Scheda

Numero d'ordine: 981

Data: 12 04 1572

Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN FIRENZE A GIORGIO VASARI IN ROMA

Segnatura: ASA, AV, 14 (XLVIII), cc. 119, 122.

Fonte: Signor Cavaliere Mio.
Io ho a rispondere a due vostre piene e lunghe lettere, che mi sono state di consolazione, intendendo il vostro bene stare del corpo e quiete e contento dell’animo e felice successo dell’impresa, e piacere assai ho preso del minuto ragguaglio delle tre istorie, e sì chiare me le avete nella vostra lettera dipinte che non accadrà che messer Giovan Battista Cini si affatichi molto; il quale messer Giovan Battista ci doverreste oramai rimandare, ma e’ debbe esser vero quel che io ho sentito già dire, che chi pose nome alla CORTE, scambiò, che dovea dire LVNGA; ora speditelo di grazia e salutatelo da mia parte.
E tornando al di sopra, tutto mi piace, ma vorrei che fosse tanto inanzi che potessi tornare qua inanzi a’ caldi e non v'indugiassi quanto l’anno passato. E questo per molti rispetti, sì della sanità vostra, si ancora della sadisfazione del Gran Duca, il quale se bene ha caro che si satisfaccia a Sua Santità, credete pure a me, messer Giorgio mio, che gli ha a cuore la cosa della cupola, e sapete che, quando sua Altezza ha una fantasia, quanto vi è caldo e desideroso di vederla effettuata, e chi gli vuole far cosa grata, non può trovar miglor via che contentarlo presto; e questo vi sia a mente, non solo per quel che si fa ora, ma per quello ancora che mi accennate di piglar nuove imprese, cosa di molta e lunga considerazione, che quando si pensi qua, e si penserà facilmente, che sia procacciato da voi, non so come si piglerà e quel che rimarrà nella tacita openione di questi signori, come che vogliate tenere il piè in due staffe, e potete pensare che e’ non manchi chi soffi nel fuoco e si sforzi di mettere i sospetti, dove non sono e dove non è occasione né forse ombra di occasione, non che dove ella apparissi tanto manifesta.
Voi siate prudente più di me e non arete per male che io per affezione vi dica queste poche parole. Oltre che a me pare che voi duriate troppa fatica, e vi ricordo che l’età va crescendo, o per me’ dire, scemando, che quanto più ci siamo stati, meno ci resta da stare e consequentemente di meno abbiamo bisogno, e voi grazia di Dio e de’ signori che serviti qui et costì avete tanto che ben sarebbe oramai pensar più al goderlo che al crescerlo, che siate pur sicuro che ven’avanzerà e perdonatemi, che io non vi vorrei parere o suocero o far l’ufizio di suocero. Ma il veder tutto il giorno gli uomini affaticarsi, per riposarsi una volta, et il tempo della fatica esser continuo, quel del riposo non venir mai per loro dappocaggine mi sbigottisce et mi mette compassione della miseria et pazzia nostra.
E si fece una copia del privilegio de Passegli et l’ho mandata a Pisa per mano del Cavalier Corbinelli mio nipote, che la darà al sottocancielliere Accolti et ne sarà seco e bisognando col dottore Bonsi e dovunque altrove occorressi, come voi avevi dato ordine a Ser Piero vostro, et mi fu di consolazione il rileggerlo, veggendo, quanto amorevolmente parla di voi in passato et quanto potiate sperare in futuro, et state pur certo che quel dono inporta più di 3000 lire.
Dua: luogo per voi si è cerco, si cerca et si cercherà, ma non crederesti, quanta fame ce n’è di simili luoghetti da villeggiare. Lo spedale ne ha uno a Pazzolatico, che è poco meno che in su quella mano, ma non lo posso avere questa state, che ancora dura il fitto, né colui lo rilascerebbe inanti al tempo che ha fatto e fa l’ultimo di potenzia di non lo lasciare anche al tempo. Or questo vi posso offerire, ma voi vedete per quando.
De' due capi che mi scrivete io non ho fatto ancora cosa alcuna, che la vostra ultima è venuta tardi e mi ha trovato molto occupato. Ma l’una, cioè quella di Luzio, fatela pur finita, che questa settimana che viene si farà subito che non li ha da cercare fuori de’ danari, e voi avete di credito con lo spedale, secondo me, da 160 ducati o più e si piglerà qualche modo buono, anzi quello appunto che avete ordinato voi. Quanto a Ser Piero ne sarò con Baccio G. E vedrò, come sta il fatto e come si può fare e quanto. Baccio è invecchiato e debbe avere intorno chi soffia, che da sé non è (come sapete) mal uomo; ma quando arò fatto seco giornata, lo saprete, che prima non posso dir se non in aria.
