Monete, medaglie, gemme e piccole antichità: la collezione delle anticaglie dei Riccardi negli «armari» della Galleria

Elena Vaiani 


Entrando nella Galleria dipinta da Luca Giordano del Palazzo Medici-Riccardi, nella parete lunga che la separa dalla biblioteca e di fronte alle finestre, si trovano tutt’oggi quattro grandi specchi dipinti e altrettanti armadi. In due di questi era conservata una ricca collezione di piccole antichità, ovvero monete antiche, medaglie moderne, gemme incise, cammei, bronzetti e altre curiosità. Nella stanza di maggior prestigio del palazzo, ma in uno spazio chiuso e ridotto, trovava posto una raccolta molto ammirata dai visitatori del palazzo di via Larga, che racchiudeva reperti preziosi e tradizionalmente oggetto di studio e curiosità; nell’area ampia e aperta del giardino, o esposte nelle altre stanze del palazzo, erano invece collocate le sculture di marmo, statue e iscrizioni. Erano questi i due nuclei principali della raccolta di antichità dei Riccardi; due nuclei dagli spazi e dalla fruizione diversi, dalle fortune e dalle sorti opposte.

La collezione di anticaglie è pressoché ignota nel dettaglio agli studi, soprattutto a causa della sua completa dispersione all’inizio dell’Ottocento; la documentazione che la riguarda è tuttavia numerosa. Una prima verifica di questi documenti, ora pubblicati presso il sito della Fondazione Memofonte, consente intanto di ricostruire con maggiore precisione la fisionomia della collezione e di identificarne alcuni aspetti peculiari, soprattutto per quanto riguarda l’esposizione degli oggetti negli armadi [1].

 

Le piccole antichità a Valfonda e negli inventari della fine del Seicento

 

Non sono molti i documenti in cui è possibile ritrovare traccia dei primi acquisti di monete e piccole antichità da parte dei Riccardi, che in origine abitavano nel palazzo di Valfonda. Come per la Biblioteca Riccardiana, così per le antichità, Riccardo Romolo (1558-1612) deve essere ritenuto il fondatore delle collezioni [2]. È Riccardo infatti, secondo la notizia riportata da Giuseppe de Juliis, a inviare da Venezia a Firenze sedici casse di gemme e antichità, tra la fine del 1585 e l’inizio dell’anno successivo [3]. Nel suo testamento (1611) si legge inoltre che «lasciò al detto Cosimo Riccardi suo nipote tutti li tavolini di marmo e commessi, e libri stampati, e libri scritti a mano, e tutti i vasi di cristallo, et agate e diaspri, e li studioli pieni di medaglie, intagli e camei, e tutte le pietre dure, segate e lustre come in ciottoli» [4].

L’inventario dei beni, stilato alla morte di Riccardo Romolo, nel 1612, fornisce qualche informazione in più sulle anticaglie:

 

In camera dello studio a uso di galleria: uno studiolo di ebano filettato d’avorio con le cassette, con cartelle di bronzo dentrovi quattro figure di bronzo, sopra il frontespizio di detto studiolo, tre figure in bronzo con la base; di qua e di là di detto studiolo vi sono due femmine di bronzo, due torrette di bronzo, un Ercole di bronzo che riposa sulla clava;

 

sono poi citati diversi altri studioli, tra cui:

 

uno studiolo di avorio a foggia di sepolcro, entrovi cammei di rilievo, et incavati d’agate e corniole, et alcuni ricinti d’oro, calcedoni, brevi, diaspri, tutti da commettere, et alcune medaglie d’argento, legato in ebano; un cassettino quadrato, per uso di base, entrovi diverse medaglie di bronzo; n. 6 anelli d’oro intagliati a modo di sigilli, n. 6, messi nelli armari [5].

 

Negli armadi dello studio furono collocate anche altre «anticaglie e pietre» descritte poco dopo, come «una scatola et un cassettino entrovi diverse medaglie di bronzo»; dopo varie cassettine e scatole con pietre preziose, sono anche elencate alcune anticaglie come «quattordici pezzi di bronzo in figure et altro», «un pezzo d’amatista et una testa doppia di bassorilievo di bronzo con ornamento nero»; «più stampe intagliate in rame e disegni e stampe di carta» e «tre verghe di bronzo di braccia 2 incirca, l’una con lettere antiche» [6]. Alla collezione di Riccardo Romolo sono stati ricondotti due pezzi molto importanti e tuttora conservati, ovvero la tavola canusina e il sigillo con Augusto, oggi al Museo Archeologico di Firenze [7].



