Contenuti arrow Numero 3, 2009 arrow «Il credulo Sandrart». La ricezione della Teutsche Academie (e le sue riedizioni) tra Sette e..

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Furono proprio i ritratti dei pittori antichi a catturare l’attenzione del Della Valle, che nel 1795 li riprodusse quasi integralmente all’interno della propria opera, intervenendo talvolta sul nome degli effigiati per correggere alcuni errori di Sandrart. Tra questi, uno dei più clamorosi fu l’aver creduto all’esistenza, come già prima di lui Van Mander, di un pittore antico di nome Demone Ateniese, tanto da attribuirgli addirittura un volto [70]: un pittore in realtà mai citato da Plinio, ma nato già in epoca umanistica da un fraintendimento del passo pliniano su Parrasio e sul suo celebre dipinto raffigurante il demos, il popolo, di Atene. Non senza una punta polemica nei confronti del Della Valle, che pur biasimando ripetutamente Sandrart non aveva indugiato ad abbellire la propria opera con gli splendidi ritratti (tutti di fantasia) editi dal pittore e scrittore francofortese [71], Luigi Lanzi citò il Demone sandrartiano per esibire ai suoi lettori la «poca critica» di Joachim, che «male intendendo Plinio credette non mica il Genio favoloso di Atene, ma un pittore in carne e in ossa, e ne diede il ritratto insieme con quel di Zeusi, di Apelle e di altri pittori antichissimi» [72].

Non si può giustificare solo alla luce di una polemica domestica l’impennata che Lanzi riservò a Sandrart all’interno della seconda edizione della sua Storia pittorica dell’Italia. In un passo dedicato all’annoso problema dell’invenzione della stampa, che Vasari aveva assegnato a Maso Finiguerra (e dunque a Firenze) e che Sandrart riportava con vigore in Germania, Lanzi, inserendosi in una polemica attualissima e sulla quale si era schierato poco prima anche Giuseppe Pelli Bencivenni (impegnato durante gli stessi anni nell’acquisto per le collezioni granducali dell’autoritratto sandrartiano, arrivato a Firenze nel 1787) [73], non solo si limitò a discordare puntualmente dall’autore tedesco, ma ne mise in dubbio la più ampia attendibilità, superando i confini di quella che avrebbe potuto restare una disputa campanilistica tardosettecentesca:

 

il credulo Sandrart pretese già di torci la mano per una stampina d’incerto autore, ove gli parve legger data del 1411, e per un’altra ov’egli trovò l’anno 1455. Ma a questi giorni, ne’ quali Sandrart è scemato di autorità, e per le sue contraddizioni, e per quel che oggidì chiamasi patriottismo è sospetto anche a’ nazionali, quelle sue stampe son come due false monete da non poterci comperare tal gloria [74].

 

Dalle parole di Lanzi si intuisce la straordinaria parabola della fortuna critica di Sandrart in Italia durante il Settecento: un autore che aveva assunto un ruolo di primaria importanza per gran parte del secolo, grazie a quella «autorità» di cui avevano goduto oltre i confini germanofoni le sue edizioni latine, citate e sfogliate da Resta, De Piles, Baldinucci, Gabburri, Baruffaldi e dal Della Valle, note ai lettori grazie alle continue ristampe dell’Orlandi, per il quale Sandrart rimase un costante, universale e ricorrente riferimento di edizione in edizione, apprezzate per la qualità grafica dei ritratti (addirittura preferiti ai corrispondenti vasariani), e infine attestate copiosamente nelle principali biblioteche italiane [75]. Il registro dell’Academia nobilissimæ artis pictoriæ, ancora più lontano dai soggettivismi critici che caratterizzavano alcune parti dell’originale tedesco, era servito già dalla fine del Seicento a creare un ponte tra la storia figurativa vasariana e i contemporanei abbecedari [76], ma la straordinaria diffusione di cui godette questo testo può forse essere imputata anche alla sua particolare impalcatura. Giocata non solo su tre grandi raggruppamenti (antico, italiano e oltremontano), ma addirittura su sfumate articolazioni interne per maniere pittoriche e generi, la griglia storico/geografica, in cui Joachim aveva presentato le notizie sugli artisti (alcune desunte integralmente da fonti, altre inedite, per quanto non sempre autografe), risultava forse un po’ ingenua, ma intuitivamente funzionante, ed era stata apprezzata da collezionisti ed eruditi proprio per la sua pratica apertura cronologica e soprannazionale. Straordinariamente agevole rispetto alle Notizie di Baldinucci, e di facile consultazione grazie ad indici onomastici e a capitoletti intitolati a margine, questa riduzione latina della Teutsche Academie costituì durante il corso del Settecento in Italia una valida alternativa (per quanto ‘artigianale’) sia alle distinte storie locali, sia alle opere alfabetiche puramente compilatorie come l’Abcedario dell’Orlandi, sia alle Vite artistiche di scrittori troppo impegnati in invettive, apologie ed aneddoti: un’alternativa, però, solo fino alla pubblicazione della Storia pittorica di Lanzi, una «storia generale» della pittura italiana articolata non per biografie, ma per scuole e cronologie, e basata su una conoscenza autoptica delle opere.

Fu, in definitiva, la pubblicazione stessa dell’opera ‘storica’ di Lanzi a far apparire in Italia l’‘antiquaria’ Academia nobilissimæ artis pictoriæ (dove venivano riprodotte le fattezze fisionomiche anche di artisti mai esistiti) come un’opera inaffidabile, tanto nella regia quanto nei contenuti: un’opera che, per quanto ancora utile su certe voci oltremontane (consultate dallo stesso Lanzi), era ormai ritenuta non attendibile, tendenziosa, compilatoria, patriottica, stilisticamente caratterizzata, ma soprattutto metodologicamente ingenua, ovvero redatta da un autore, il «credulo Sandrart», la cui autorità, allo scadere del secolo, stava scemando.



[70] SANDRART 1675, tav. D [http://ta.sandrart.net, p. 220].

[71] Sull’impiego dei ritratti sandrartiani da parte del Della Valle e, più in generale, della fortuna di questi nel Settecento cfr. SIMONATO, Dalle Vite di Vasari.

[72] LANZI 1795-1796, I, p. 87.

[73] Sulla vicenda dell’acquisto dell’autoritratto sandratiano (oggi ritenuto una copia) cfr. la scheda di C. Caneva in GIUSTINIANI 2001, pp. 28-31. Per le posizioni di Pelli sull’invenzione della stampa si veda la sua Memoria dell’arte delle stampe in rame del 1777 in FILETI MAZZA 2009, p. 280.

[74] LANZI 1795-1796, I, pp. 87-88.

[75] Per un’agile verifica è già sufficiente confrontare la frequenza delle attestazioni di SANDRART 1683 nei cataloghi di biblioteche italiane sette e ottocentesche editi nella sezione Bibliografie e biblioteche d’arte in www.memofonte.it . Si veda inoltre COMOLLI 1788-1792, II, p. 86.

[76] SIMONATO 2004.



Last Updated ( Wednesday, 23 December 2009 )
 
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