Contenuti arrow Numero 3, 2009 arrow Monete, medaglie, gemme e piccole antichità: la Collezione delle anticaglie dei Riccardi...

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Le monete antiche

 

Grazie alle informazioni che si ritrovano negli inventari è possibile avanzare qualche considerazione anche sulle serie monetali antiche, descritte, con l’unica eccezione dell’inventario del 1706 di Pittoreggi, sempre molto superficialmente. Nonostante sia evidente come la collezione numismatica medicea costituisse un riferimento costante per i Riccardi, se è vero che probabilmente tutti e due gli antiquari al servizio dei granduchi (Peter Fitton, sicuramente, e Francesco Camelli [26]) si occuparono anche di queste raccolte, un paragone tra le due raccolte è improponibile, in primo luogo per un fatto quantitativo. L’intera collezione medicea alla fine del Seicento era costituita da qualcosa come 41.000 monete, cosa che la rendeva, secondo il giudizio dei contemporanei, la più grande d’Europa [27]. Niente a che vedere con i possedimenti riccardiani, che non sembrano, inoltre, particolarmente ricchi di oggetti pregiati.

Questa differenza quantitativa incide naturalmente anche sulle modalità di catalogazione. Proprio mantenendo come riferimento il catalogo mediceo redatto alla fine degli anni Settanta del Seicento da Francesco Camelli, si possono notare chiaramente alcune differenze [28]: il catalogo non inizia con i medaglioni bronzei (di cui sono citati molto curiosamente solo dieci esemplari nell’inventario del 1756 [29]), sono assenti categorie ben attestate nelle collezioni numismatiche dei secoli XVII-XVIII, come i contornati, e in generale, non si tiene conto del formato delle monete, usualmente classificate, soprattutto nel caso di quelle di bronzo, per dimensione (generalmente ‘grandi’ ‘mezzane’ e ‘piccole’) [30].

In questo caso, invece, le monete sono semplicemente organizzate per serie imperiali, senza distinzione di formato. A differenza di quanto accadrà per le medaglie moderne, tuttavia, risulta chiaro come fosse prestata molta attenzione all’omogeneità della collezione di numismatica antica e al modo di esporla negli armadi. Come si può notare nel confronto tra l’inventario del 1706 e quello del 1756, le monete erano disposte in modo regolare, ovvero collocate in «tavole», che contenevano 48 monete ciascuna [31]. L’inventario del 1756 permette di chiarire come un armadio fosse interamente dedicato alle monete romane imperiali nei tre metalli, oro e bronzo (sei tavole, primo ordine), argento (sei tavole, secondo ordine); l’altro armadio invece conteneva le monete, in gran parte d’argento, repubblicane (sei tavole, primo ordine) e greche (sei tavole, secondo ordine).

La collezione imperiale inizia con la serie di maggior pregio (data l’assenza dei medaglioni) l’oro, di cui nel 1706 si contavano solo sei monete [32], raddoppiate nel 1759 [33]. Le monete d’oro sono le uniche di cui si conservi una descrizione dettagliata in tutti e due gli inventari: è così possibile riconoscerne sia il nucleo più antico, sia il tipo monetale, per confronto con gli esemplari tuttora esistenti [34]. Ben poco si può dire sulle altre serie imperiali romane, dato che nell’inventario del 1756 sono descritte solo per quantità; tuttavia, proprio il confronto del numero di esemplari per imperatore nei due inventari, rivela una sostanziale «instabilità» dei pezzi, a distanza di cinquant’anni, circostanza tipica delle raccolte numismatiche, in cui gli oggetti vengono molto facilmente scambiati e spostati. Per fare un esempio, le monete di Vespasiano nel 1756 sono 4, come nel 1706, quelle di Tito 4, contro le 5 dell’altro inventario, Domiziano 4 (erano 7), Nerva 6 (erano 5) e così via [35].