Questo saggio nasce da un periodo di collaborazione con la Fondazione Memofonte di Firenze per l’edizione on-line di documenti relativi al collezionismo della famiglia Riccardi. Desidero ringraziare Paola Barocchi, Miriam Fileti Mazza e Vaima Gelli per i consigli continui e il caloroso affetto che hanno accompagnato la realizzazione del progetto.

[1] I contributi più importanti per la ricostruzione della raccolta di piccole antichità e degli «armari» della Galleria sono GREGORI 1972; DE JULIIS 1978; DE JULIIS 1984; MINICUCCI 1987; della collezione di marmi, tuttora conservata al palazzo Medici-Riccardi sono usciti diversi cataloghi, GUNNELLA 1998 e SALADINO 2000; per un recente contributo sulla Galleria di Luca Giordano, SPARTI 2003. Tutti i documenti citati nelle pagine seguenti, con l’eccezione della filza in ASF (Archivio di Stato di Firenze), Mannelli Galilei Riccardi 428, sono disponibili all’indirizzo: www.memofonte.it, sezione Collezionismo Riccardiano.

[2] MINICUCCI 1987, pp. 222 sgg.

[3] DE JULIIS 1984, p. 237.

[4] Si veda BRF (Biblioteca Riccardiana di Firenze), Mannelli Galilei Riccardi 294, ins. 30, c. 20v; il documento è citato in DE JULIIS 1984, p. 237 e SALADINO 2001, II, Appendice, doc. A4, p. 391.

[5] ASF, Riccardi 258, c. 22.

[6] ASF, Riccardi 258, c. 23v.

[7] MINICUCCI 1987, p. 223; I RICCARDI A FIRENZE 1983, pp. 158-159.

 

Già da questi documenti si intuiscono alcuni tratti caratteristici della collezione riccardiana, ovvero una notevole presenza di gemme e pietre preziose, accanto a monete antiche e bronzetti; conservati in cassettine o studioli, non pare che a questi pezzi fosse dedicato un particolare allestimento; nello stesso tempo però il fatto che si trovassero in uno studio «a uso di galleria», fa pensare ad una collocazione prestigiosa, che prelude a quanto accadrà più tardi nel palazzo di via Larga. Nella prima metà del Seicento comunque, la collezione doveva aver assunto una consistenza notevole e una certa importanza, se si ritenne necessario avviare un’opera di catalogazione, per la quale fu chiamato il prete inglese Peter Fitton, già al servizio della famiglia medicea e responsabile dell’inventariazione della raccolta granducale di monete [8]. Un incremento delle serie numismatiche riccardiane attorno alla metà del secolo è in effetti documentato, per opera del nipote di Riccardo Romolo, Gabbriello (1606-1675), di cui sono registrati molti acquisti di monete, soprattutto in corrispondenza del suo incarico romano di ambasciatore del granduca Ferdinando II presso i papi Innocenzo X (1644-1655) e Alessandro VII (1655-1667) [9].

Una descrizione di un piccolo gruppo di bronzetti, ma non di monete, gemme o altro, è invece contenuta nell’inventario dei beni di Gabbriello e del nipote Francesco Riccardi. Il documento consente di riconoscere il nucleo seicentesco della collezione; vi sono descritti e numerati 27 oggetti, da collocarsi negli armadioni del guardaroba, alcuni dei quali riconoscibili con certezza anche nei cataloghi successivi: la statuetta di David, al n. 5, la lucerna bilicne con due putti (c. 21) la statuetta femminile «che si stuzzica un piede» al 13, le due teste d’aquila, la lucerna ebraica. A questo elenco seguono altri oggetti, soprattutto tazze, bicchieri, vasi, in pietre preziose [10].

La «guardaroba» citata nella nota che precede l’elenco (Nota delle robe che si aggiungono negli armadioni dove sono gli argenti e porcellane in guardaroba) si riferisce probabilmente già ad un ambiente del palazzo di via Larga, che fu acquistato nel 1659; gli oggetti vi furono sistemati provvisoriamente, in attesa di una definitiva collocazione. Diversamente, altre antichità in collezione, tra cui forse le gemme e i bronzetti, dovevano essere ancora a Valfonda, dato che per l’autorizzazione al loro trasferimento nella nuova sede, si dovette attendere fino al 1687, anno del motu proprio del granduca Cosimo III, che annullava così il fidecommisso di Riccardo Romolo, in virtù del quale le opere d’arte erano state vincolate alla vecchia residenza [11].