Francesco Morandini, sebene arebbe voglia di veder Roma, pur ora non mi par disposto e non pare anche che si senta a suo modo. Ma per fare un disegno per le stampe, non vi debbe mancar costì etc.; egli vi scrive.
Egli è vero che qua fu un po’ di sospetto di Sua Santità, ma non già tanto quanto mostrate di credere, se bene ci andarono a torno scommesse e qualche cicalamento. Ma il fatto che l’età di Sua Santità e la natura di questo male, che è traditore e cattivo, potette allora far dire e fa sospettar sempre. A Dio piaccia mantenercelo, che troppo gran danno sarebbe e particularmente ora et in su questa occasione l’esserne privato, e si potrebbe ben dire che Dio fussi adirato co’ cristiani. Ma spero nella sua bontà e misericordia, che celo conserverà.
La cosa mia non dubito che vi sia a quore, et però non ve la ricordo o sollecito, ancor che caro arò ogni volta che fussi spedita, che molte cose indugiando possono accadere; e però dice il proverbio: chi ha tempo non aspetti tempo. Io vi dissi il mio concetto, solo potrebbon mancare certi particulari, se per avventura bisognassino sapersi; però vedete, se ci fusse bisogno d’alcuna cosa e di che, per poter mandar quelle notizie che bisognassero, acciò in su lo spedire apunto non nascessi difficultà da mandare in lungo.
Detti non so che invenzioni a maestro Giovanni per que’ panni d’arazzo, che due venero grandi, uno dalla parte dove sono le cose appartenenti al cardinale Ippolito, che vi feci, quando egli l’ammonisce, [aven]dolo dedicato alla chiesa, dell’ufizio del buono ecclesiastico con mostrargli libri etc.; l’altro del Duca Alessandro destinato al governo secolare, che pur l’amonisce et gli mostra due statue, una della Prudenzia et l’altra della Iustizia etc., tutti con quella compagnia che al grado e qualità loro si ricerca; et atre accompagnature in tre picoli, che sono larghi poco più di due braccia: in uno la Prudenzia accompagnata con la buona Fortuna, abbracciate insieme e come sorelle; in uno altro la Iustizia et Liberalità, che pur si tengono a braccia et in aria sostengono una corona d’alloro; et questi due ne servono uno per 1; nel terzo, comune ad ambedue, il Tempo con la sua falce (che non volli metter la Morte), che ha incatenata e legata la Virtù: volendo dire che la virtù loro per la breve vita non potette pervenire a dar que’ segni né far que’ frutti che forse arebbono fatto, e che generalmente la taglia la via a molti disegni. So che non importava darvi questo ragguaglio, ma volevo puranche io empiere il foglio.
In questo punto, che siamo sabato e tardi, ho una di messer Giovan Battista Cini, che mi dà ragguaglio di molte cose e particularmente del sepolcro, e vedete che fa bazzicar co’ pittori, egli ha mandato in fino in disegno. Orsù io ho scritto tanto che sono stracco; et Dio con voi.
A dì 12 di aprile 1572.
Di Vostra Signoria
Don Vincenzo Borghini
Fatemi favore di mandar l’inclusa al Cini.
Al Signor Cavaliere Il Signor Giorgio Vasari, Pittore et Architettore Excellentissimo appresso di Sua Santità. In Roma.
Mi vestii l’anno 1531 a dì 20 di giugno, che avea anni 15, mesi otto pochi di meno.
Feci professione 1532 a dì 23 di giugno feci professione, d’anni 16 et mesi otto pochi di meno.
L’anno 1552, al modo nostro 53 ecclesiastico, presi l’ufizio dello Spedalingo delli Innocenti per breve di Papa Iulio 3°, essendosi fatta la elezione per ordine del Gran Duca secondo gli ordini della città all’arte di por Santa Maria, che n è padrona.
Non ho mai fatto atto alcuno o di testamento, o di renunzia, neanche di accettazione di eredità: in somma non ho fatto mai nulla.
Io vi mando copia del Breve di papa Julio et della licenzia de’ miei padri, volendo, se pur bisognassino, che gli abbiate che averli a chiedere, e se non bisognassino, non accade mostrarli et anche sarà bene considerarli inanzi, che non mettessino difficultà, perché io volli godere in persona mia i benefizii della nostra religione, che sono assai e grandi, per non venir con la persona sottoposto all’ordinario de’ preti, et non per altro; et credo che importi aumento per me et non impedimento; pur non m intendo di queste cose della corte. Voi intenderete destramente.
A tergo.
Diletto filio Vincentio Borghini, Priori Monasterii Abbatiae nuncupati B. Mariae Florentin. Ordinis S. Benedicti congregationis Cassinensis alias S. Justinae de Padua.
