Numero d'ordine: 842
Data: 7 09 1570
Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN POPPIANO A GIORGIO VASARI
Segnatura: ASA, AV, 14 (XLVIII), cc. 72-73.
Fonte: Molto Magnifico messer Giorgio.
La vostra è stata lunga, che al leggier non mi dispiace, al risponder sì, che non ho capo a tante nuova. Or quanto alla cupola bisogna siamo insieme che molte cose non si possono esprimere per lettera come bisognerebbe, e que’ perni, poi che vi sono, debbono voler dir qualcosa, e forse in que’ tempi era un modo di fare, oggi ne è un altro, ma ha bisogno di consulta e sopra tutto non ne far motto fuori; basta che Sua Altezza lo sappia lei. Vo’ dire che, quando bisognassi levarli (che crederrò di sì a 18 soldi per lira), non è bene ne vadia fuor la vocie che quando ella sarà dipinta e che di mano in mano si leveranno, non sarà uomo che, quando si scoprirrà, vi pensi o se ne ricordi; dove ora parrebbe che l’uomo volessi guastare, che così è fatto il popolaccio. Ma voi non mi avete mandato a dire, di che grandezze e di quante voi disegneresti le figure, che se ben vogliono esser grande, vogliono però aver una certa conformità di storia, che 2 figure non empino dal piede alla vetta.
Quanto allo stanzino ho piacer che torni bene, e quanto al dare il disegno, io non lo lodo, ma mostrarlo sì bene; e cagione non vi mancherà di volerlo a presso di voi, o che e’ non sia finito et che e’ vi manchi e che vi volete fare e vi volete porre, e poi se lo dimenticono. Ma perché egli è vogloloso, che e’ si finisca, et in questo ha ragione, perché desidera di rassettare certe sue cose, in questo, si’o fussi voi, farei ogni opera che e’ fussi satisfatto con lasciarci tale ordine che la cosa cammini sempre, che se altrimenti facessi, lo riputerei errore; e se il lavoro fussi per me, vi dico che non dormirei, aspettando che si finissi; siché in questo pensateci in ogni modo che a certi et al principe particularmente, e particularmente in questo, non si può far cosa più grata che aver le cose a di loro.
Quanto alla supplica, e’ si dice: fammi indovino et io ti farò ricco; chi arebbe pensato che l’Altezza del Granduca pigliassi questo assunto del negoziare, e meglio era forse non aver dato quella. Ora è da pensare che sia da fare, poi che le darà, che non ne nascessi qualche sdegnuzzo, et io non vi so consiglare. Se potessi ritrarre qual cosa dal S. Montalvo, sarà bene, e se avessi voi qualche occasione di riaver la vostra, che è in man del Concino, et ora non si è per negoziare a mio giudizio tanto vanno in fretta, et se questa occasione della lunghezza del negoziarla vi paressi a proposito col Concino a piglare scusa di negoziarla qui, pensateci voi, che io delle cose et umori della corte ne sono toro intrafatto et voi ne intendete più di me; ma quando risolvessi e ne fussi consiglato o dal Signor Montalvo o da altra persona intendente di questi maneggi, io farei prima passar la supplica al Granduca che lo ne traessi motto al Concino, poi che la fussi passata; o quando sarete a Arezzo, gli direi o gli scriverrei che vedendo la lunghezza del negozio et che in viaggio non s’era per spedire e desiderando pur di spedirla et veduto che Sua Altezza qui negoziava e sapendo che tutto è uno, avevi preso quel partito etc. ), et tutto farei però, secondo che tornassi il rescritto del Granduca. Io dico discorrendo, come vedete, quel che mi occorre; ma son cose che bisogna dir come quel medico: dio te la mandi buona.
Ben vi vo’ dire, messer Giorgio mio, un certo pensiero che talvolta mi ha dato et dà un po’ di noia: e di questo voi sapete, come ne state col Granduca, e me ne vorrei in tutto e per tutto assicurare: Questo è l’andata vostra dì Roma, la quale, e facciamo a non si ingannare, se bene il Granduca l’appruova et acconsente, nondimeno io dubito un poco nel segreto che per la tanta voglia, che egli ha che la sala si finisca, che ogni punto di tempo che ci si toglia gli sia un po’ di martello. Però di questo mi vorrei con Sua Altezza assicurare e farlo capace che non impedirà la sala: benché state in termine con la cosa che mal volentieri si potrebbe tornare a dietro. Ma col Granduca non arete forse difficultà. Maggior dubbio ho col principe, che non so come appruovi questa gita, et anche forse, dico forse, che in verita non so nulla, non debbe mancare chi botta catotta infuocoli.
Il mondo è una mala bestia, la invidia non muor mai, ognuno ha degli amici, et de poco amorevoli ancora; voi intendete quel che io vo’ dire; et questo forse tiene adietro queste spedizioni, che nessuno vorrebbe a certe cose compagnia: “È va a servire il papa” (può dire uno) “faccisi pagar dal papa, quando e’ sarà tutto nostro”; et molti pensono che v’abbiate cavate le migliaia, mentre tirate la provisione qui etc. Voi replicherete qui molte cose e ne avete da replicare molte; ma fra noi, messer Giorgio, si ha da parlare liberamente. Io non so che questo sia, e non vorrei che fussi, e forse non è, ma e’ non è già che e’ non possa essere; nelle corti sono degli invidiosi, de’ fastidiosi di chi prende diletto, come disse il Petrarca, di far male e metter scompigli, e fate conto che la corte è un mare, e chi vi è dentro, non accade dir le molle, e’ bisogna toccar delle percosse dall’onde et da venti che regnano in mare; voi siate savio e prudente e non vi avete a piglar dispiacere di questo, ma andarci pensando e, caso che bisogni, rimediarci; se non, lodato Dio, né accade dirmi sopra questo altro, che sarebbe un dir le sue ragioni a’ birri, che meco non bisogna, che non ho questo dubbio o pensiero; e fra gli amici si ha da parlare a questo modo liberamente di tutto quello che può giovare, o almeno non nuocere.
Quanto a San Pier martire, non ho per ora che dirvi: son cose facili et in uno abboccamento risolveremo ogni cosa. Ho piacere che il Granduca stia bene, et ora arei bisogno di negoziar con Sua Altezza, ma mi tengono in dietro certe scritture che io aspetto. Non sarò più lungo. Dio con voi
Da Poppiano a 7 di settembre 1570
Don Vincenzo Borghini vostro.
Al Molto Magnifico messer Giorgio Vasari, Pittore Eccellentissimo et mio osservandissimo.
Bibliografia: Frey 1930, pp. 526-528.