Queste prime notizie, dal carattere piuttosto generico e sparso, restituiscono l’immagine di una collezione probabilmente ancora in formazione dal punto di vista della qualità, della quantità e soprattutto senza una fisionomia e una soluzione espositiva determinate; completamente diversa sarà la sorte della raccolta dopo il trasferimento nel palazzo di via Larga.

 

La collezione in Galleria: il Settecento

 

Tra il 1699 e il 1703 sono registrati pagamenti per lavori in Galleria di allestimento degli armadi (la cui decorazione era stata eseguita a Roma) e degli oggetti che vi dovevano trovare posto [12]. Dopo questa data, si collocano i principali inventari della collezione, che registrano l’ordine e la consistenza numerica degli oggetti. I documenti si concentrano soprattutto in due fasi, il 1704-1707, corrispondenti alla prima collocazione delle antichità negli armadi, e il 1751-1756, anni in cui la raccolta aveva conosciuto risistemazioni (alcune documentate tra il 1713 e il 1715 [13]) ed ampliamenti (soprattutto grazie a Gabbriello Riccardi [14]) e sono conservati in tre filze. Nel dettaglio:

1704-1705: Nota di statuette et altre minuzie antiche di metallo da museo: lista di bronzetti e utensili acquistati a Roma [15].

1705: Diversi intagli. Lista di intagli, monete repubblicane, medaglie moderne e bronzetti (esclusi quelli acquistati a Roma) [16].

1706: Inventario delle medaglie, cammei intagli et altre cose che sono negl’armadi di Galleria: primo inventario della collezione sistemata negli armadi e unico a conservare una descrizione sistematica delle monete; è opera dell’antiquario di casa Medici Francesco Pittoreggi [17].

1707: Nota dell’intagli e cammei che restano collocati nella tavoletta della cassetta coperta di granatiglia e madreperla, collocata nel primo armadio: nota solo di gemme; è opera di Filippo Modesto Landi [18].

1751: Indice e descrizione delle figure di metallo antiche…: inventario di bronzetti, medaglie, gemme, senza le monete antiche, collocate nei due armadi [19].

1756: Inventario di medaglie: inventario di monete antiche e medaglie moderne, bronzetti e altre antichità collocate nei due armadi [20].



[8] MINICUCCI 1987, p. 221 e nota 8; cfr. BNCF (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze), mss. da ordinare n. 129, cassetta terza (tra le carte dell’abate Francesco Fontani).

[9] DE JULIIS 1984, p. 238 e nota 15; cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi 426, ins. 14.

[10] ASF, Riccardi 266, 1671 e cfr. infra.

[11] DE JULIIS 1984, p. 238.

[12] DE JULIIS 1984, p. 238 e nota 16; MINICUCCI 1987, pp. 244 e 258-259; SPARTI 2003, pp. 182 e nota 120, 188.

[13] MINICUCCI 1987, pp. 264-265. Un’opera di ordinamento dei cammei e gemme avvenne per cura dell’antiquario Filippo Modesto Landi, cfr. MINICUCCI 1987, p. 263.

[14] Per esempio, un acquisto di monete, medaglie, avori e bronzi è registrato il 18 gennaio 1754, dall’eredità del fratello, Vincenzo Riccardi, deceduto nello stesso anno, cfr. MINICUCCI 1987, pp. 275-279; in part. 279. Stessa provenienza hanno le gemme in ASF, Riccardi 270, ins. G (cfr. infra).

[15] MINICUCCI 1987, pp. 259-262, con trascrizione. La nota si trova in ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, ins. 8, cc. n.n. e sciolte, alla fine dell’inserto. In ASF, Riccardi 270, ins. D, si trova un’altra copia di questa lista, in cui si specifica però che le antichità sono venute da Roma: Nota delle statuette et altre minuzie antiche di metallo venute di Roma e distribuite in Galleria negli armari; un ulteriore documento ne registra l’acquisto nel 1705, MINICUCCI 1987, p. 262 e nota 45.

[16] ASF, Riccardi 270, ins. A.

[17] ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428; cfr. MINICUCCI 1987, p. 259 e nota 44.

[18] ASF, Riccardi 270, inss. B-C; MINICUCCI 1987, p. 263.

[19] ASF, Riccardi 270, inss. E-F.

[20] BRF, Riccardi 3196, cc. 118-131. Per questo manoscritto cfr. I RICCARDI A FIRENZE 1983, pp. 157-158, n. 19; la data è però erroneamente ritenuta il 1750.


