Scheda

Numero d'ordine: 975

Data: 22 03 1572

Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN FIRENZE A GIORGIO VASARI IN ROMA

Segnatura: ASA, AV, 14 (XLVIII), cc. 93-94.

Fonte: Molto Magnifico messer Giorgio mio.
Se voi avete piacere di mia lettere fate pur conto che io non l’abbia punto minore delle vostre; ma io sono di natura molto pigro e, se non fo presto quel che ho da fare, le faccende mi sopravvengono di sorte che io non mi so poi mettere a scrivere, et ora che io ho ricevuto la vostra, trovandomi solo in camera, mi son posto a scriver questa.
Et ho piacere intendere, che ‘l cartone de’ Turchi sia finito: che quello poi, che aggiugnete, che riesca bene, non accadeva scriverlo, che ben so che non poteva riuscire altrimenti. Et anche so che cotesta aria ingrandisce gli animi e lieva gli spiriti più che non fa in altri luoghi; ma ben credo che bisogni intermettere, che standovi continuo, ella finalmente anche stracca et accascia, dirò così, gl’ingegni. Fate che noi altri godiamo qualcosa delle vostre fatiche, almeno di vederne l’ombra, et ho piacere che ‘l Santo Padre si sia satisfatto di quelle invenzioni, di quelle virtù e grazie in aria dalla nostra parte e disgrazie e sventura da quell’altra, et in vero non torna amico giudizio se non bene e da pascere non solo gli occhi di chi vede, ma l’ingegno ancora, che queste cose non sono piccolo aiuto e come giunta a una buona derrata nell’arte vostra.
Io non ho poi veduto Batista del Cavaliere, ma dubito che non faccino bella la piazza, perché mi pare intendere che Lionardo, che appena lo posso credere, voglia rispondere a’ 6, che sono inanzi a quel magistrato, che non ha che far seco, ma che voi et io gli allogamo l’opera, che è una sciocchezza e tal che, come io dico, non lo credo; perché se io, come luogotenente, e che n’ebbi commissione et ho la lettera di Sua Altezza, detti certi ordini, il maestro della bottega del pagare è egli et egli ha pagato infin qui et per lui si fa l’opera e vi è la sua arme e ‘l suo nome et anche ha fatto variare e mutare a suo gusto, et in somma questa mi parrebbe un fuggir peggio che pe’ chiassolini. Pure e’ si vede in questo mondo tanti svarioni che non sare’ forse miracolo vedere anche questo.
Se i sei vorranno da me sapere come la cosa sta, io lo dirò e dichiarerò bene che ho come ho detto la lettera di Sua Altezza. Ben mi pare che voi et io la lasciamo sbrigare fra loro, e Lionardo finalmente si arebbe a contentare di chiamare uno che vedessi quel che vale il fatto da colui e sadisfarlo; e so che egli ha questo animo et che è dabene, ma la cosa è entrata in gara e, come la si conduce a questo termine, e’ non si fa cosa pel verso. E se Lionardo la rimettessi in me, già non farei altro che chiamare due, uno per uno, che fussero periti et giudicassino. Or di questo non più.
Voi m’avete messa una pulce nell’orecchio con dire: “Et qui è Jacopino. Vorrei saper più là”; benché il verso di Dante: “Et quello ingrato popolo” etc. Mi par quasi un comento assai ben chiaro, pure i particulari non si comprendono, né si veggono in sì brevi parole.
Ebbi quel processo: baie et scioccherie et me lo indovinavo etc.
Messer Giorgio mio, io mi truovo padre senza peccato et mi bisogna come quel santo padre, che s’avea fatte quelle figliuole di terra, pensare a dar loro le spese, vestire etc. Io mi truovo alle spalle due nipoti et in questi tempi, che i danari a spendere sono spazzatura, a guadagnarli sono Rocche di San Leo, e pure ho a render da quattromila scudi di dote senza altri soprossi che non son pochi. Io comincio a sospirare, quando penso a poterle allogare convenientemente al grado loro, et vorrei quel poco del mio patrimonio venisse in loro con la dote materna, che non è invero gran cosa; pure ogni cosa fa, e non vorrei andassi in badia, non perché non meritino ogni bene e quel luogo non sia da me amato con tutto il cuore, ma non hanno bisogno que’ padri et qua ne potrebbe essere nicista. Vorrei che voi pensassi un poco al modo, che questo mio concetto non l’ho mai più conferito se non or con voi; et anche, per dire il vero, non ci ho pensato, che stando vivi i miei fratelli non pensavo dovessi mancare alle figliuole loro chi pensassi e provedessi.
Ora il caso è qui: vorrei che voi v’informassi costì sotto un nome finto, che via ci sarebbe che io potessi disporre del patrimonio non ostante l’obligo della badia. Voi non avete mai a nominar me, et questa lettera straccierete, et quando io arò un po’ di lume, dirò quel che io vorrei più particularmente. Di beni di chiesa non parlo, ma del patrimonio solo.
In somma con vostro agio, messer Giorgio mio, durate un po’ di fatica per me, che non avea questo pensiero et in su lo scriver la lettera mi è venuto, dico, di conferirlo con voi, che alla cosa ho pensato da un mese in qua. Or di questo non dico più; voi intenderete destramente senza scoprire, figurando una persona a vostro modo, che si appressi alla mia, ricordandovi che ho un breve di papa Giulio, che non solo mi dà licenzia di star fuori a questa cura, ma me lo commette o comanda.
Altro non mi sovviene di dirvi se non che i ponti si fanno, e chi vede le gran travi, che vi si adoperano, e quanto elle paion piccole poi quando le son lassù, pensa che vi bisogni gran cose a volersi vedere. Pure la grandezza dello spazio darà regola alle figure et è regola che poco può fallire. Dio sia con voi.
Di Firenze a 22 di marzo del '71.
Vostro tutto Don Vincenzo Borghini.
Al Magnifico Signor Cavalier Vasari, Pittore et Architettore Excellentissimo a Presso a Sua Santità. Roma.

Bibliografia: Frey 1930, pp. 659-661.