Il rapimento della Venere dei Medici nel 1802: un episodio ancora da chiarire

Chiara Pasquinelli


Se il ruolo svolto dal cavalier Tommaso Puccini all’epoca dell’ingresso dei francesi nel granducato di Toscana è stato ampiamente studiato, e non soltanto negli ultimi decenni [1], meno note sono invece le vicende legate al suo viaggio a Palermo nell’ottobre del 1800, in qualità di conservatore e custode di settantacinque casse colme di opere d’arte provenienti dagli Uffizi e da Palazzo Pitti, traghettate da Livorno al porto siciliano in vista di un possibile rientro francese [2]. Durante i due anni e mezzo del soggiorno palermitano del direttore della Real Galleria granducale, le opere furono sorvegliate anche da un incaricato borbonico che si affiancò all’intendente pistoiese. Nonostante le proteste per accreditarsi come unico responsabile delle preziose casse, poiché investito direttamente dalla Segreteria di Finanze della Reggenza di Ferdinando III [3], Puccini fu costretto a far ‘buon viso a cattivo gioco’, come lui stesso racconta in una lettera all’illustre amico, il marchese Federico Manfredini [4].

Del resto, il granduca aveva lasciato la Toscana per Vienna dove, insieme con la famiglia, viveva presso il fratello imperatore, e ben poco poteva influire sulle decisioni pratiche di Ferdinando IV, sebbene fra i due vi fosse un accordo di protezione nei confronti del patrimonio fiorentino.

Nonostante le precauzioni e la segretezza della missione, il soggiorno di Tommaso Puccini a Palermo non passò affatto inosservato. Come è evidente dalla lucida e sentita testimonianza del sostituto direttore alla R. Galleria, l’architetto Cosimo Rossi Melocchi [5], quando i commissari francesi giunsero a Firenze e si accorsero dei pezzi mancanti nelle sale degli Uffizi (visto il numero non indifferente di capi d’opera prelevati dal Puccini) protestarono vivacemente:

 

Intuiti giunti i francesi fui mandato a chiamare dal Gen. Dupont, che m’impose di far chiudere la Galleria, e che dai Commissari avrei avuto le intrusioni necessarie [...] Il giorno appresso vennero i Commissari e ordinarono ai custodi di depositar le chiavi in mano mia, e ponendo una sentinella alla custodia dei subalterni entrarono meco nei Gabinetti, dimandando il vero mio nome, e dandolo risposero con fermezza, No! Voi siete il Puccini!, chiudendo la porta e replicando che quello era il mio nome quale da tutta la città poteva essergli confermato quando volevano, si acquietavano, domandando esatto conto di tutto quello che mancava, ai quali risposi non potendoli io di ciò soddisfare, mentre dal momento che io era in quella carica non era stato levato alcuna cosa, ma ciò essendo seguito prima, non poteva ciò rilevare che dai custodi, che ritenevano arrestati. Sarebbe troppo allungarsi nel ridirvi le tante cose passando da un gabinetto all’altro intorno alle mancanze e specialmente nella Tribuna e nella Stanza delle Gemme. [6]

 

Ma la sua assenza era stata notata soprattutto dal Commissario delle Arti in Italia, l’architetto Léon Dufourny che, dopo un’attenta ricognizione a Firenze, scriveva con assoluta certezza al ministro dell’Interno francese che diversi oggetti della R. Galleria degli Uffizi «ont été conduits par l’Arno jusqu’à Livourne, puis embarqués sur une frégate anglaise a bord de laquelle ils sont restés longtemps, jusqu’à ce quien [...] ils ont été débarqués à Palerme ou ils se trouvent rémis en ce moment sous la garde du Chev.er Puccini Directeur de la Galerie de Florence» [7].

Tra questi spiccava la presenza di alcune statue della Tribuna, tra cui l’ambitissima Venere dei Medici. Nell’incipit della lettera è lo stesso Dufourny ad indicare che cercava proprio la celebre statua.

 

Pendant mon séjour a Florence j’ai cherché et j’ai réussi à me procurer les renseignement les plus précis sur la célèbre Vénus de Médicis et les autres objets d’art qui ont disparu de Florence [8].



Questo contributo è dedicato alla memoria di Sauro Pasquinelli.

[1] Su Tommaso Puccini e sulle vicende della Galleria degli Uffizi nel periodo francese, cfr. CHITI 1907; in particolare vedi PUCCINI 1921; PINTO 1982, pp. 849-854; SPALLETTI 1983, pp. 403-420; PADOVANI 2002, pp. 38-39; SPALLETTI 2005, pp. 101-140 e il recente FILETI MAZZA-SPALLETTI-TOMASELLO 2008, in particolare pp. 73-114. L’episodio della Venere dei Medici è stato trattato in passato da: ZOBI 1851, pp. 242-250, nell’Appendice al t. III; BOYER 1969, pp. 183-192 e PESENDORFER 1984, pp. 296-298.

[2] Sull’argomento cfr. CHITI 1907; MELONI TRKULJA-SPALLETTI 1981, p. 16 e INCERPI 1982a, pp. 101-103. Un breve cenno al viaggio siciliano viene riportato anche in MAZZI 1986. In particolare PASQUINELLI 2008.

[3] Cfr. AGF (Archivio della Galleria degli Uffizi), filza 30, 1800-1801, n. 23, firme autografe; BFP (Biblioteca Forteguerriana di Pistoia), Fondo Puccini, cassetta II, 2.4, Scritti occasionali di carattere pubblico e privato, n.14, copia.

[4] BMC (Biblioteca Museo Correr Venezia), Epistolario Moschini, Puccini, Tommaso Puccini a Federico Manfredini, Palermo, 14 gennaio 1801.

[5] L’architetto Cosimo Rossi Melocchi nacque a Pistoia, dove operò prevalentemente e studiò all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ottenne una pensione per un soggiorno a Roma, rientrando poi a Firenze dove svolse anche attività didattica presso l’Accademia. Tra il 1805 circa e il 1817 trasformò secondo i canoni dell’architettura dell’età napoleonica la Villa Puccini a Scornio presso Pistoia. In funzione della sua attività didattica, scrisse nel 1805 un Saggio intorno alla determinazione delle ombre nei diversi soggetti dell’architettura geometrica e nel 1806 pubblicò una nuova edizione della Regola delli Cinque Ordini d’Architettura di Jacopo Barozzi da Vignola, curando l’esecuzione delle impeccabili tavole incise di corredo; mentre al 1810 risale l’opuscolo Della vera spirale, o voluta del capitello ionico. Cfr. CULTURA DELL’OTTOCENTO A PISTOIA 1977, p. 13 e CRESTI-ZANGHERI 1978, p. 209.