 

Tali carte consentono di verificare come in questi cinquant’anni la collezione portata da Valfonda si modifichi profondamente, sia a livello quantitativo, grazie ad una notevole politica di acquisto, sia nella sua fisionomia, in seguito alla nuova collocazione dei pezzi. Attraverso la storia delle singole raccolte è possibile analizzare con maggior precisione questi aspetti e giungere anche ad una prima, seppur superficiale, proposta sulla sua interpretazione complessiva.

 

I bronzetti

 

Della collezione di bronzetti, che probabilmente univa pezzi antichi e moderni, possono ora essere riconosciuti due momenti fondamentali. Un primo nucleo seicentesco, formatosi con Riccardo Romolo e aumentato negli anni, registrato in dettaglio nel 1671 (si veda supra) e un secondo gruppo di oggetti, acquistati a Roma nel 1705. Il primo nucleo conta una trentina di pezzi, che furono divisi nei due armadi, dove sono registrati nell’inventario del 1706. Per fare qualche esempio, si ritrovano nel primo armadio l’Ercole («Ercole che tiene il fanciullo Ila tra le braccia»), da identificarsi con il pezzo descritto nel 1671 come Saturno, il «modello dell’Ercole Farnese», la figura di Cleopatra («figura di Cleopatra che si accosta un serpe alla mammella»), le due lucerne («lucerna antica con caratteri ebraici»; «altra lucerna con due putti che sostengono una corona di lauro»), e così via; nel secondo trovarono posto la Madonna («Una Madonna col Bambino Giesù»), il «David dorato», il bassorilievo con il Baccanale («Un quadretto che rappresenta un Baccanale») e il ‘medaglione’ con le lettere IANI (probabilmente uno specchio etrusco) [21].

L’inventario del 1706 esclude esplicitamente gli oggetti giunti da Roma - di cui è citato il registro particolare - che rappresentavano un aumento notevole della raccolta, formata allora da non più di una cinquantina di pezzi, trenta dei quali, come si è detto, presenti in collezione almeno da 35 anni. Le antichità acquistate erano circa il quadruplo di quelle dell’intera raccolta e quindi ne avrebbero mutato completamente sia la consistenza che l’immagine. La lista comprende oggetti numerati da 1 a 93, ma in realtà molte voci raggruppano più pezzi, come le «undici statuette» menzionate al n. 23, o le «otto statuette rappresentanti gladiatori» al n. 35, seguite da altre sei di soggetto analogo [22]; tenuto conto di questo aspetto, il numero effettivo dei bronzetti sale quindi a 193. Tipologicamente, gli acquisti si dividono quasi esattamente in bronzetti con figure umane o di divinità (fino al n. 55) e instrumenta, oggetti della vita quotidiana, amuleti, statuette di animali. Le ultime voci della lista riguardano infine 5 oggetti, acquistati da Francesco Pittoreggi, anch’essi disposti negli armadi.

Nel 1751, le due serie di bronzetti si trovano disposte e fuse l’una nell’altra, negli armadi della Galleria; ne viene stilato un inventario molto dettagliato, che, insieme al catalogo del 1756, permette di ricostruirne quantomeno i tratti generali. La collocazione delle antichità rispetta il criterio di simmetria cui già obbedivano i bronzetti prima dell’arrivo del nucleo romano: la collezione si divide equamente nei due armadi, tanto che sono registrati in un armadio 54 «idoli di bronzo in figura umana», 13 «statuette di bronzo in figura d’animale», che si aggiungono ad altre anticaglie; nell’altro il numero degli «idoli di bronzo di diverse grandezze in forma umana» è identico; i bronzetti con animali sono otto, e molto simile sono anche la quantità e la tipologia delle altre anticaglie, ovvero vasi, lucerne, «patere», e così via [23].

Tra i vari oggetti, per fare solo qualche piccola verifica dall’elenco che riguarda il «primo armadio» dell’inventario del 1751 (che è invece descritto come secondo in tutti gli altri documenti) si possono ritrovare sia i pezzi da sempre in collezione, come per esempio i già citati David e la «patera», o la statuetta di Venere, dal corrispondente armadio del 1707, oltre per esempio la Cleopatra, spostata invece dall’armadio adiacente [24]; accanto ad essi si trovano tra gli altri la lucerna con la mezzaluna, o i 14 oggetti votivi, chiaramente riconoscibili nell’elenco delle opere giunte da Roma [25]. L’inventario del 1751 presenta una numerazione dei pezzi non consecutiva, che fa evidentemente riferimento ad una classificazione precedente, di cui tuttavia non pare essere rimasta, fino ad ora, alcuna traccia. Inoltre la lista registra i pezzi senza alcun ordine apparente, a differenza di quella di cinque anni più tardi, che almeno distingueva i bronzetti figurati dagli altri; tale circostanza fa supporre che sui palchetti non vi fosse un percorso ‘logico’ nella disposizione dei bronzetti: sembra piuttosto un’esposizione vincolata all’equilibrio delle quantità e forse anche alle necessità imposte dalla struttura degli «armari».