IVLIVS PP. III.
Dilecte fili salutem et Apostolicam Benedictionem.
Cum, sicut accepimus, dilectus filius nobilis vir Cosmus Medices, dux Florentie, seu ille vel illi, ad quem seu quos deputatio seu electio rectoris in regimen et gubernium hospitalis innocentum civitatis Florentine* spectat, cupientes eidem hospitali tunc et forsan adhuc certo modo rectore carenti de gubernatore idoneo, utili et idoneo, per quem circumspecte* regi et salubriter diliri valeret providere, te etiam dicti ordinis monacum et ordinem ipsum expresse professum in ipsius hospitalis sic rectore carentis rectorem elegerint seu eligere intendant, Nos gerentes in desideriis cordis Nostri, ut hospitalia et alia pia loca sub bono et felici regimine gubernentur et talibus personis, per quas eorum bona manu teneri illaque feliciter valeant gubernari, committantur, confidentesque in illo, qui largitur praemia, quo dirigente Domino actus tuos, hospitale ipsum sub tuo felici regimine regetur, utiliter ac prospere dirigetur, praemissis attentis tibi in virtute sante obedientie*, per presentes committimus et mandamus, quatenus si nunc alias, postquam ad regimen huiusmodi electus fueris, tui superioris licentia desuper requisita et obtenta, regimen et administrationem hospitalis huiusmodi suscipere illaque sic gerere studeas sollicite, fideliter et prudenter, quod exinde sperati fructus adveniant et tuus bone* fame* odor latius difundatur, ipsumque hospitale gubernatori provido et fructuoso gaudeat se commissum et nichilominus tecum, ut quoad vixeris hospitale ipsum regere et gubernare ac tecum, qui tehologie*, professor existis, ut quodcunque beneficium ecclesiasticum seculare curatum etiam si parrochialis ecclesia vel eius perpetua vicaria fuerit recipere et similiter quoad vixeris retinere ac omnibus et singulis aliis privilegiis, exemtionibus, libertatibus, favoribus, gratiis et indultis, quibus alii dicti ordinis monachi utuntur, potiuntur et gaudent, ac uti, potiri et gaudere poterunt, quomodolibet in futurum, in omnibus et per omnia, ac si predicto monastero preesses et in monasteriis dicti ordinis resideres, uti, potiri et gaudere libere et licite valeas, tenore presentium de specialis dono gratie*, dispensamus tibique pariter indulgemus, non ostantibus praemissis ac constitutionibus et ordinationibus apostolicis ac monasterii et ordinis predictorum, iuramento, confirmatione apostolica vel quavis firmitate alia roboratis statutis et consuetudinibus ceterisque contrariisque quibuscunque.
Dat[um] Romae apud S[anctum] Pet[rum] sub An[ulo] Pisc[atoris] die 15 Feb[ruarii] 1553 Pont[ificatus] Nostri anno tertio.
Pau[lus] SadoletusCarpent[arius].
Molto venerando Padre
Io aspettava pure di sentire et intendere, come si risolvea la cosa dello Spedalingo degli Innocenti, e mentre non sento per un pezzo parlarne, quasi assicurato che più non ne dovessi aver sentore la congregazione nostra, ecco che sopraviene una lettera dell'eccellentissimo Duca vostro, che mi avvisa dell’electione fatta di Vostra Paternità Veneranda e con pregarmi a concedergli quella et a presso exortarla ad accettar quell’officio. Conoscendo io questo esser voler di Dio, onor di lei et della nostra congregazione, e non potendo per ogni rispetto negar questa grazia a sua Eccellenzia, quale in ogni modo la vorrebbe, quando indiscretamente io la negassi, io le scrivo concedendoli quella. E per non mancare anco a quanto m’impone, io l’exorto e priego ad accettar quello uficio, datogli da Dio, et entrare animosamente a quella impresa, essendo certa che per questo la congregazione nostra non starà di riconoscere Vostra Paternità Veneranda per suo onorato membro, né io perciò l’amerò manco, vedendo quella onorar tanto la religione nostra, e questo si conoscerà per uno degli eletti frutti che noi aspettavamo di lei.
Io ho comunicata la cosa con li reverendissimi padri visitatori; quasi forzatamente dicono di sì, et io più di loro angustiato acconsento et astringo quella a far l’ubidienza impostagli dal suo signore ad onore suo, della patria sua et di noi. Né altro occorrendomi faccio fine con raccomandarmi et offerirmi sempre.
Da San Benedetto li 10 di gennaro 1553.
Venerande Paternitati Vostrededitissimus
Laurentius praesidens.
Copia. Dinanzi.
Al Ven. P. D. Vincenzo Dig.mo Priore della Badia di Firenze.

Bibliografia:  Frey 1930, pp. 665-671.