[6] Vedi la lettera di Cosimo Rossi Melocchi a Puccini, BFP, Fondo Puccini, cassetta VI, n. 4 (Rossi Melocchi Cosimo), Firenze, 27 aprile 1801, pubblicata in PASQUINELLI 2008, p. 94.

[7] ANP (Archives Nationales du Paris), s. F 21 573, Correspondance de Dufourny, 9 fruttidoro anno IX. Vedi Appendice doc. 1.

[8] ANP, s. F 21 573, Correspondance de Dufourny, 9 fruttidoro anno IX. Vedi Appendice doc. 1.

 

È noto che Napoleone, al tempo della sua prima visita a Firenze nel 1796, aveva messo gli occhi su questa eccelsa opera, sottolineando con una battuta scherzosa proprio al Puccini, in quell’occasione suo ‘cicerone’ nelle gallerie granducali, come la Toscana avrebbe fatto meglio a rimanere neutrale verso la Francia, onde evitare il trasferimento a Parigi della statua [9].

Con parole semplici, ma efficaci, Puccini riuscì a spiegare in una lettera al fratello Giuseppe l’angoscia dell’interminabile attesa che aveva accompagnato l’arrivo in città del ‘Generalissimo’ còrso: 

 

Ai fiorentini non importa un corno dei quadri e delle statue. Ferdinando II, Cosimo III, Leopoldo ne hanno tirati cinque dalla provincia, niuno però da Pistoia, e questi pagati somme assai rispettabili. Eppure voi trovate che i francesi che hanno espilata [sic] l’Italia non sono più rei dei fiorentini. Eglino goderanno nel trovare dei giudici così discreti [...] [10].

 

Non solo, ma in una lettera del 1 luglio ripercorse l’intera giornata con Napoleone raccontando puntualmente lo svolgimento della visita. Seppur già edita dallo stesso Chiti, crediamo che meriti di essere trascritta:

 

Ieri l’altro arrivò qui alle sette di sera Buonaparte con 24 dragoni preceduto da una trombetta. Smontò alla casa del Ministro, dove era imbandito il pranzo, e accettò la guardia dello Stato di 100 uomini con Capitano, Tenente e Bandiera, trattamento che se gli deve come Generalissimo. La mattina venne con tutti i suoi generali di seguito alla Galleria. Si trattenne molto sulla Venere, mi parlò molto di essa. Mi disse che stassi attento che la Toscana non dichiarasse guerra, perchè l’avrebbe portata a Parigi. Io gli dissi che per la nostra parte era più che sicuro dei sentimenti pacifici, che ci hanno tenuti finora con la Repubblica. E che sperava che la Venere ne sarebbe stato un monumento parlante e durevole; del resto, lo esortai ad esser tranquillo, perchè dopo gli acquisti, che avevano fatti in Roma, avevano assicurato il primo Gabinetto d’Europa, senza aver bisogno della Venere. Egli fu molto gentile, e piuttosto non impolito [11].

 

Come sappiamo Puccini si riferiva al trattato di Tolentino e al gran numero di opere prelevate dalle Legazioni Pontificie [12]. Era chiara la preoccupazione per quanto poteva accadere alla R. Galleria o all’Accademia di Belle Arti, visti i resoconti delle requisizioni negli altri stati italiani. Tuttavia, per lo studioso Alfredo Lensi le frasi del Puccini riflettevano «più che la realtà, uno stato d’animo troppo pieno di sé ed esasperato dalla paura di veder guastata la Galleria» [13].

Ad oggi, possiamo tranquillamente affermare che i timori del direttore erano più che giustificati.

Del resto, Napoleone proprio in quei giorni comunicava al Direttorio alcune impressioni a caldo: «ho visto a Firenze la famosa Venere dei Medici, che manca al nostro museo [il Louvre], e un gabinetto di modelli anatomici di cera che sarebbe non meno importante possedere» [14]. Nel 1801, questo desiderio sembrava finalmente concretizzarsi.

Una volta accertata la presenza della statua a Palermo, i francesi tornarono ‘all’attacco’. In realtà, come ricorda Ferdinand Boyer, all’origine di tali pressioni ci fu l’ambasciatore spagnolo Nicolàs de Azara. In una lettera scritta al ministro francese Talleyrand, Azara esprimeva la propria preoccupazione affinché le opere degli Uffizi, inviate a Palermo a suo tempo, fossero presto restituite al legittimo sovrano della Toscana Ludovico d’Etruria:

 

Le Gouvernement français, comme promoteur et garante du traité de cession de la Toscane, s’est obligé à mettre en possession de cet état le Prince de Parme dans toute son intégrité. Il paraît donc de la dignité même du Premier Consul de réclamer efficacement du Roy de Naples la restitution des susdits effes à la Galerie de Florence d’où ils ont été si injustement enlevés, e Sa Majesté [il Re di Spagna] l’attend de sa justice [15]



[9] BFP, Fondo Puccini, cassetta III, lettere di Tommaso Puccini al fratello Giuseppe, 1 luglio 1796.

[10] BFP, Fondo Puccini, cassetta III, lettere di Tommaso Puccini al fratello Giuseppe, 28 giugno 1796. Citata anche in CHITI 1907, p. 59.

[11] BFP, Fondo Puccini, cassetta III, lettera di Tommaso Puccini al fratello Giuseppe, 1 luglio 1796.

[12] L’ARTE CONTESA 2009.

[13] LENSI 1936, pp. 58 e sgg.

[14] WESCHER 1988, p. 64, lettera tradotta.

[15] BOYER 1969, p. 187.