 


[21] ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. n.n. (alla fine dell’inventario). Cfr. nell’inventario del 1671, rispettivamente, le seguenti voci: (dal primo armadio) «3. Statua di bronzo di Saturno in piede, con putto in braccio, appoggiato a tronco d’albero»; «4. L’Ercole Farnese di bronzo in piccolo, sopra base»; «6. Statua di femmina in piede, su base di bronzo con nicchio, e serpente alla mano»; «7. Lucerna antica a due bocche di bronzo, con due putti, sopra base simile»; «27. Una lucerna ebraica, o siriaca, con otto bocchette»; (dal secondo armadio) «22. Una Madonna grande di bronzo, in alto rilievo col bambino in collo e con S. Giovanni Battista da piedi»; «5. Statua di David in piede»; «24. Un bassorilievo quadro con varie figure di bella maniera»; «25. Una targhetta rotonda colla testa di Giano da una parte e dall’altra quella di Saturno» (ASF, Riccardi 266, cc. 20v-21, inventario dell’eredità di Gabbriello e Francesco Riccardi, cfr. supra).

[22] ASF, Riccardi 270, ins. E, c. 1v; cfr. MINICUCCI 1987, pp. 260-261 (che trascrive l’altra copia della lista, in ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cfr. supra).

[23] BRF, Riccardi 3196, cc. 130v-131 e cc. 126-126v.

[24] ASF, Riccardi 270, ins. E: «63. David con spada torta, ha i piedi su la testa di Oloferne reciso dal busto, con la fionda e zaino a cintola, tre pietre al torrente in terra di bronzo dorato moderno, alto mezzo braccio» (c. 3; cfr. supra e nota 10); «Patera grande et assai grossa nella parte concava vi è in bassorilievo una testa piena di capelli e barba grande al naturale di vecchio, con la bocca alquanto aperta, nella quale appariscono denti e coronato di virgulti e frondi di quercia con le bacche cadenti in diversi luoghi. Nell’orlo piano attorno vi è un virgulto che gira con eguale distanza e fra quello le seguenti lettere SATVNI; nella parte di dietro conversa vi è altra testa, con due faccie, una di vecchio e l’altra di giovane con capelli e barba. Attorno l’istesso labbro piano e virgulto, con lettere IANI, di metallo, largo di diametro mezzo braccio (c. 5, cfr. supra e nota 10); Venere nuda di metallo, si leva una spina del piede, posa la destra gamba sopra a panno steso sopra una base di bronzo trinagolare; accanto vi è un putto nudo che gli tiene il braccio destro e con la sinistra gl’esprime il suo amore; il tutto alto 8 dita, posa su base di pero» (c. 3v; cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. n.n. [1705] e ASF, Riccardi 266, c. 21, n. 13 [1671]); «Donna tutta nuda, con la sinistra si dà a mordere quella mammella ad una gran vipera che con la coda gli avvolta al braccio, dalla sinistra parte vi è in terra un nicchio marino; posa sopra un sesagono retto da tre palle, tutto di metallo, alto mezzo braccio» (c. 4, cfr. supra e nota 10).

[25] ASF, Riccardi 270, ins. E: «85. Una lucerna sepolcrale lunga 6 dita di metallo con suo piede e dietro ha una mezza luna; è sostenuta da tre catenelle lunghe un sesto di braccio» (cc. 3v-4); «Un sesagono di pero nero scorniciato, sul piano vi sono collocati simboli di bronzo antichi, cioè: una fibula senza filo, una testa di Gorgone, cinque chiavi, una lorica con sopra il manico, una testa di lione, un Priapo, tre visi di deità, una de campi Elisi, l’altra della terra, la terza del cielo, un lucchetto, in tutto pezzi 14» (c. 3); cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi, cc. n.n., foglio sciolto, nn. 58 e 63 rispettivamente.


