritenuta «accurata anche se non completa», né ai tomi sandrartiani, presentati di fatto come una «notevolissima ed amplissima compilazione», all’interno della quale solo alcune parti redatte personalmente dall’autore dovevano meritare interesse [18]. Pubblicata l’anno successivo, nel 1925, l’edizione di Peltzer accolse questa eredità. I tagli che il curatore operò, basati sullo spoglio di Sponsel e quasi preannunciati dalla recensione di Fabriczy, tradirono la volontà di confermare Sandrart quale fonte originale nella descrizione non solo della propria epoca, ma soprattutto della produzione artistica nordeuropea, tanto più che, per avvalorare questa immagine, Peltzer non esitò a pubblicare anche le notizie sugli artisti tedeschi e fiamminghi del Quattro e del Cinquecento, che Joachim non aveva redatto autonomamente, ma aveva mutuato da Van Mander e da Neudörffer. Conseguenza principale di queste scelte fu la completa decurtazione, nel compendio monacense, degli inserti teorici ed antiquari e di gran parte dell’apparato illustrativo dei tre tomi seicenteschi [19], ovvero la ‘trasformazione’ dello scrittore e pittore francofortese in un semplice biografo, appiattito sulla figura di Vasari, del quale forzatamente finiva per diventare l’alter ego tedesco: immagine già preannunciata da Waetzoldt nel 1921 e ribadita ancora cinquant’anni dopo l’edizione di Peltzer da Roberto Salvini nel 1974 al Congresso internazionale per il IV centenario della morte di Vasari, con un intervento intitolato eloquentemente L’eredità del Vasari storiografo in Germania: Joachim von Sandrart [20]. Solo qualche anno più tardi, del resto, Christian Klemm avrebbe pubblicato i primi lavori sulla produzione artistica (e non letteraria) di Sandrart [21], confluiti quindi nel 1986 in un’ampia monografia dedicata alla sua attività pittorica [22]: un aspetto non secondario nell’accostarsi alla Teutsche Academie, dove gran parte delle tavole erano state incise a partire da disegni di Joachim (Fig. 2), e forse alla base anche della decisione, una decina d’anni più tardi, di pubblicare un’anastatica dell’opera priva di tagli.

Di natura squisitamente oltremontana, la fiducia esibita da Sandrart nei confronti di una didattica affidata alle stampe permette di misurare la distanza concettuale (e non solo meramente tipografica) dalle Vite vasariane della Teutsche Academie: un’accademia cartacea, per l’elaborazione della quale l’accurata preparazione delle tavole costituì un elemento di pari dignità accanto alla compilazione delle notizie, e in rapporto alla quale complessa rimane ancora la decifrazione di quanto spetti a Joachim come autore, quanto come disegnatore e quanto infine come curatore dell’opera. A recenti studi va il merito di aver sottolineato non solo vistose collaborazioni di letterati ed incisori, sia nelle prime redazioni tedesche che nelle successive rielaborazioni latine, ma addirittura di aver dimostrato che alcune biografie di artisti tedeschi, finora ritenute autografe (perché non riferibili a fonti a stampa già edite) erano in realtà state redatte da collezionisti ed eruditi germanici, che avevano poi provveduto ad inviarle a Sandrart: un cantiere polifonico e un dialogo diretto tra Joachim e il suo primo pubblico che sollecitano oggi a considerare con rinnovata attenzione la genesi della Teutsche Academie e le diverse regie che ne scandirono le complesse fasi editoriali [23].



[16] FABRICZY 1896, p. 465.

[17] Così WAETZOLDT 1921, p. 41: «Sandrarts Klassizismus ist eine Kopie romanischer Geistigkeit, Winckelmanns Klassizismus eine deutsche Originalleistung».

[18] SCHLOSSER [1924] 1996, pp. 478-479.

[19] Nella Einleitung Peltzer sottolineò (SANDRART-PELTZER 1925, p. 10): «wie man denn überhaupt nicht berechtigt ist, an seine Leistungen den Maßstab neuerer kunsthistorischer Methoden zu legen und ihm insbesondere einen schweren Vorwurf daraus zu mache, daß der größere Teil seines Werks auf Kompilation beruht».

[20] SALVINI 1976. «Der deutsche Vasarinachahmer» è l’appellativo coniato per Sandrart da Waetzoldt che, forzando i risultati della ricerca di Sponsel, scrisse: «das Ergebnis der Sponselschen Untersuchung ist kurz das folgende: Sandrarts Hauptvorbild ist Vasari, der Verfasser der berühmten, den Typus der Künstlergeschichte schaffenden Vite» (cfr. WAETZOLDT 1921, pp. 26 e 35).

[21] KLEMM 1979 sul viaggio giovanile di Sandrart a Roma, e KLEMM 1985 sulla sua attività artistica a Norimberga.

[22] KLEMM 1986.

[23] Inaugurate da Christian Klemm (KLEMM 1994 e KLEMM 1995), le indagini sulla genesi della Teutsche Academie, sulle collaborazioni di Sandrart con eruditi e letterati per la redazione tanto delle edizioni tedesche quanto di quelle latine, e sulla loro prima distribuzione e fruizione non solo in Germania, ma anche in Europa, sono state recentemente affrontate in FRUCHTBRINGENDE GESELLSCHAFT 1997, pp. 245-302; GERSTL 2000; SIMONATO 2004; MEURER 2006. Attivamente coinvolto nell’officina sandrartiana fu, ad esempio, Christoph Arnold, un antiquario norimberghese in contatto con la Firenze medicea e con Antonio Magliabechi (cfr. SIMONATO 2000): un cospicuo corpus di lettere da lui scritte al figlio Andreas, impegnato in un ampio viaggio di formazione in Inghilterra e in Francia, sono attualmente in corso di pubblicazione da parte mia e di Susanne Meurer.



Last Updated ( Wednesday, 23 December 2009 )
 
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