Introduzione al Corso di alta formazione sulle metodologie di analisi delle fonti*

Paola Barocchi


Ritengo opportuno e doveroso riflettere sui possibili danni e vantaggi dell’informazione sul web, che si fa sempre più imponente ed agguerrita in un momento in cui l’Università impone corsi manualistici, senza esigenza di approfondimenti.

Ad una didattica elementare si associa in tal modo la passività favorita dalla velocità di un’informazione, che resta episodica e dispersiva se non è associata ad una fattibilità di ricerca. La stessa mole dell’offerta di consultazione provoca una difficoltà di orientamento tra quantità vistose e qualità talvolta discutibili, nella non distinzione tra ciò che è attendibile e ciò che non lo è.

È evidente che gli strumenti mutati e rinnovati esigono conoscenze tecniche sussidiarie e relazionali, ma anche la consapevolezza dei propri fini di fronte agli informatici e agli storici. Cerchiamo dunque quali possono essere i binari metodologici per un corretto orientamento. Prima di tutto un’obiettiva conoscenza delle offerte disponibili in consultazione, quindi una valutazione dei modi di strutturazione di informazioni diverse che possano aiutare la ricerca e al tempo stesso favorire nuove applicazioni. Solo in tal modo l’indagine medita sui dati e li articola. Facciamo qualche esempio.

 

Il caso più semplice di tipologia storico-artistica è certamente quello degli abbecedari: nella loro successione alfabetica di artisti, le notizie derivano da testi precedenti alla stesura e vengono compendiate in una specie di dizionario monografico, atto a fornire i dati più necessari (nascita, morte, attività ecc.). L’autore più famoso è certo Antonio Pellegrino Orlandi, il cui Abcedario, pubblicato a Bologna nel 1704, ha avuto numerose edizioni e molti seguaci. Tra di essi Francesco Maria Niccolò Gabburri (1676-1742), gentiluomo fiorentino, Accademico della Crusca dal 1701, collezionista soprattutto di disegni e stampe, Provveditore dell’Accademia del Disegno dal 1730, corrispondente, tra gli altri, di Pierre Jean Mariette e di Rosalba Carriera, nonché autore di un suo abbecedario (Le Vite de’ Pittori). Il voluminoso manoscritto della Biblioteca Nazionale di Firenze, tralasciato persino dallo Schlosser (1924), è rimasto a lungo inedito o solo parzialmente edito per singoli artisti.

La trascrizione integrale del manoscritto, è stata affidata nel 2007 a Memofonte, che ha eseguito la commissione in diciotto mesi, con cinque persone addette, cercando di colmare le lacune provocate dall’alluvione del 1966, grazie ad un precedente microfilm in suo possesso. Eseguita la trascrizione è maturata la ricerca, cercando prima di tutto di individuare gli strumenti usati dall’autore. Si è così ricostruita la bibliografia citata e valorizzato l’interesse di Gabburri per le stampe, non più come mere opere d’arte ma come testimonianze di una fortuna visiva, importante quanto la fortuna testuale.

In tal modo il bibliofilo, il collezionista, i suoi rapporti con altri collezionisti e storici (come Baldinucci, Sandrart, Van Mander, ecc.) hanno potuto assumere nuove dimensioni, offrendo una orchestrazione di conoscenze e di iniziative assai significativa nella Firenze del secondo Seicento e primo Settecento.

 


* Quello che segue è un estratto del saluto introduttivo dedicato dalla Prof.ssa Paola Barocchi alla prima giornata del Corso di alta formazione e specializzazione Metodologie di analisi informatica delle fonti. Le guide storiche, tenutosi presso il Conservatorio Santa Chiara a San Miniato (Pisa) dal 20 al 22 maggio 2009, frutto della collaborazione tra la Fondazione Memofonte e la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Molto più complessa si presenta, come secondo esempio, la problematica di uno storiografo, pittore e architetto da tutti citato ma non ancora esaurientemente indagato. Ricordo sempre che nel 1950, quarto centenario della Torrentiniana, mi fu chiesto: «Ma cosa si può dire di nuovo su Giorgio Vasari?».

In verità c’è ancora tanto da dire, come aveva affermato lo Schlosser nel 1924 nei complementi bibliografici della Letteratura artistica dove si legge: «Un’edizione storica-filologica del nostro scrittore è ancora un desiderio inappagato».