 

Le monete antiche

 

Grazie alle informazioni che si ritrovano negli inventari è possibile avanzare qualche considerazione anche sulle serie monetali antiche, descritte, con l’unica eccezione dell’inventario del 1706 di Pittoreggi, sempre molto superficialmente. Nonostante sia evidente come la collezione numismatica medicea costituisse un riferimento costante per i Riccardi, se è vero che probabilmente tutti e due gli antiquari al servizio dei granduchi (Peter Fitton, sicuramente, e Francesco Camelli [26]) si occuparono anche di queste raccolte, un paragone tra le due raccolte è improponibile, in primo luogo per un fatto quantitativo. L’intera collezione medicea alla fine del Seicento era costituita da qualcosa come 41.000 monete, cosa che la rendeva, secondo il giudizio dei contemporanei, la più grande d’Europa [27]. Niente a che vedere con i possedimenti riccardiani, che non sembrano, inoltre, particolarmente ricchi di oggetti pregiati.

Questa differenza quantitativa incide naturalmente anche sulle modalità di catalogazione. Proprio mantenendo come riferimento il catalogo mediceo redatto alla fine degli anni Settanta del Seicento da Francesco Camelli, si possono notare chiaramente alcune differenze [28]: il catalogo non inizia con i medaglioni bronzei (di cui sono citati molto curiosamente solo dieci esemplari nell’inventario del 1756 [29]), sono assenti categorie ben attestate nelle collezioni numismatiche dei secoli XVII-XVIII, come i contornati, e in generale, non si tiene conto del formato delle monete, usualmente classificate, soprattutto nel caso di quelle di bronzo, per dimensione (generalmente ‘grandi’ ‘mezzane’ e ‘piccole’) [30].

In questo caso, invece, le monete sono semplicemente organizzate per serie imperiali, senza distinzione di formato. A differenza di quanto accadrà per le medaglie moderne, tuttavia, risulta chiaro come fosse prestata molta attenzione all’omogeneità della collezione di numismatica antica e al modo di esporla negli armadi. Come si può notare nel confronto tra l’inventario del 1706 e quello del 1756, le monete erano disposte in modo regolare, ovvero collocate in «tavole», che contenevano 48 monete ciascuna [31]. L’inventario del 1756 permette di chiarire come un armadio fosse interamente dedicato alle monete romane imperiali nei tre metalli, oro e bronzo (sei tavole, primo ordine), argento (sei tavole, secondo ordine); l’altro armadio invece conteneva le monete, in gran parte d’argento, repubblicane (sei tavole, primo ordine) e greche (sei tavole, secondo ordine).

La collezione imperiale inizia con la serie di maggior pregio (data l’assenza dei medaglioni) l’oro, di cui nel 1706 si contavano solo sei monete [32], raddoppiate nel 1759 [33]. Le monete d’oro sono le uniche di cui si conservi una descrizione dettagliata in tutti e due gli inventari: è così possibile riconoscerne sia il nucleo più antico, sia il tipo monetale, per confronto con gli esemplari tuttora esistenti [34]. Ben poco si può dire sulle altre serie imperiali romane, dato che nell’inventario del 1756 sono descritte solo per quantità; tuttavia, proprio il confronto del numero di esemplari per imperatore nei due inventari, rivela una sostanziale «instabilità» dei pezzi, a distanza di cinquant’anni, circostanza tipica delle raccolte numismatiche, in cui gli oggetti vengono molto facilmente scambiati e spostati. Per fare un esempio, le monete di Vespasiano nel 1756 sono 4, come nel 1706, quelle di Tito 4, contro le 5 dell’altro inventario, Domiziano 4 (erano 7), Nerva 6 (erano 5) e così via [35].

Il secondo armadio, come detto, conteneva le collezioni di monete repubblicane e greche, per le quali vale sostanzialmente lo stesso discorso fatto per quelle imperiali. Si tratta di generi ben presenti nelle raccolte antiquarie, e in primis in quella medicea. Le monete repubblicane o «delle famiglie romane», secondo la denominazione seicentesca, si trovano per esempio nell’inventario della collezione granducale della fine degli anni Settanta del Seicento, descritti come «nummi argentei familiarum romanarum, prout in Fulvio Orsino disponuntur» [36]. La pubblicazione di Fulvio Orsini (Familiae Romanae quae reperiuntur in antiquis numismatibus ab Urbe condita ad tempora divi Augusti ex bibliotheca Fulvi Ursini, 1577 e edizioni successive) costituiva infatti il paradigma di confronto per questo genere di collezione, a cui guarda direttamente o indirettamente, attraverso il modello mediceo, anche la serie riccardiana, dove ricorrono molte delle voci presenti nel catalogo di Francesco Camelli.

