Numero d'ordine: 120
Data: 10 09 1549
Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN AREZZO A GIORGIO VASARI IN FIRENZE
Segnatura: ASA, AV, 14 (XLVIII), cc. 6-7.
Fonte: Messer Giorgio mio.
Io son venuto qui et appunto ho trovato che Francesco Bacci era partito per venire a Firenze, dove mi è parso, che mi sia stato tolta ogni occasione di poter operar cosa alcuna, o bene o male che io fussi per fare, nella faccenda vostra parendomi che non sia cosa degna né onorevole, essendo e’ principali insieme costì, che qui si tratti le cose fra dua mezzani e, come dire, commessarii; oltre che per avventura potrete costì fra voi finirla, che sarà per avventura cosa più laudabile e non parrà che voi sfuggiate o diate segno alcuno di andarci per forza.
Ma per dirvi qui la fantasia mia, a me pare aver trovato la cosa più inanzi assai che io non pensavo. Prima veggo, che tutti e’ vostri sono voltissimi al fare, anzi che sono per averlo per male, quando per caso alcuno e’ non seguissi altro di questo; il che fa qual cosa. Di poi la volontà universale di tutti e’ vostri cittadini, e’ quali pure stimandovi assai, ancor che dovessino farlo molto più, credo assolutamente, che e’l’aranno molto a male, talché faccendo altro pensiero, credo certo che quel che fra noi si è più volte ragionato sarà vero: che bisognerà per qui tanto non ci pensar più, oltre l’incorrere in una universal disgrazia de’ sua cittadini. Ma quello che pesa più di nulla è che le parole fino a qui sono ite troppo inanzi, che quasi quasi pare che abbiate promesso o dato tale intenzione a quegli Bacci, che senza gran pericolo di sdegni non si possa tornare indietro. Questo invero inporta il tutto, perché all’altre cose si troverà qualche rimedio; ma fare una inimicizia cor una casa onorata. E per questa via, io la stimerei infinitamente più che nessuna dell’altre difficultà che io ci avessi.
Voi penserete al modo di scriver, che io fo, che io sia concio molto presto; il che non è certo, ma e’ mi è bene molesto, ché io mi ero fatto una imaginazione, che la cosa si avessi, come dire, a cominciare a negoziare; e per quel che io veggo io sono al principio del fine, donde e’ bisogna mutare tutto il disegno, che io avea pensato di tenere in questa cosa: ché dove io pensavo che voi fussi in sul pigliare le armi, voi siate a punto a mezza spada. Ma pur di questo sia col nome di Dio; non ci mancherebbono per questo i partiti, se l’amico ci fussi, o se pur fussi altrove che costì, dove essendo voi, e avendovi anche l’Albergotto buon mezzano a intendere e veder le fantasie d’ambo duoi, pare a me che faresti errore a fuggirlo, e che il rimetterlo a qua et a altre persone, che voi potessi farli parere che non lo degnassi, e che lui sene sdegnassi e la rompessi in mal modo; e questo io non l’appruovo in modo alcuno; ché vorrei, quando pure e’ non si avessi a fare, sdrucirla più presto che romperla e farla tanto garbatamente, che in ogni modo vi restassi buona amicizia, se e’ non potessi seguirne parentado. E per questo più che per altro vi scrivo, ché non vorrei per avermi parlato a quel modo che sapete, pensassi forse essere obligato, o paréssivi far meglio di nuovo rimetterlo qua; che non mi piace punto, neanche penso, che fussi approvato da niuno prudente. Per questo vi conforto a pensarla bene e, fatta una buona risoluzione, farvi inanzi e mostrare il viso alla fortuna e stagliare, che Dio vi aiuterà.
Questo dico in vostro conforto: che io sono stato curioso in ricercare la natura e qualità della fanciulla, che giudico questo per il primo capo et intendo tanto bene, che meglio non si potrebbe immaginare; del che ancor che se n’abbia a stare a relazione d’altri, pure dove molti concorrono e massime che sono vostri o interessati o amici. E per consequente si ha da presummere che amino il bene e quiete vostra, che pare, che si possa affermare qualcosa di buone gambe, et una volta io ne sento dir molto bene e massime, che ella è di sì dolce e mansueto animo e da contentarsi d’ogni cosa e facilissimamente pigliare quella piega che li darete voi stesso. Nella dote mi pare ancora, che nel nostro ragionamento si è corso un poco d’equivoco circa i mille fiorini. Perché l’altra non ebbe dal padre se non 800, e tanto par che vogli dare e non più punto, che se ben e’ furno 1000, ve ne fu 200 (come ancor voi mi dite) del primo marito, che fu come dire un ristoro della viduità sua. Pur questo non è capo da non si potere accomodare. E con tutto questo, se a voi piace che io la negocii in ogni modo, et io lo farò e ci durerò dentro ogni fatica e non fuggirò mai per amor vostro briga alcuna. Ma scrivetemi in questo mezzo e mandate la lettera a Piero, vostro fratello, che me la dia alla tornata mia, che sarà fra XV giorni. E in questo appuntamento son rimasto col detto.
Io sono stato 4 ore intorno alla vostra tavola del refettorio: tanto è, io veggo per l’ordinario poco lume. Ora io vi ho lasciato dentro gli ochi. Et oggi ci è stato il cardinale Ormignac francioso, tanto che qui non si è mangiato altro che pane e messer Giorgio. Èvvi quelle fessure che gli tolgono un po’ di grazia; e bisognerà pensarvi in ogni modo e massime a una, che vuole storpiare il viso al mio grasso, che è un peccato. El padre Don Benedetto mi ha mostro la sua figura e dice, che gli è una compassione, e che non è di vostra mano. Io gli risposi un detto volgare: “Non farnetica la telda”, e non gliene ho voluto spianare.
Io vi mando quella parte di Mino che per inadvertenza l’avevo portato meco; voi l’assetterrete a vostro modo.
Aspetto la risposta in ogni modo e, come io ho detto, mandatela al vostro fratello, e lui me la darà alla mia tornata: che starò 2 o 3 di qui e più, se più bisognerà; benché se mi udirete, finirete adesso costì, e sarà più onorevole. A Dio, raccomandatemi a messer Bernardetto e a voi medesimo.
D’Arezzo a dì 10 di settembre 1549.
El vostrissimo
Vincenzio Borghini.
Al Molto Magnifico Messer Giorgio Vasari, suo Osservandissimo, in Firenze. In casa Messer Bernardetto de’ Medici.
Bibliografia: Frey 1923, pp. 242-246; Borghini, Carteggio 2001, pp. 289-291.