Nel 1950 appunto, si cominciò ad accennare alla diversità tra la Torrentiniana e la Giuntina, cercando di far emergere le caratteristiche generali al fine di dare un quadro di valori complessivo. In realtà solo la pubblicazione comparata delle due edizioni (sofferta da Rosanna Bettarini e da chi scrive per più di venti anni: 1966-1987) può evidenziare le profonde differenze strutturali, lessicali, politiche e storiche, verificate, ad esempio, anche nella Vita di Michelangelo, 1550-1568,edita in dieci anni di intenso lavoro.

Per la prima edizione i problemi erano in certo senso più semplici. Si trattava di ridimensionare il culmine della parabola vasariana a confronto sia con la contemporanea fama di Michelangelo, che con l’unico scritto ufficiale del Vasari precedente le Vite:la lettera al Varchi sul paragone delle arti (1549). Tale indagine ha mostrato che molte iperboli vasariane rispondevano a motivi correnti (sulla «divinità» del Buonarroti, ad esempio, facevano coro Pietro Aretino, Anton Francesco Doni, Niccolò Martelli, il Pontormo, il Tribolo ecc., sull’assoluto primato convergevano il Billi, il Cellini, l’Anonimo Magliabechiano, il Gelli; sulla «vittoria sulla natura», il Tramezino e ancora l’Aretino), ma che nella loro accentuazione antiretorica, esse avevano una nuova validità storica e critica.

Proprio alla Torrentiniana risalgono le letture più felici di Vasari e per comprenderle a fondo bisognava analizzare i loro criteri di giudizio alla luce di tutto il Vasari e d’altra parte con quelli della trattatistica e dello stesso Michelangelo. Così facendo si è constatato che i criteri di giudizio del nostro storico non si possono estrarre dal contesto originario o categorizzare, essendo uniformi ed unici solo in apparenza, nomine tantum.

L’«imitazione della natura», il «giudizio», lo «studio», la «difficoltà», la «novità», l’«antico», la grazia», la «concordanza dei membri», il «terribile», la «varietà», l’«invenzione», le «attitudini», l’«ordine», la «bellezza architettonica», gli «scorci», la «grandezza», il «non-finito», l’«unione», non sono insomma nelle Vite vasariane, fissi, assoluti canoni, ma prendono nei singoli artisti e per le varie età accezioni diverse, specificandosi, storicizzandosi in una graduazione concreta, entro la quale vanno colti ed intesi.

Le varianti della Giuntina che si riferiscono anche al testo del Cinquanta, ne rallentano il corso, ne arricchiscono i dati informativi, ne ampliano talvolta la visione storica, ma non ne alterano i nuclei interprativi più importanti. Superato il limite della Torrentiniana e delle riserve documentarie del Condivi e moralistiche dell’Aretino e del Dolce, nonché il dissidio profondo tra il Buonarroti e il Vasari, che nasceva dal fatto che l’artista non poteva accettare il mito di se stesso, quando andasse a scapito della sua ‘fatica’ di operare e di vivere, i problemi della Giuntina si fanno diversi. In quest’edizione, il pericolo del Vasari è un altro: un limitante autobiografismo.

Assistiamo infatti al curioso fenomeno che più stretti si fanno i rapporti personali del Vasari col Buonarroti, più angusta appare la sua comprensione. I progetti per la scala della Laurenziana, e per San Giovanni dei Fiorentini, la fedeltà di Michelangelo all’impresa di San Pietro, che non gli consentiva di lasciare Roma per Firenze, sono temi sfocati dall’io vasariano, il quale li riduce nei limiti della propria dimensione. Particolarmente significativo in tal senso il confronto tra le testimonianze dirette di Michelangelo e l’interpretazione parziale del Vasari, il quale per avvalorare il proprio punto di vista, arriva ad alterare gli scritti del Buonarroti, amputandoli e rappezzandoli a suo piacere.

La lettera dell’artista sulla nascita del figlio di Leonardo, come appare nel testo Giuntino, risulta ad esempio un montaggio di due lettere assai lontane nel tempo (l’una dell’aprile 1554, l’altra del 22 agosto 1551) e assai diverse nel contenuto: mentre nella prima Michelangelo reagiva al «trionfo» del nipote, come sempre aveva reagito, fin dalla giovinezza, alle velleità del parentado, nella seconda, espansivamente cordiale, ridimensionava con ironia, entro una prospettiva metafisica, le lodi degli ammiratori e dello stesso Vasari. L’intenzionalità del pastiche è comprovato dalle molteplici manomissioni del testo, le quali mirano evidentemente, a mitigare l’assoluta austerità del Maestro facendo ricorso a sue affermazioni più distensive.