 

Quale occasione migliore per cercare di sottrarre alla custodia di Puccini e di Ferdinando IV la famosa dea? Come emerge dalla corrispondenza relativa, si misero subito in moto le trame diplomatiche, intenzionate a far passare sotto la bandiera della pace il sequestro dell’opera. La scusa era semplice: con l’ascesa al trono del re Ludovico d’Etruria, la Toscana non aveva più alcun motivo di lasciare le opere in balìa del re di Napoli. Era opportuno agire per un immediato ritorno delle opere a Firenze. Talleyrand inviò prontamente le sue istruzioni all’ambasciatore francese di stanza a Napoli, Alquier. Nelle sue parole la posizione di Puccini apparve del tutto distorta: 

 

L’enlèvement en fut d’autant plus injuste que les Anglais et les Napolitains s’en emparèrent sur un prince de la Maison d’Autriche qui était alors leur alliée. Ils ne pouvaient pas avoir pour prétexte le désir de les soustraire aux vues des Français qui les avaient respectés dans une première expédition. M. Puccini, qui les fesait embarquer sur la flotte anglaise, livrait d’ailleurs un dépôt qui ne lui appartenait point [16]

 

Alquier, rapido esecutore degli ordini di Talleyrand, il 21 pratile dell’anno 9 (10 giugno del 1801), si affrettò a scrivere una lettera al cavalier John Francis Acton, ministro borbonico, con la quale avanzava una richiesta ufficiale di restituzione delle 75 casse al sovrano d’Etruria. Nella missiva non si scordava di evidenziare la ‘scorrettezza’ del comportamento degli inglesi, che a suo tempo avevano imbarcato il Puccini sulla Santa Dorotea, per difendere le opere dall’arrivo dei francesi che, al contrario, «avaient signeusement conservé la Galerie de Florance, pendant l’occupation de la Toscane [...] et qui les avaient respectés dans une première expédition» [17].

 

Talleyrand non si limitò a scrivere a Napoli, ma contattò anche Clarke, ministro plenipotenziario francese a Firenze, affinché incalzasse il primo ministro di Ludovico, Giulio Mozzi. La Toscana avrebbe avuto indietro le sue ricchezze artistiche e, dal momento che la Francia era stata l’intermediaria di questa operazione, poteva giustamente aspettarsi in cambio «quelque chose de ses richesses» [18].

Clarke si affrettò a comunicare al Mozzi le intenzioni pacifiche e convenienti dell’intercessione francese. Obiettivo: ottenere l’integrale restituzione delle opere d’arte, il rientro di Puccini con esse, senza però dimenticare un ‘petit cadeau’ per il Primo Console, che tanto si era affannato per la Toscana: la Venere dei Medici era dono più che adeguato.

Il primo ministro ‘etrusco’ rifiutò decisamente tale proposta. Come contromossa, al Mozzi fu richiesto di mettere per iscritto i motivi che impedivano di acconsentire all’abbandono della Venere da parte della Toscana. Il senso era chiaro: costringere il re d’Etruria a contrariare nero su bianco il Primo Console e mettendosi in una posizione di imbarazzo. Nella lettera del 4 marzo 1802, pubblicata da Antonio Zobi, Mozzi giustificò con fermezza le ragioni del rifiuto di concedere la Venere. L’opera era stata rispettata in tempi di guerra, al momento della prima occupazione francese, per quale motivo requisirla proprio adesso in momento di pace, rischiando di far insorgere i fiorentini contro il loro legittimo sovrano [19].  

 

Che direbbero poi se in mezzo a tante calamità si vedessero ancora spogliati di un monumento, in cui pongono tanto valore, ed una lodevole vanità nazionale, e che a tutto diritto considerano come proprio? Lungi dal riconoscere il loro Sovrano indipendente, lungi dal considerarlo il loro padre ed il vigile custode delle loro proprietà, potrebbero lasciarsi sedurre dalla malevolenza al segno, da riguardarlo come istrumento della loro rovina, né giammai si unirebbero a lui con quel deciso attaccamento, che è tanto necessario alla sua e alla nostra felicità [20]

 

Due giorni dopo (il 6 marzo 1802) allertato da Clarke, Mozzi contattava Acton in Sicilia. Evidentemente preoccupato per l’insistenza delle richieste francesi, il primo ministro di Ludovico decise di anticipare le mosse di Talleyrand e di sincerarsi non solo della buona fede del re Ferdinando IV, ma anche delle attenzioni che venivano riservate al prezioso deposito fiorentino. La lettera conteneva una precisa avvertenza: «se mai venissero i suddetti preziosi effetti o reclamati o pretesi da qualche Potenza, S.M. è persuasa, che da codesto augustissimo Monarca e dal R. Suo Governo non verrano nel suddetto caso ascoltate simili richieste o pretese, e che i suddetti monumenti salvati nei tempi più difficili, saranno gelosamente custoditi in codesto Regno, come il più rispettabile deposito di una Nazione, e serbati alla Toscana, di cui sono una sacra e inalterabile proprietà» [21]. Era chiaro il riferimento alla Francia, nessun’altra potenza aveva avanzato richieste particolari. Meno che mai l’Inghilterra che anzi, aveva favorito il trasferimento di Puccini a Palermo.

A proposito dei monumenti preziosi, Acton rispose il 30 marzo che il sovrano di Napoli li avrebbe conservati «sempre come un deposito sacro, e li [avrebbe fatti] gelosamente custodire per esser restituiti costà, subitoché gliene sarà fatta la richiesta» [22].

Un’altra via tentata dai francesi fu quella dello scambio. In una lettera del 30 germinale anno 10, il commissario Dufourny propose al ministro dell’Interno di accettare il suggerimento di scambiare la «portion des antiquités de la Villa Albani qui est restée a Rome» per ottenere la Venere [23]. Ma, come ricorda Boyer, furono gli stessi colleghi di Dufourny a ricordargli quanto il baratto fosse difficile, anche a causa dell’incertezza che la Francia ancora aveva di ottenere questi stessi tesori. [24]



[16] BOYER 1969, p. 187.

[17] ASN (Archivio di Stato di Napoli), Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107, lettera dell’ambasciatore Alquier senza destinatario, probabilmente il cavalier Acton, 21 pratile anno IX.

[18] Lettera del 23 brumaio anno X, scritta da Talleyrand a Clarke, pubblicata da BOYER 1969, p. 188.

[19] ZOBI 1851, Appendice lettera A, pp. 243-244.

