Numero d'ordine: 1043
Data: 29 11 1572
Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN FIRENZE A GIORGIO VASARI IN ROMA
Segnatura: ASA, AV, 14 (XLVIII), cc. 102, 107.
Fonte: Molto Magnifico Signor Cavaliere etc.
Io ho ricevuto la vostra e veggo come siate ben venuto e carezzato, che mi è di gran piacere; solo temo che non vi verrà fatto di venirvene a marzo come dite, che se pur fusse ad aprile et che e’ v'entrasse tutto, non sare' poco: pure voi solleciterete quanto potrete et il resto governerà il tempo. Voi arete poi avuto una mia, che fu in risposta della vostra prima. Ma ben veggo che per avventura non dovesti avere una prima mia, poi che non accennate cosa alcuna di alcune cose che vi erano, come del Buonarroto etc. Ma perché io lo replicai nella altra, n’aspetto risposta; e di grazia siate un po’ più lungo e ditemi qualche particulare più di voi e delle cose vostre.
Il Bronzino domenica passata andò a riposarsi nell’altro secolo, con molta buona grazia universale; che è stato buon uomo, piacevole e valente. Dio lo riceva nella sua gloria. Considerate, se vi paresse da condolervene, con due versi con Alessandro suo, che sono cortesie assai grate. Alle sue esequie non mancò alcuno dell’arte o pittori o scultori, infino a Michel di Ridolfo, che si strascicava dietro le gambe.
Messer Vincenzo Godemini mi dice scrivervi una lettera per certo suo desiderio. Io gli ho detto che in quello potrete, non mancherete mai agli amici, fra quali egli è uno. Et in questo caso et ogni altro vi dico, ancorché e’ non bisogni, che voi consideriate quel che potete e fino a quanto e la natura con chi avete a fare, che tal volta cor un signore si può entrare in un modo libero e con certa confidanza, che cor un altro bisogna andare con più rispetto e più ritenuto, secondo che si ha più o meno familiarità, e secondo che è la natura e procedere di quel tal signore. Col papa passato avevi una certa dimestichezza e sicurtà; se l’avete così con questo, potete fare di molte cose, se non l’avete tanta, prudenza è andar più ritenuto. Ma io insegno a chi sa più di me.
Ora vengo a un caso mio, cioè a quello che noi volemo cominciar l’anno passato et apunto morte ci s’interpose, ch’io vorrei per mio conto licenzia di poter godere e disporre ancora di que’ pochi beni patrimoniali che io ho. Il Serenissimo Principe ne ha scritto al suo imbasciadore o scriverrà, il quale, essendo tanto mio padrone, et io a lui tanto affezionato, non dubito che e’ farà per me oltre alla commessione che n’ha dal principe, anche più volentieri e con più caldezza, e forse anche ne scriverrà all’illustrissimo cardinale nostro.
Or qui vorrei io che il mio messer Giorgio facessi un po’ per me il procuratore appresso a questi due, che la cosa avesse quel fine che io desidero e con più grazia e riputazione che si può. Messer Lelio mi ha fatta una minuta d’una supplicazione, che con le lettere del principe verrà costì in mano credo dello imbasciadore, ma per più mia satisfazione e per ogni caso e per vostra intelligenzia io ne includerrò in questa una, la quale terrete appresso di voi, con la copia ancora del breve che io ebbi.
La cosa in sé è giustissima, che io non vo’ beni di chiesa, ma i miei proprii, che pure ho data et do tanta della mia fatica alle cose della chiesa, che questo poco mi si può lasciare, non tanto a benefizio mio quanto di due mie nipotine, rimase orfane et abbandonate; che fino a qui non ho avuto mai simil pensiero, ma poi che morì Lorenzo et che e’ non ci è più chi possa guadagnar per loro, anzi truovo le cose più presto scarse, che ho da render di dote 4000 scudi et altrettanti ne ho di carichi e debiti, che mi fanno sudare. Però quel poco che potessi toccare a me, non vorrei toccassi a’ frati; che se bene sono persone da bene et amati da me, non hanno bisogno, et quelle poverine ne patirebbono. Io non ho mai voluto benefizii, che tutto vi dico, acciò bisognando possiate informare dove bisognassi, che non vorrei sopratutto che la si trattasse così come d’un fraticellaccio a caso, et che Sua Santità sapesse a chi fa questa grazia.