Di fronte a tali verifiche, Michelangelo nella Vita Giuntina è un complesso e inaspettato caso limite, che dimostra una possibile entità di varianti da valorizzare anche in altre Vite. Certamente i medaglioni letterari del 1550 (proemio, biografia, epilogo, epitaffio) vengono rotti da interessi diversi. La ecfrasi cede al racconto, le tecniche delle arti «congeneri alle maggiori» assumono prestigio, in particolare quelle che possono offrire, a committenti e collezionisti, testimonianze di prototipi famosi. Nasce così un’attenzione alle opere d’arte non più legata al sottile filo biografico ma alla trama della committenza, fruizione e divulgazione.

In tale direzione l’intaglio e la stampa assumono un così forte rilievo che all’interno di un contenitore biografico, quale la Vita di Valerio Vicentino o di Marcantonio Raimondi, si pongono come storia di tecniche specifiche. Il confronto puntuale tra la Torrentiniana e la Giuntina è ancora una volta illuminante e denuncia una esigenza di riflessione che potremmo avvicinare, con le dovute precauzioni, al «non finito» di Michelangelo e di Tiziano, del resto pienamente compresi nelle biografie vasariane.

Inseguire le infinite accezioni dei criteri di giudizio vasariani, è dunque un esercizio da frequentare ed il computer può certo aiutare a determinare l’estensione semantica dei vocaboli significativi. Uscendo dalle Vite è infine possibile, nella memorizzazione di tutti gli scritti vasariani (Ragionamenti, Ricordanze, Zibaldone, Carteggio), individuare molteplici registri linguistici (letterario, narrativo, descrittivo, popolare) spesso condivisi da amici e contemporanei (da Giovio al Caro, a Vincenzo Borghini ecc.). Così facendo il Vasari scrittore e storico può acquistare una pienezza nuova e rendere la sua larghissima fortuna più comprensibile, anche nei suoi limiti.

 

Il terzo esempio che vogliamo proporre ha un valore più strutturale, volendo analizzare il rapporto tra bibliografie e biblioteche storiche.

La necessaria classificazione di materiali reali talvolta induce alla distinzione di vari campi, che specificano un largo orizzonte culturale, non riducibile, come propone lo Schlosser, ad un prevalente interesse di qualità critica crociana, con la conseguente svalutazione dei contributi informativi (guide, cataloghi, riviste ecc.).

 

Ripartiamo dalle tavole nella Parte Terza dell’Abcedario pittorico dell’Orlandi dedicate, per scrupolo didattico, a:

- i «libri che trattano dei pittori, degli scultori e della pittura, con l’anno e luogo dove sono stampati»;

- i «libri che trattano della architettura e della prospettiva, con l’anno e luogo dove sono stampati»;

- i «libri utili e di varie notizie necessarie a chi professa il disegno», relativi agli «abiti», alle «favole», alle «storie» ecc.;

- le «cifre e marche usate dai pittori e dagli intagliatori»;

- un «abecedario di altri intagliatori in rame e in legnio».

 

Il livello informativo è tutto sullo stesso piano, non prevede legami o giudizi, proposti invece da Gabburri, che pone, sull’esempio anche di Malvasia, gli elenchi delle stampe all’interno delle biografie, in modo da accennare alla fortuna visiva delle opere.

Lanzi va ben oltre. Il suo primo indice di «professori nominati», indica anche «l’epoca della lor vita ed i libri onde son tratte», e, limitandosi ad una voce selezionata, crea un legame del tutto personale tra la bibliografia e il suo giudizio storico. Le scelte bibliografiche sono quindi del tutto soggettive e riguardano guide, storie generali, cataloghi, lettere pittoriche, abbecedari, secondo una consultazione vissuta, che rimette in moto tutta la cultura figurativa del passato e soprattutto del presente, facendo ricorso a riviste e a manoscritti.

La conoscenza di tali meccanismi consente ora alla ricerca informatica la possibilità di verificare le voci bibliografiche, le loro edizioni e i possibili rinvii e giudizi storici che acquisteranno maggiore valore via via che la sezione potrà comprendere altre voci. Pensiamo ad una artista come il Bossi, incline a esperienze letterarie, ad un antiquario come il Venuti, ma soprattutto a Cicognara la cui fondamentale biblioteca, oggi alla Vaticana, ha un ricchissimo catalogo articolato per sezioni e ricco di commenti puntuali sinora non adeguatamente valorizzati. Ma non vorremmo dimenticare esperienze più recenti, ad esempio la biblioteca di Ugo Ojetti oggi dispersa, ma ricostruibile sugli inventari di vendita.

La varietà degli argomenti proposti può convalidare le urgenze didattiche denunciate e la disponibilità di Memofonte ad esplorare nuovi sentieri di ricerca.

Last Updated ( Friday, 10 July 2009 )
 
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