[20] «In vista di questi riflessi, S.M. è fermamente persuasa, che il Primo Console, nelle benefiche sue disposizioni a riguardo della Toscana non vorrà privarla di un monumento che riguarda come un pegno prezioso salvato a suo lustro nei passati difficili tempi, né darà questo colpo ad una Nazione, che con un atto tanto ingiurioso alle Arti, quanto contrario ai sentimenti della notoria di lui generosità [...]». Lettera di Giulio Mozzi al ministro plenipotenziario francese Clarke, del 4 marzo 1802, riportata anche da ZOBI 1851, Appendice al t. III, pp. 244-245.

[21] ZOBI 1851, Appendice al t. III, pp. 245-246, lettera di Mozzi al cavalier Acton, 6 marzo 1802.

[22] ZOBI 1851, Appendice al t. III, pp. 246-247, lettera del cavalier Acton a Mozzi, 30 marzo 1802.

[23] ANP, s. F 21 573, Correspondance du Dufourny (an IX-an X), 30 germinale anno X.

[24] BOYER 1969, p. 190.

In Sicilia, d’altro canto, il Puccini già da tempo era stato costretto a sorvegliare di lontano le sue opere, affidate ad un deposito segreto sotto le cure di un intendente di Ferdinando IV. Come lui stesso scrive all’amico Federico Manfredini:

 

Due giorni dopo il mio arrivo, fui astretto da un R. Dispaccio a depositare in mano altrui il tesoro, di cui sono debitore allo Stato, e di cui per me dovrei essere il solo depositario, e custode. Nonostante tutto questo, io devo morire sopra una di queste casse, e chiudere gli orecchi ad un così lusinghiero invito, e sopprimere il desiderio vivissimo che avrei di visitare le antichità di Sicilia. Ogni quindici giorni vado a fare una visita con il depositario alla mia bella, che prima di passarla in altre mani ho direi quasi infibulata, per assicurarmi quanto è possibile della sua fedeltà [25].

 

La «bella» di cui parla Puccini in questa lettera è proprio la Venere dei Medici. 

A rendere ancora più intricata la trama del sequestro intervenne nuovamente Talleyrand che, come sostiene Pesendorfer, procedette in modo ancor più ‘raffinato’ cercando di fare pressione sul primo ministro di Ferdinando IV attraverso l’ambasciatore Alquier. L’obiettivo era far credere ai siciliani che Ludovico d’Etruria fosse consapevole e consenziente. L’11 fruttidoro Alquier scriveva ad Acton che il Primo Console desiderava la Venere per sé, ma che questa scelta fosse condizionata da un accordo preventivo con la Toscana.

 

Le Premier Consul me charge expressément de demander que S.M. Sicilienne veuille bien faire remettre à disposition du Gouvernement Français une caisse renfermant une statue connue sous le nom de Vénus de Médicis, et qui a été transportée de Florence à Palerme. Je crois devoir ajouter à cette demande, Monsieur le Chevalier, la déclaration très formelle que le Gouvernement Français a pris avec S. M. le Roi d’Etrurie, des mesures, qui ne laissent aucun prétexte à élever des difficultés sur cette réclamation, et qu’il se charge envers S. M. Sicilienne et le Gouvernement Toscan, de toutes les explications et de toutes le garanties, si jamais il pouvait y avoir bien à en donner sur une demande aussi légitime [26].

 

Acton rispose all’Alquier il 31 agosto con accondiscendenza:

 

Il Cav. Acton ha posto sotto gli occhi del Re Suo Signore l’ufizio in data dell’11 fruttifero che S. E. il Signor Alquier ambasciatore della Repubblica Francese gli ha diretto per far conoscere la dimanda del Primo Console di mettersi alla disposizione del Governo Francese la statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici, la quale si ritrova a Palermo, ha l’onore di dirgli che la med. in seguito della dichiarazione formale fatta dal Sig. ambasciatore che il Governo Francese è d’accordo su tal proposito con S. M. il Re d’Etruria, non incontra difficoltà di far togliere dal deposito sacro appartenente a quel Sovrano, ed alla Nazione Toscana, il quale era affidato alla religione della medesima, la suddetta statua e di farla consegnare alla persona che sarà destinata dal Signor ambasciatore [27].

 

Il cardinal Pignatelli, presidente del governo in Sicilia, aveva ricevuto dallo stesso Acton l’ordine di consegnare al Mausson, ministro delle Relazioni Commerciali francesi, la cassa contenente la sola Venere [28]. L’8 settembre Pignatelli aveva pertanto incaricato il presidente della Gran Corte, Giovan Battista Paternò, di eseguire il comando e di fare in modo che la consegna avvenisse senza difficoltà: il deposito delle opere toscane di cui era responsabile il Puccini era stato affidato ad un tale Giovan Battista Scaglia, incaricato da Ferdinando IV. Presso di lui era adesso necessario prelevare la Venere. Tuttavia, Pignatelli il 10 settembre faceva presente all’Acton

 

che il cavalier Puccini ricusa di farne per parte sua la consegna per le ragioni esposte nell’annesso foglio. Ed avendo io rescritto al Presidente suddetto, di far subito eseguire l’annunciato Real Comando anche senza l’assenso ed intervento del Puccini, è stato già il medesimo eseguito, e con la posta ventura ne rimetterò a V. E. la relazione che ne attendo dal Presidente colle corrispondenti cautele [29].

 

La posizione di Puccini, resa difficilissima da tali manovre, fu comunque ferma: il 10 settembre egli si rifiutò con decisione di eseguire l’ordine di Paternò giustificandosi come segue:

 

ho il rammarico di non poter su due piedi corrispondere al comando di V. E., di cui sono invitato ad eseguire di concerto col sig. Giovan Battista Scaglia, la consegna della medesima; stanteché, essendo questo con tutti gli altri monumenti affidato nelle più valide forme dal Governo Toscano alla mia responsabilità, resterebbero compromessi i miei beni, la mia vita, e ciò che mi è più a cuore, l’onor mio, se prestassi consenso e l’opera all’altrui occupazione, senza un ordine preciso a me diretto senza per mezzo delle R. Segreteria di Stato da S. M. il Re d’Etruria mio Signore [30]

 

Ma l’11 settembre del 1802 Mausson fu portato da Paternò, nonostante l’assenza di Puccini, al deposito presso il convento dei Gesuiti, dove si trovavano le opere toscane. Il racconto è riportato nei dettagli dallo stesso Paternò. Egli si era recato nel luogo in cui si conservavano le casse spettanti alla Toscana, che comunque non viene mai nominato esplicitamente [31]. Qui, con l’aiuto di alcuni artisti che erano in grado di riconoscere la statua, individuò e caricò l’opera sulla tartana Saint Louis, in partenza per Marsiglia. A Puccini non rimaneva altro che informare con tono dolente il senatore Mozzi [32].