La descrizione delle monete nell’inventario del 1706, a opera del Pittoreggi, consente di riconoscere i pezzi nei tipi monetali noti ad oggi, ed è molto vicina come tipologia e quantità ad una lista redatta un anno prima [37]; l’inventario del 1756 invece è utile anche in questo caso, solo per un confronto numerico, da cui si evince come le voci in cinquant’anni siano molto variate in consistenza [38]. Delle monete greche, che occupavano il secondo palchetto dell’armadio e descritte per quantità nel 1705 e dettagliatamente, ovvero riportando le leggende, nel 1706, cinquant’anni dopo si dà solo una descrizione della quantità, dato che «per la maggior parte non si trova la via di leggerle» [39].

 


[26] Si veda supra per Fitton; per quanto riguarda Camelli, cfr. DE JULIIS 1984, p. 238.

[27] Si veda la lettera di Francesco Noris a Francesco Mezzabarba del 16 novembre 1681, in NORIS 1741, p. 141D-A; dalla stessa lettera si apprende come solo le monete del cardinal Leopoldo de’ Medici ammontassero a 4.000 pezzi.

[28] Conservato in BGU (Biblioteca della Galleria degli Uffizi di Firenze), ms. 74 (la numerazione ricomincia ad ogni sezione dell’inventario).

[29] BRF, Riccardi 3196, c. 129v.

[30] Assenze che stupiscono, specie nel confronto non solo con la collezione fiorentina, che contava circa 200 medaglioni (cfr. BGU, ms. 74, pp. 1-33) e un buon numero di contorniati (BGU, ms. 74, pp. 1-8); per la classificazione delle monete per formato si seguano i lemmi successivi all’inventario dei contorniati. Per quanto riguarda i medaglioni, inoltre, erano già stati inoltre oggetto di pubblicazioni antiquarie specifiche, come per esempio, per la collezione Carpegna, BELLORI 1679 e soprattutto l’opera del fiorentino Filippo Buonarroti, dedicata a Cosimo III (BUONARROTI 1698).

[31] Alle tavole devono riferirsi i numeri romani presenti nell’inventario del 1706 (ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, ins. 8), per esempio alle cc. 5, 11, 19, 26; non si va oltre però la nona tavola (66). Cfr. BRF, Riccardi 3196, passim.

[32] ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 5-5v.

[33] BRF, Riccardi 3196, cc. 119-119v.

[34] Le monete presenti già dal 1707 sono riconoscibili in BRF, Riccardi 3196, cc. 119-119v ai nn. 2 e 11; inoltre, per esempio la moneta di Claudio al n. 5 si può riconoscere nel tipo RIC 1966-1994, I, p. 124, n. 3; quella di Galba al n. 7, in RIC 1966-1994,I, p. 201, n. 19.

[35] BRF, Riccardi 3196, c. 119v, cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 32v-34.

[36] BGU, ms. 74, pp. 1-3 (dopo la serie delle monete greche); in part. 1.

[37] ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 2-3v; cfr. ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 50-65v.

[38] BRF, Riccardi 3196, cc. 126v-129.

[39] ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 5-5v; ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, cc. 66-70v; BRF, Riccardi 3196, c. 129v. Anche questa serie era presente nella collezione medicea, cfr BGU, ms. 74, cc. 1 e sgg. (dopo la serie d’oro, classificazione per formato e per soggetto, re e città).


 

Le medaglie moderne

 

Il collezionismo di medaglie moderne è un aspetto ancora poco esplorato negli studi, ma che comparve nel Seicento, per conoscere alla fine del secolo anche una piena indagine teorica [40]. Sono una presenza che non deve stupire, quindi, a maggior ragione nella Firenze tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, come attesta nuovamente il museo mediceo, che vantava una collezione molto ampia, a cui è dedicato un inventario particolare, conservato presso la Biblioteca degli Uffizi [41]. Anche in questo caso non è proponibile un confronto numerico tra le due raccolte; colpisce tuttavia come negli armadi Riccardi non vi sia, a quanto pare, alcun tentativo di una classificazione, che, sempre guardando all’inventario mediceo, poteva essere già piuttosto articolata [42].