Il secondo armadio, come detto, conteneva le collezioni di monete repubblicane e greche, per le quali vale sostanzialmente lo stesso discorso fatto per quelle imperiali. Si tratta di generi ben presenti nelle raccolte antiquarie, e in primis in quella medicea. Le monete repubblicane o «delle famiglie romane», secondo la denominazione seicentesca, si trovano per esempio nell’inventario della collezione granducale della fine degli anni Settanta del Seicento, descritti come «nummi argentei familiarum romanarum, prout in Fulvio Orsino disponuntur» [36]. La pubblicazione di Fulvio Orsini (Familiae Romanae quae reperiuntur in antiquis numismatibus ab Urbe condita ad tempora divi Augusti ex bibliotheca Fulvi Ursini, 1577 e edizioni successive) costituiva infatti il paradigma di confronto per questo genere di collezione, a cui guarda direttamente o indirettamente, attraverso il modello mediceo, anche la serie riccardiana, dove ricorrono molte delle voci presenti nel catalogo di Francesco Camelli.

La descrizione delle monete nell’inventario del 1706, a opera del Pittoreggi, consente di riconoscere i pezzi nei tipi monetali noti ad oggi, ed è molto vicina come tipologia e quantità ad una lista redatta un anno prima [37]; l’inventario del 1756 invece è utile anche in questo caso, solo per un confronto numerico, da cui si evince come le voci in cinquant’anni siano molto variate in consistenza [38]. Delle monete greche, che occupavano il secondo palchetto dell’armadio e descritte per quantità nel 1705 e dettagliatamente, ovvero riportando le leggende, nel 1706, cinquant’anni dopo si dà solo una descrizione della quantità, dato che «per la maggior parte non si trova la via di leggerle» [39].

 


[26] Si veda supra per Fitton; per quanto riguarda Camelli, cfr. DE JULIIS 1984, p. 238.

[27] Si veda la lettera di Francesco Noris a Francesco Mezzabarba del 16 novembre 1681, in NORIS 1741, p. 141D-A; dalla stessa lettera si apprende come solo le monete del cardinal Leopoldo de’ Medici ammontassero a 4.000 pezzi.

[28] Conservato in BGU (Biblioteca della Galleria degli Uffizi di Firenze), ms. 74 (la numerazione ricomincia ad ogni sezione dell’inventario).

[29] BRF, Riccardi 3196, c. 129v.

[30] Assenze che stupiscono, specie nel confronto non solo con la collezione fiorentina, che contava circa 200 medaglioni (cfr. BGU, ms. 74, pp. 1-33) e un buon numero di contorniati (BGU, ms. 74, pp. 1-8); per la classificazione delle monete per formato si seguano i lemmi successivi all’inventario dei contorniati. Per quanto riguarda i medaglioni, inoltre, erano già stati inoltre oggetto di pubblicazioni antiquarie specifiche, come per esempio, per la collezione Carpegna, BELLORI 1679 e soprattutto l’opera del fiorentino Filippo Buonarroti, dedicata a Cosimo III (BUONARROTI 1698).

[31] Alle tavole devono riferirsi i numeri romani presenti nell’inventario del 1706 (ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, ins. 8), per esempio alle cc. 5, 11, 19, 26; non si va oltre però la nona tavola (66). Cfr. BRF, Riccardi 3196, passim.

[32] ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 5-5v.

[33] BRF, Riccardi 3196, cc. 119-119v.

[34] Le monete presenti già dal 1707 sono riconoscibili in BRF, Riccardi 3196, cc. 119-119v ai nn. 2 e 11; inoltre, per esempio la moneta di Claudio al n. 5 si può riconoscere nel tipo RIC 1966-1994, I, p. 124, n. 3; quella di Galba al n. 7, in RIC 1966-1994,I, p. 201, n. 19.

[35] BRF, Riccardi 3196, c. 119v, cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 32v-34.

[36] BGU, ms. 74, pp. 1-3 (dopo la serie delle monete greche); in part. 1.

[37] ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 2-3v; cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 50-65v.

[38] BRF, Riccardi 3196, cc. 126v-129.

[39] ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 5-5v; ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 66-70v; BRF, Riccardi 3196, c. 129v. Anche questa serie era presente nella collezione medicea, cfr BGU, ms. 74, cc. 1 e sgg. (dopo la serie d’oro, classificazione per formato e per soggetto, re e città).

Last Updated ( Friday, 18 December 2009 )
 
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