A proposito del trasporto della Venere a Marsiglia e del viaggio sulla Saint Louis comandata dal capitano Jarlier, si vedano i dispacci conservati presso gli Archives Nationales, F 21 573, Transport en France d’oeuvres d’art enlevées d’Italie, an VI-an XII, III: qui è possibile verificare che già al 16 fruttidoro (2 settembre) Alquier informava il prefetto delle Bocche del Rodano, Delacroix, di aver noleggiato la detta imbarcazione e che avrebbe preso tutte le cure del caso affinché nulla e nessuno compromettesse la sicurezza del trasporto [33].

A questo punto fu Mozzi a prendere la parola e a protestare vivacemente contro il prelievo della Venere. Prese inoltre le difese del Puccini, ricordando che il direttore aveva agito con la dovuta cautela, opponendosi alla confisca di un’opera tanto importante e niente affatto autorizzata dal sovrano etrusco.

La risposta di Acton non si fece attendere [34] e in effetti la sua giustificazione era proprio quella di aver agito nella piena convinzione che il trasferimento fosse stato autorizzato da un accordo con Ludovico d’Etruria [35]. L’assicurazione dell’intesa era stata in effetti più volte ribadita da Alquier [36]. Non sappiamo, tuttavia, quanto sia reale l’ipotesi che Acton fosse del tutto all’oscuro delle manovre francesi, vista la fretta con cui si volle concludere l’operazione. Quello che più sorprende è infatti la leggerezza con cui in Sicilia si trattò l’intera azione di prelievo. 



[25] BMC, Epistolario Moschini, Puccini, lettera del 14 gennaio 1801 da Palermo.

[26] ASN, Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107. Lettera di Alquier al cavalier Acton, 11 fruttidoro anno X, vedi Appendice doc. 2.

[27] ASN, Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107, lettera di Acton ad Alquier, 31 agosto del 1802.

[28] Vedi Appendice, doc. 3.

[29] Vedi Appendice, doc. 5.

[30] Vedi Appendice, doc. 6

[31] Egli riporta di essersi recato «ieri al giorno personalmente nel luogo ove si conserva in deposito dal Scaglia per ordine del Re tutto ciò che si appartiene alla R. Galleria di Firenze, ed apertasi in mia presenza, del Sig. Marsson, del Scaglia, e di altre persone la prima cassa, si trovò in essa la statua della Venere predetta. La medesima si fece riconoscere da due periti, uno D. Pietro della Valle scultore, che assicurò esser quella che si ricercava per averla veduta nella R. Galleria di Firenze ritrovandosi colà, e per averla copiata in Roma sopra altri modelli in detta città esistenti, il secondo D. Giuseppe Velasquez pittore che assicurò ugualmente di esser quella conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici [...]»; ASN, filza 4292, ins. 107, Giovan Battista Armando Paternò al cardinale Pignatelli, vedi Appendice doc. 7.

[32] Lettera riportata in ZOBI 1851, Appendice al t. III, p. 250, Puccini a Mozzi.

[33] «Naples le 16 fructidor an 10. L’ambassadeur de la République Française près S. M. Sicilienne Au Citoyen Delacroix Préfet du Département des Bouches du Rhone. Citoyen Préfet, Le Capitaine Jarlier, Commandant la Tartane le S. Louis, a été nolisé d’apres mes ordres, pour prendre à Palerme et pour transporter directement à Marseille une statue célèbre, connue sous le nom de la Vénus de Médicis [...]», ANP, F 21 573, Transport en France d’oeuvres d’art enlevées d’Italie, an VI-an XII, III, Transport de la Vénus de Médicis et d’autres statues (an X-an XII), 16 fruttidoro anno X.

[34] Nella stessa lettera che Mozzi inviò al cavalier Acton si trova un appunto scarabocchiato di fretta con l’indicazione sulla risposta da fornire al primo ministro toscano: «Si comunichi l’ufizio d’Alquier, e si dirà che il Re non è devenuto ad ordinar la consegna della statua se non dopo l’assicurazione data dall’Amb. che il Primo Console era d’accordo con S.M. il Re d’Etruria», ASN, Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818, filza 4292, ins. 107, Mozzi ad Acton del 25 settembre 1802, vedi Appendice doc. 8.

[35] Ivi, vedi Appendice doc. 9.

[36] Cfr. Appendice doc. 2.


Contrariamente ad ogni aspettativa, a prendere una posizione di protesta giunse Ludovico d’Etruria, inviando una lettera di rammarico direttamente al Primo Console.  

 

Animé per vôtre amitié, et par vôtre intérêt sincère à ma gloire, et au bonheur de mes sujets, je ne pourrois pas vous cacher ma doleur, et ma surprise même à la nouvelle que l’Ambassadeur Alquier aie demandé, et obtenu par le Gouvernement de Naples de mettre à vôtre disposition la statue connue sous le nom de Vénus des Médicis. [37]

 

Egli esprimeva una chiara preoccupazione per la reazione dei sudditi toscani (da notare che erano sudditi e non cittadini), oltre a chiedere un più regolare ingrandimento dei propri stati a rimedio della perdita subìta. In pratica una maggiore libertà di manovra e confini migliori. Ma gli sforzi furono vani. Per tutta risposta alle lettere di Ludovico e del suo ministro Mozzi intervenne ancora Talleyrand. Il tono di sufficienza delle sue parole fu piuttosto eloquente:

 

la Toscane a été au moment de perdre toute la collection de ses objets d’arts pour l’effet de leur translation à Palerme [...] Le Gouvernement de la Toscane au milieu de la joie que doit lui procurer une restitution si précieuse, pourrait-il conserver quelque regret sur l’abandon d’une seule statue? [38]

 

Anche se Talleyrand aveva evidenziato il rischio di una mancata restituzione da parte dei Borbone e vantato il successo dell’ambasciatore di Francia a Napoli, i toni con i quali i toscani ringraziarono il sovrano Ferdinando IV per la conservazione e la cura delle opere affidate ci fanno ben intendere che Onon vi era mai stato alcun dubbio circa la buona fede della sua custodia:

 

Dopo un viaggio felice di 5 giorni arrivò al 25 dello scorso mese in Livorno il Cavalier Puccini con gli effetti preziosi spettanti a questa Real Galleria, all’eccezione della Venere dei Medici. L’esattezza con cui sono stati conservati durante il tempo del lungo lor deposito in Palermo essendo dovuto alle cure di S. M. Siciliana, e del suo Real Governo, S. M. il re mio Signore mi ha ordinato di pregare l’E.V. di far gradire in di lui nome, a ripetere a codesto Real Monarca i sentimenti della più profonda amicizia e devota sua gratitudine e riconoscenza […] [39] 

 

A Parigi invece c’era chi esultava. Dominique Vivant-Denon comunicò a Bonaparte l’arrivo del prezioso marmo con un insolito entusiasmo: 

 

La Vénus est enfin arrivée! Après avoir été arrêté par les glaces, le bateau sur lequel elle était s’est engravé […]. Elle est arrivé sans aucun accident, mais il faut quinze jours pour la mettre en état. J’ai donc remis à vôtre arrivé l’ouverture des nouvelles salles du musée des Statues. Jamais plus beau trophée de victoire! Entièrement dû à vos travaux, c’est à vous, Général, à faire l’inauguration de ce monument [...] [40]

 

Il gioiello degli Uffizi, il «monumento più bello della Galleria» [41], entrava così a far parte del ‘bouquet’ di Napoleone. Almeno fino al 1815.

 

Nel frattempo, iniziavano i preparativi per l’incarico ad Antonio Canova della Venere che avrebbe dovuto sostituire quella rapita. Se in un primo momento l’artista pensò ad una copia, il risultato finale dette invece alla luce l’aggraziata Venere Italica. Ma questa è un’altra storia [42].



[37] ASF (Archivio di Stato di Firenze), Segreteria e Ministero degli Affari Esteri, 2197, carteggio del sovrano col Primo Console Bonaparte, 22 settembre 1802.

[38] ASF, Segreteria e Ministero degli Affari Esteri, 2197, lettera di Talleyrand a Mozzi, 13 ottobre 1803. Documento tradotto anche in PESENDORFER 1984, p. 297.

[39] Cfr. in proposito ASF, Segreteria e Ministero degli Affari Esteri, f. 953, prot. 9, ins. 18, lettera di Giulio Mozzi al cavalier Acton, 1 marzo 1803.

[40] ANP, AF IV 1049, dr. 2, n. 17, Denon, Correspondance, Denon au Premier Consul, 14 luglio 1803.

[41] Così la definisce Puccini nell’ultima lettera a Federico Manfredini, conservata presso BMC, Epistolario Moschini, Puccini, 22 giugno 1803.

[42] Cfr. HONOUR 2003, pp. 193-209; BFP, Fondo Puccini, lettera di Federico Manfredini a Puccini in cui si parla esplicitamente della commissione a Canova per la copia della Venere dei Medici, Vienna 16 marzo 1803. Cfr. anche HONOUR 1972, pp. 658-671; INCERPI 1982a, pp. 103-107. Per i rapporti fra Puccini e Canova vedi SPALLETTI 2006, pp. 225-233.

 

Appendice documentaria*

 

1

Archives Nationales Paris, F 21 573, Correspondance de Dufourny

 

 

Liberté Egalité, Rome le 9 fructidor an 9

Le Commissaire du Gouvernement français pour les arts, en Italie au Ministre de l’Intérieur Pendant mon séjour à Florence j’ai cherché et j’ai réussi à me procurer les renseignements les plus précis sur la célèbre Vénus de Médicis et les autres objets d’art qui ont disparu de Florence ainsi que sur le lieu où ils se trouvent en ce moment, j’ai l’honneur de vous en communiquer le résultat. Lors de la dernière occupation de la Toscane par l’armée française au Commencement de cette année, la Régence qui gouvernoit alors ce pays au nom de l’Autriche se hâta, vous le savez Citoyen Ministre, de faire enlever de la Galerie de Florence ce qu’elle renfermait de plus précieux, les principaux morceaux sont:

1- la Vénus de Médicis 

2- l’Apolline 

3- le Faune 

4- le Remouleur 

5- le groupe des lutteurs ces cinq statues ornaient la pièce dite la Tribune 

6- le Bacchus de Bronze 

7- l’une des filles de Niobé 

8- le fils mort de Niobé 

9- le beau vase, dit de Médicis 

10- quatre bustes colossaux de Jupiter, Junon, Neptune & Antinous 

11- deux cents des meilleurs tableaux de la Galerie 

12- la collection entière des dessins, consistant en 313 vol. 

13- celle de camées et pierres gravées

14- la suite des médailles et des monnaies

 

Ces objets, formant 40 à 50 caisses ont été conduits par l’Arno jusqu’à Livourne, puis embarqués sur une frégate anglaise a bord de laquelle ils sont restés longtemps, jusqu’à ce qu’enfin ils ont été débarqués à Palerme où ils se trouvent réunis en ce moment sous la garde du Chev.er Puccini Directeur de la Galerie de Florence. Ces richesses ne pouvant jamais être la proie de la Maison d’Autriche à qui elles n’appartienent à aucun titre et devant un jour retourner en Toscane, ou bien, offertes par la reconnaissance, venir augmenter le Musée National; j’ai cru Citoyen Ministre, devoir, aussitôt que j’ai été informé de ces détails, inviter l’Ambassadeur Alquier à veiller à ce qu’aucune partie n’en fut distraite, jusqu’à ce que le Gouvernement eut prononcé et à s’en assurer par un séquestre. Au moment où j’ecris, cette mesure conservatrice doit avoir été prise en sorte que ces objets se trouvent précisément dans l’état où le gouvernement pouvoit les désirer pour en disposer; car c’est l’Ennemi lui même qui les a extraits du pays auquel ils appartenoient, ils sont hors de mains des Anglais qui auroient pu être tentés de les retenir et ils se trouvent déposés dans un pays qui n’a aucun droit à les posséder. Soit donc que le Gouvernement ordonne que la masse de ces objets d’art soit transportée en France, soit qu’il se contente d’autoriser la Commission des Arts à faire un choix de ceux qui par leur mérite ou leur rareté seroient necessaires au complément du Muséum, les circonstances sont les plus favorables pour l’exécution de sa décision. Je la sollicite d’autant plus vivement, Citoyen Ministre, que mes instruction sont entièrement muettes à cet égard, et que les circonstances pouvant changer d’un moment à l’autre, on auroit à regretter de n’avoir pas saisi l’occasion qu’elles présentoient d’enrichir la France de nouveaux chefs d’oeuvres. Salut et Respect.