Vorrei ancora che le spese, che ci bisognassin fare, voi piglasse la cura di pagarle, et io vi darò ordine, donde arete i danari, e so che si rispiarmerà, quanto si potrà. S’io avessi a parlare a chi m’amassi o conoscessi men di voi, io mi allargherei assai più, ma con voi basta accennare. Di parlar voi a Sua Santità vi avete a governare secondo la regola data di sopra: potreste bene con quelli che gli sono intorno et in chi voi potete, secondo che vedessi bisognare et secondo che il monsignor imbasciadore paresse, poi che egli arà fatto quello che gli parrà, operare come giudicherete approposito, che in sul fatto si vede meglio quello che bisogni fare. Il Concino mi ha detto che ha commissione di scriverne all’imbasciadore et all’illustrissimo, ma non so altro particulare; voi saprete meglio costì destramente et mi avviserete.
La minuta è fatta come io vi ho detto qui, et da chi ell’è fatta lo sapete. Ma so bene che costì hanno meglio lo stile et il modo di queste materie, però la riformeranno come ha da stare, pure che il contenuto d'essa e i punti principali vi sieno; et di questo vi prego averci l’occhio; il procuratore credo sarà quello di chi si serve ordinariamente monsignor imbasciadore, et quando altri ci bisognasse, ci è uno molto cosa di messer Domenico Bonsi, al quale egli scriverrebbe etc.
Bisognando danari, messer Zanobi Carnesecchi arà dato costì ordine a' Guiducci et a messer Andrea Arrigucci suo cugino che vi dieno quel che vorrete. Di grazia, messer Giorgio mio, fate che mi si lievi questo pensiero e che la cosa si finisca bene et presto, e se non presto, bene non manchi. Iddio vi conservi etc.
Di Firenze a 29 di novembre 1572.
Don Vincenzo Borghini
Di là.
Io credo che il Concino spedirà oggi; pure quando per le molte occupazioni non lo facesse, lo farà quanto prima; voi tenterete, se ha scritto, né parlerete cosa alcuna, inanzi che e’ ve ne sia la comessione.
Abbiate ancor l’occhio et vigilateci, che non vorrei che i nostri frati ne sapessino, che talvolta cotesti abbreviatori ne dicessimo cosa alcuna al proccurator della religione nostra, et in somma vorrei la grazia da papa, e non da’ frati per ora; voi governerete la cosa con prudenzia.
Io non credo che egli accaggia specificare il valore, che può importare il patrimonio mio, e ciò che da padre e madre mi potesse venire, né io lo so in verità, ma so bene che mio padre non era ricco; essi poi comperò da' miei fratelli, ma secondo un mio giudizio avendosi a dividere in 4. Quello di mio padre e madre, cor un po’ d’eredità d’un mio cugino, si può dire mille ducati e forse meno: questo sappiate voi bisognando.
Ancora nella minuta vi è che lo spedale sia ben governato da me etc., che sta bene, ma non vorrei già che se per infermità o vecchiaia non potessi più attendere a questa cura, che la grazia fusse in modo legata a questo capo che, non essendo io alla cura dello spedale, ella venisse nulla, che cotesti proccuratori, che intendono benissimo questi punti, la sapranno assettar bene, ma bisogna avvertirglene.
Questa lettera vi sarà come un memoriale di questo negozio et la terrete appresso di voi che non sia veduta.
Io vi mando anche inclusa in questo la copia del breve che cavò allora il Duca e la lettera che Sua Altezza scrisse al nostro protettore, che tutto starà appresso di voi, se bisognassi a cosa alcuna, che non vorrei si credesse costì che io fussi un di questi che si fuggono e poi cavano certi lor brevi etc.
Con questa sarà anche una lettera a monsignor Protonotario Medici sopra questo negozio, ché non mi è paruto conveniente passare senza scrivere a Sua Signoria. Di grazia siate seco et oltre allo scritto mio molto molto mi raccomandate a Sua Signoria, che gli porto singolare amore e riverenza e so che per amor mio farà volentieri ogni opera.
Il medesimo Don Vincenzo Borghini
Al Magnifico Cavalier Vasari Messer Giorgio, Pittore et architettore Excellentissimo appresso a Sua Santità. A Roma.
Bibliografia: Frey 1930, pp. 722-724.