Scheda

Numero d'ordine: 520

Data: 14 08 1564

Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN POPPIANO A GIORGIO VASARI IN FIRENZE

Segnatura: ASA, AV, 14 (XLVIII), cc. 214-215.

Fonte: Magnifico messer Giorgio.
Scrivete pure, che e’ mi è piacere; e quanto al disfare la cosa di San Lorenzo, io non ne dirò più. La medicina farà da sé. Zanobi (alla peggio parata) o Ruberto faccino disfare loro e porre le cose in salvo, in qualche luogo, finché il corpo tutto determina, quid agendum. E de’ legnami, che avanzono, si paghi le spese et il resto del debito che vi fussi.
In questa sarà l’istoria di Giudit, che è semplice e piana; e queste istorie bisogna che favellino senza lingua et esprimino quel fatto che seguì il meglio e più naturalmente che si può. Ora vi bisognerà rigare più diritto, che io ho studiato Plinio e la lezione del Varchi e quelle belle lettere del Tasso sopra la pittura; tal che io ci son mezzo dottorato e saprò veder meglio e giudicare più minutamente le virtù e difetti de l’arte, siché voi non arete a far più con ciechi; però state in cervello. Ma fuor di baie, io ho letto ben tanto e tanto discorso sopra questa arte che forse arò trovato qualcosa da non vi dispiacere; e quando io non vo’ dormire, io fo scrivere a Ser Marco, che ho con meco: e già sono a più di 130 faccie d’un libro in quarto, siché mettetevi a ordine d’aver che leggere e che masticare.
Dove dite di dirlo a Vincenzo Danti come consolo, vorrei anche a Michel di Ridolfo, come principale, et a Santi, come vecchio, etc.
Quanto alla sala e’ sarebbe in ogni modo neccessario, che noi stessimo un giorno insieme, e sì per conto della invenzione e sì per altre particularità; e senza questo non mi vanto di poter far cosa buona.
Bisogna, che io sia costì a 22 per forza.
Vorrei, che questo quadro, dove si mostra la testa, fussi oscuro e paressi notte da dovero: scrive Plinio (eccovi la dottrina in campo), che fu molto celebrato d’un pittore un fanciullo che soffiava nel fuoco, che quello splendore gli ribatteva nella bocca et per certi muri della casa, come la vostra notte di Camaldoli et d’altri, che nel vostro libro raccontate. Ditelo a Batista voi et dateli il modo.
Quanto alla stampa mi pare che vi faccino troppi errori; e mi danno noia certi troppo notabili, che impediscono la istoria et potrebbono darvi carico a voi, non dico di poco accurato, ma di avere errato ne’ capi principali. Ecco in que’ versi di Niccola Pisano: vi manca un “bis”, che importa tempo di cento anni; e de’ simili ve n’è assai: bisogna, che il Giunta non tenga anche a rivedere un pezzo di carne con gli occhi affatto affatto, ma che sappia al meno accordare l’adiettivo col sustantivo. Di poi ho considerato, che il viso che avete messo a questo Niccola Pisano non mi pare fatto per lui, ma per un più vicino a’ nostri tempi; e l’abito lo dimostra pur assai. Ora, questo non mi piace in modo alcuno; e più presto vorrei lasciare in bianco, cioè mettere l’ornamento senza anima; che forse trovandosi poi, ci potrà ognuno metterlo da sé. In somma, se cominciate a metterne uno, che si vegga che non sia, torrete la riputazione a tutti gli altri; perché, come si vede, che uno erra in uno, factus est omnium reus. Et avvertite, che questa testa non si adoperi più, che sarebbe troppo grande errore e scoprirebbe il tutto. Più presto farne un’altra di nuovo: dico, caso che e’ sia, come io mi son presupposto.
Nell’ordinare la tavola ho considerato di molte cose, così nel leggiere le vite; che molte ne ho notate, che sareno a tempo a ragionarne. Questo vi replicherò, perché ha bisogno di tempo a fare, ché in certe vite voi dite (come in quella del Pordenone): “Fece una facciata sul Canal Grande”. Avendo voi commodità, vorrei, nominassi di chi l’è: come dir, di casa Contarina etc. Et se questo non potessi, almeno l’istoria, che vi è dipinta; come quella di Curzio, che basta, a poter distinguere e farla conoscere; perché se dicessi d’uno: “E' fece una figura in Santa Croce”, e non dicessi, o dove, o che, chiama e rispondi; e chi legge, non sapendo, quale ella è, e come, se non sapessi anche, che ella vi è e perché.
E notate: il FINE di questa vostra fatica non è di scrivere la vita de pittori, né di chi furono figluoli, né quello che e’ feciono d’azioni ordinarie; ma solo per le OPERE loro di pittori, scultori, architetti; che altrimenti poco importa a noi saper la vita di Baccio d’Agnolo o del Puntormo. E lo scriver le vite, è solo di principi et uomini che abbino esercitato cose da principi e non di persone basse, ma solo qui avete per fine l’arte e l’opere di lor mano. E però insistete in questo più che potete et usateci diligenzia; et ogni minuzia ci sta bene.
Ricordovi ancora (per empiere il foglio) di scrivere, come vi ho detto: a Vinezia, Milano, Napoli etc. Et altre città e di cavare le più opere; delle notabili parlo che vi sono, et arrichirne l’opera vostra così de’ nomi delli artefici. E già in questa nuova tavola ve n’è più che non erono nella prima 8 o 10, che mi piace. Voi vedete, e’ bisognerà fare a me come alla vecchia da Verona o Ferrara che la si fussi, che a volerla far cantare, bisognava darli un quattrino, a farla restar dua; però fo fine.
A 14 d’agosto 1564.
Vostro Don Vincenzo Borghini
Qui è fresco.
Al Molto Magnifico et Excellente Messer Giorgio Vasari, Pittore et Architteto di Sua Eccellenza Illustrissima.

Bibliografia: Frey 1930, pp. 100-103.