L. Dufourny

 


* Le indicazioni archivistiche dei documenti dell’Archivio di Stato di Napoli sono presenti per esteso solo nel documento 2, dal momento che provengono tutti dal medesimo fondo. Negli altri sono state omesse per evitare ripetizioni.

 

 

2

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107

Ministero degli Affari Esteri, Oggetti di Belle Arti. Carteggio con rappresentanti diplomatici napoletani ed esteri. Acquisizioni e rivendicazioni, 1776-1818

 

 

Naples 11 fructidor [an] 10

Monsieur le Chevalier [Acton],

Le Premier Consul me charge expressément de demander que S.M. Sicilienne veuille bien faire remettre à disposition du Gouvernement Français une caisse renfermant une statue connue sous le nom de Vénus de Médicis, et qui a été transportée de Florence à Palerme. Je crois devoir ajouter à cette demande, Monsieur le Chevalier, la déclaration très formelle que le Gouvernement Français a pris avec S. M. le Roi d’Etrurie, des mesures, qui ne laissent aucun prétexte à élever des difficultés sur cette réclamation, et qu’il se charge envers S. M. Sicilienne et le Gouvernement Toscan, de toutes les explications et de toutes le garanties, si jamais il pouvait y avoir bien à en donner sur une demande aussi légitime. Je prie V. E. d’agréer les assurances de ma plus haute considération.

Alquier

 

3

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107

 

 

Napoli, 6 settembre 1802

Eminenza,

avendo l’ambasciatore di Francia con sua nota dell’11 fruttifero, domandata a questo Governo di mettersi alla disposizione della Repubblica Francese la Statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici, coll’assicurazione di essere il Suo Governo di accordo relativamente a quell’oggetto con Sua Maestà il Re d’Etruria, cui il Re Nostro Signore conserva religiosamente il deposito di tutto ciò che appartiene a lui, e alla Nazione Toscana, comanda la M. S. che si consegni al Sig.r Marsson Commissario delle Relazioni Commerciali, la cassa che contiene la sola statua suddetta, esigendone la corrispondente cautela. Io dunque comunico all’E.V. sì fatta reale determinazione per il suo adempimento, e con sensi di distinto ossequio ho l’onore di rassegnarmi di V. Eminenza.

Al Sig. Cardinale Pignatelli Dev.mo Obbl.mo Servo Giovanni Acton

 

4

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107

 

 

Napoli 6 settembre 1802

All’ambasciatore di Francia [Alquier],

Si rimette una lettera del Presidente del Regno di Sicilia, colla quale gli si ordina la consegna della statua detta la Venere dei Medici [nota sul primo foglio della seguente lettera].

Il Cav. Acton ha l’onore di rimettere qui compiegata al E.V Sig. Alquier ambasciatore della Repubblica Francese una lettera pel Presidente del Regno di Sicilia, colla quale viene incaricato di consegnare all’uffiziale francese colà spedito, e che recherà la lettera istessa, la cassa colla statua della Venere dei Medici. E qui si processa al Sig. ambasciatore i sensi della sua più alta considerazione.

 

5

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107

 

 

Eccellenza [Acton],

In esecuzione del Real Ordine, da V. E. Comunicatomi con Dispaccio del V. Corrente, di consegnare al Sig. Marsson Commissario delle Relazioni Commerciali di Francia la cassa che contiene la statua, conosciuta sotto il nome di Venere de Medici, previe le corrispondenti cautele, ne incaricai il Presidente Paternò dell’adempimento. Il medesimo è venuto questa mattina a farmi presente che il cavalier Puccini ricusa di farne per parte sua la consegna per le ragioni esposte nell’annesso foglio. Ed avendo io rescritto al Presidente suddetto, di far subito eseguire l’annunciato Real Comando anche senza l’assenso ed intervento del Puccini, è stato già il medesimo eseguito, e con la posta ventura ne rimetterò a V. E. la relazione che ne attendo dal Presidente colle corrispondenti cautele. Intanto mi dò l’onore di rassegnarlo all’E. V. per la Sovrana Intellingenza. E col più distinto ossequio mi riprotesto costantemente Di V. E. Serv. Vero Obbl.mo

Palermo 10 sett 1802 D. Cardinale Pignatelli al Ecc.mo Sig. Cap.no Gen.le Acton (Napoli)

 

6

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107 [43]

 

10 settembre 1802

Eccellenza

pieno di venerazione per il R. Dispaccio comunicatomi da V.stra Eccellenza con il gentilissimo biglietto del 9 del corrente, da cui viene ordinato di mettere alla disposizione del Commissario delle Relazioni Commerciali di Francia la statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici, ho il rammarico di non potere su due piedi corrispondere al comando di V. E., da cui sono invitato ad eseguire di concerto con il Sig. Gio. B.tta. Scaglia la consegna della medesima, stante che essendo questo con tutti gli altri monumenti della R. Galleria di Firenze affidato nelle più valide forme dal Sovrano Toscano alla mia responsabilità, resterebbero compromessi i miei beni, la mia vita e, ciò che più mi è a cuore, l’onor mio, se prestassi il consenso e l’opera all’altrui occupazione, senza un ordine preciso a me diretto per mezzo della sua R. Segreteria di Stato da S. M. il Re Mio Signore. Io mi lusingo, che V. E. non ravviserà in questi sentimenti, che il solo desiderio di adempire il mio dovere, e vorrà perciò compiacersi di porli nel loro aspetto alla considerazione di Sua eccellenza E.ma, di cui imploro il favore, perché sua Maestà non prenda in sinistro questa mia renitenza ad eseguire prontamente i suoi ordini nella disposizione in cui sono di eseguirli subito che mi verranno partecipati dl mio Governo. In questa fiducia piena di stima, e di rispetto ho l’onore di dichiararmi di vostra eccellenza Dev. Obbl.mo Serv.re Tommaso Puccini

