Valentina Conticelli, «Guardaroba di cose rare e preziose». Lo Studiolo di Francesco I de’ Medici: arte, storia, significati, Agorà Publishing, Lugano 2007

Recensione di Miriam Fileti Mazza


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«Desidera di rassettare certe sue cose»: con queste parole Vincenzo Borghini esprimeva a Giorgio Vasari la volontà impaziente di Francesco I di trovare un luogo in cui custodire alcuni oggetti della personale collezione.

Anticipato da alcuni saggi dell’autrice sempre sul tema dello Studiolo del principe Francesco, il volume di Valentina Conticelli rielabora ora l’intero percorso storico ed intellettuale sul quale si snodano i molti avvenimenti di un’appassionante vicenda artistica e umana, integrandolo con un vastissimo apparato di testimonianze in grado di contestualizzare ogni passaggio della ricostruita cronaca.

Si conosceva l’importanza che il famoso ambiente mediceo aveva rappresentato sin dal suo nascere, ma questo studio si riappropria globalmente dell’intero tessuto storico e documentario che in diverse voci della ricca bibliografia di riferimento, aveva ceduto il posto a considerazioni più meramente emozionali dando ampio spazio ad un’analisi del simbolico e dell’emblematico, elementi certamente presenti nel ‘caso’ Studiolo, ma da leggersi in un compendio di referenze ben più ampie.

La regia dell’intero libro è regolata dunque da un approfondito scavo archivistico per certificare la storia di quella che possiamo considerare uno tra i sistemi decorativi e concettuali più affascinanti del Cinquecento. Dalle fonti immediatamente precedenti alla realizzazione dello Studiolo, dove l’epistolario Vasari-Borghini svolge un ruolo preminente per definire la genesi della complessa cronaca, si inoltra nei secoli successivi fino a giungere il primo Novecento quando l’intervento di Giovanni Poggi durante i preparativi della mostra sul Ritratto italiano di Palazzo Vecchio (1911), segnò un’attenzione più storica al problema, recuperando relazioni tecniche che hanno rappresentato la base della recente rielaborazione di Valentina Conticelli.

Il volume riconsidera l’intero percorso della dispersione che subito dopo la morte di Francesco subirono i manufatti dello Studiolo quando, fin dal 1586, alcune statue di bronzo raggiunsero la Tribuna, molti quadri Palazzo Pitti, dove rimasero fino agli interventi lorenesi di secondo Settecento che condussero in Galleria le opere allora considerate più adatte al nuovo progetto museografico di Pietro Leopoldo. Ma non si trascurano le situazioni ottocentesche quando ad esempio alcuni dipinti furono prestati dopo il 1865 alla Camera dei Deputati di Palazzo Vecchio, o quelli mandati all’ex convento di San Salvi e al Museo Nazionale del Bargello.

La necessità di stabilire un itinerario storico in grado di ricontestualizzare un programma iconografico così vasto, ha imposto in ogni fase della ricerca, attestazioni e riprove continue delle fonti che pongono il lettore nella condizione di utilizzarle per una puntuale considerazione della vicenda. L’apparato illustrativo comprende tavole e disegni che spiegano la genesi dello Studiolo in schematizzazioni reali e virtuali, integrate da immagini tratte dalle pagine di scelti testi cinquecenteschi (Bonsignori, Dolce, Salomon, Magno, Biringuccio), nonché dalle più famose invenzioni cosmografiche.

Come sappiamo, l’attenzione per ambienti principeschi votati alla custodia e all’ammirazione di un compiacimento ancora privato di oggetti d’arte e naturalia, caratterizza il passato di ogni grande dinastia. Gli inventari delle varie dimore, non solo italiane, testimoniano nella scrupolosa e ricca descrizione degli allestimenti, le dislocazioni che questi studioli assumevano all’interno dei quartieri di corte, spesso adiacenti ad altre stanze per la riflessione e la custodia delle rarità. Il volume dedica infatti ampie descrizioni ad altri ambienti del palazzo fornendo una gamma di esemplificazioni che illustrano il ruolo degli spazi così vissuti.

Per lo Studiolo di Francesco I de' Medici, il rapporto tra contenitore e contenuto appare ancora più significativo e la ricostruzione della struttura concettuale voluta da Vincenzo Borghini, imbriglia l’intera evoluzione storica ed estetica del momento in cui lo Studiolo fu ideato.

Non solo quindi si è resa una più ampia identità al gruppo di artisti che parteciparono all’impresa, ma si è cercato di ricostituire l’ordine originale delle parti costituenti lo Studiolo che con efficace formula la Conticelli definisce come un ‘puzzle iconografico’. Questo è inserito in una struttura iconico-mnemonica ben precisa che unisce le opere d’arte, gli oggetti preziosi e i naturalia della raccolta del principe, alle favole antiche e alle attività umane. L’architettura decorativa è tale che per ritrovare o collocare un oggetto «si deve sempre ripercorrere mentalmente l’origine mitica o naturale, associandolo prima all’elemento a cui appartiene, in secondo luogo all’evento mitologico raffigurato sullo sportello dove doveva essere collocato e in alcuni casi anche al processo tecnico che lo aveva generato».

I diversi livelli di lettura necessari per decifrare le immagini e i loro significati in relazione alla stessa struttura architettonica dello Studiolo, integrano dunque le testimonianze letterarie e visive, mantenendo un continuo legame tra configurazione ambientale e opere d’arte.

 

Last Updated ( Wednesday, 28 October 2009 )
 
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