Palermo 10 7mbre 1802 A S. E. Il Sig. Presidente Paternò

 

7

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107

 

 

Palermo 11 settembre 1802

Em.mo ed Ec.mo Sig.re

I risultati della mia divota rappresentanza del 10 andante relativamente alla prontezza di Giovan Batt.sta Scaglia nell’esecuzione dell’ordinata consegna della statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici, e alla renitenza del Cav. Tommaso Puccini per tal consegna al Commissario delle Relazioni Commerciali di Francia sig. Marsson, si degnò l’Ecc.ze LL. con biglietto della stessa data incaricarmi di dar disposizioni, onde sia subito consegnata la statua suddetta, anche senza il consenso e l’intervento del Puccini, previe le cautele indicate nel Dispaccio del primo corrente, comunicatomi dell’Em.za Ill. con biglietto dell’8 dello stesso. In adempimento del nuovo impostomi comando, colla commessa sollecitudine disposi l’occorrente per effettuarsi la consegna ordianza dalla Maestà del Re della cassa che conteneva la suddivisata statua, ed indi avendo fatto arrivare nuovamente il Commissario delle Relazioni Commerciali di Francia Sig. Marsson, il Cav. civico Scaglia, ed i necessari officiali, mi conferì ieri al giorno personalmente nel luogo ove si conserva in deposito dal Scaglia per ordine del Re tutto ciò che si appartiene alla R. Galleria di Firenze, ed apertasi in mia presenza, del Sig. Marsson, del Scaglia, e di altre persone la prima cassa, si trovò in essa la statua della Venere predetta. La medesima si fece riconoscere da due periti, uno D. Pietro della Valle scultore, che assicurò esser quella che si ricercava per averla veduta nella R. Galleria di Firenze ritrovandosi colà, e per averla copiata in Roma sopra altri modelli in detta città esistenti, il secondo D. Giuseppe Velasquez pittore che assicurò ugualmente di esser quella conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici. Assicuratasi in questa guisa la salietà [sic] della statua e confermata da diverse altre persone presenti alla riconoscenza per ammirarla che l’aveano veduta in Firenze, o in modelli di gesso e di pittura, sul momento si stipulò dal regio luogotenente di Protonotaro Marchese delli Magnisi il solenne atto di consegna al Commissario Francese Marsson, del quale per mio dovere ho l’onore di rassegnarne all’Ecc. za Ill. l’originale per l’uso corrispondente, e con l’usato rispetto inchinandola mi raffermo

Serv. Vostro Oss.mo

Giovan Battista Armando [Paternò] 



[43] Lettera pubblicata anche in A. ZOBI 1951, Appendice al t. III, pp. 248-249.

8

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107



Si comunichi l’ufizio d’Alquier, e si dirà che il Re non è devenuto ad ordinar la consegna della statua se non dopo l’assicurazione data dall’Amb. che il Primo Console era d’accordo con S.M. il Re d’Etruria [nota segnata sulla lettera di Mozzi]

Eccellenza

non posso esprimere a V. E. la sorpresa, ed il vivo dispiacere che ha prodotto nell’animo di Sua Maestà il Re Mio Signore la notizia trasmessaci dal Direttore della Real Galleria di Firenze Cav.e Tommaso Puccini relativa all’immediata consegna, che si asserisce essere stata fatta per ordine di codesto Governo al Commissario delle Relazioni Commerciali di Francia della celebre statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici. La Maestà Sua riposava sicura, e tranquilla, dopoché il dispaccio di V. E. in data del 30 marzo p° protestava che gli effetti della Real Galleria di Firenze che si trovavano in Palermo sarebbero stati, per comodo del Re delle Due Sicilie, riguardati come un sacro deposito, e gelosamente custoditi, per restituirsi, tosto ché ne fosse stata fatta la richiesta. Ma può immaginarsi V. E. da qual rammarico sia stata penetrata la M. S. sentendo, che si era aderito a rilasciare un monumento così insigne, senza neppure esigere di dar luogo alla debita preventiva interpellazione. Né può dissimularsi, che sia riuscita vieppiù sensibile una così affrettata determinazione, sapendosi che il prelato Direttore della Galleria Cav.e Puccini, nella sua rispettosa, ma ferma protesta, aveva giustamente domandato, che gli fosse almeno permesso di ricercar prima gli ordini diretti al suo sovrano. Sono state inoltrate a Parigi per corriere espresso le opportune rimostranze, nel timore che possa esser forse già eseguita l’asportazione della statua di cui si tratta, ma se per avventura non si fosse ancora verificata, non dubito, che V. E. si darà tutta la pena affinché non abbia più effetto, e venga restituita alla legittima consegna del surriferito Direttore. In tale aspettativa passo all’onore di confermarmi con la più distinta considerazione

Firenze 25 settembre 1802

Di Vostra Eccellenza Dev. mo Obbl.mo Serv.re Giulio Mozzi [Al] Sig Gen.le Acton Napoli

 

9

Archivio di Stato di Napoli, filza 4292, inserto 107 [44]

 

 

5 ottobre 1802

Al Senator Mozzi Si risponde su i motivi che hanno indotto alla consegna della Venere dei Medici

Mi son fatto un dovere di presentare alla Maestà del Re Mio Padrone l’espressione della giusta pena sentita da S.M. il re d’Etruria alla nuova della consegna seguita in Palermo della statua conosciuta sotto il nome di Venere dei Medici, come vi vien significato dall’E. V. nel suo riverito foglio de 25 dello scorso settembre. Nel rassicurarla del sensibile rincrescimento rovato da S. M. in tal riscontro, ho l’onore d’inviarle qui inclusa la copia della nota ministeriale di questo ambasciatore della Repubblica Francese, dalla quale rileverà al dichiarazione in nome dei Primo Console, i cotenti motivi che hanno determinato la M. S. a far eseguire la richiesta consegna, ed i quali han fatto tanto peso nell’animo mio, che mi son dispensato dal passargliene avviso, avendo creduto che un sicuro consenso di cotesta Real Corte avesse precedute quanto vien dichiarato nella surriferita nota.

 


[44] Lettera senza firma, ma si deduce Acton come mittente.

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Last Updated ( Tuesday, 23 February 2010 )
 
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