L’unico tentativo di distinguere le medaglie papali e quelle di uomini illustri dalle altre si riscontra solo nella lista del 1705 [43]; l’inventario del 1706 contiene solo monete antiche, mentre ogni distinzione scompare in quelli del 1751-1756. Nella lista del 1705 sono elencate 64 monete; 12 «medaglie moderne di metallo» tra due serie di monete antiche (cc. 4-4v), ovvero quelle repubblicane con i nomi dei magistri (cc. 2-4) e le monete greche ‘di città’ (c. 5v sgg.). Si tratta di medaglie di sovrani di altri Stati, come l’imperatore Leopoldo I, Guglielmo d’Inghilterra, Carlo di Svezia, Federico primo di Prussia, ecc. Le altre 42 medaglie sono invece elencate dopo la lista di bronzetti che segue le monete greche (cc. 7v-9v), e sono suddivise tra «medaglie moderne», categoria che comprende cinque medaglie pontificie, da intendersi probabilmente coniate al tempo dei papi raffigurati (Alessandro VIII, due medaglie [44], Clemente X, Innocenzo XI e Innocenzo X); seguono «i pontefici antichi di cuonio moderno», 22 pezzi; «d’uomini illustri» (7 pezzi, cc. 8v-9, tra cui Antonio Magliabechi e Lorenzo Bellini); e infine «medaglie d’argento di papi» (3 pezzi, uno di Pio V e due di Sisto V, con per rovescio la porta del popolo e il ponte Sisto, c. 9); «medaglie moderne», solo una del cardinale Ottoboni (c. 9); «medaglie d’oro sodo», (5 pezzi, cc. 9-9v) e infine ancora «medaglie d’argento» dell’elettore Palatino.

Come detto, in questa lista, i cui oggetti ricorrono negli altri inventari, vi è un tentativo di classificazione dei pezzi, che probabilmente corrispondeva anche ad una loro sequenza espositiva. Tali categorie, sebbene nell’ottica di un arricchimento del medagliere, vengono a scomparire nel più dettagliato e ricco inventario del 1751, che, nonostante il suo titolo (Indice e descrizione delle figure di metallo antiche), elenca anche le medaglie moderne [45]. Nel secondo armadio, dopo la ricca collezione di bronzetti, inizia un breve elenco di «medaglie senza rovescio di patina artificiale moderna tonde, diametro 6 dita» [46], a cui seguono 83 «medaglie di metallo moderne». Il «metallo» in queste liste non è necessariamente il bronzo: ritroviamo per esempio le due monete d’argento di Sisto V, già menzionate nel 1705 [47], o poche voci dopo, ancora quelle di Alessandro VIII, con la tomba commissionata dal nipote, il cardinale Pietro Ottoboni, sul rovescio [48]; ad esse seguono per esempio le medaglie bronzee dei fiorentini Antonio Magliabechi e Lorenzo Bellini [49]. Si susseguono quindi medaglie di bronzo e d’argento, medaglie papali e di uomini illustri, senza un criterio apparente, anzi quasi rinunciando alla classificazione.

Ed effettivamente, l’inventario di poco successivo (1756) menziona le stesse medaglie come «sparse» per l’armadio primo, anche se ne distingue alcune: sono segnalati i «medaglioni moderni d’imperadori antichi in bronzo che stan attaccati sopra il primo palchetto de quali ve n’è uno per sorte», che corrisponde alla «serie senza rovescio» della lista appena precedente; ne seguono altre d’argento, d’oro e argento dorate [50]; e poi ancora «medaglie moderne di bronzo sparse pel primo palchetto». Dopo i bronzetti ci sono ancora «medaglie moderne attaccate o appoggiate al primo palchetto», in cui di nuovo si trovano accanto l’imperatore Leopoldo, il cardinale Pietro Ottoboni, Urbano V e Lorenzo Bellini, per un totale di un’ottantina di pezzi, come nell’inventario precedente. L’impressione è quindi di una collezione non organizzata secondo un criterio unitario e ‘antiquario’, ma piuttosto che si adegua ai supporti su cui è collocata, è che si ‘sparge’ a seconda degli spazi, tra una serie e l’altra di monete antiche.

A parziale conferma di questa impressione è che di alcune serie di monete moderne si dica che sono «attaccate»: l’uso, già ben attestato nel Rinascimento, di appendere le medaglie moderne a diversi supporti, il che comportava anche praticare un piccolo foro sulla superficie, non è tanto compatibile con un’esigenza di studio e di documentazione, per la quale la medaglia deve poter essere spostata e maneggiata, ma indica l’obbedienza a istanze di carattere più decorativo e di arredo, che non di ricerca erudita [51].



[40] Si veda per esempio BONANNI 1699, opera interamente dedicata alle medaglie pontificie.

[41] BGU, ms. 72.

[42] BGU, ms. 72, cc. nn., indice all’inizio del catalogo. L’inventario, sul modello della numismatica antica, distingue le monete per metallo e poi, nelle singole serie, per soggetto e per collocazione geografica (prima le medaglie italiane, poi quelle estere): quindi i papi, i re, le repubbliche, i duchi ecc., e in fondo sono collocati gli uomini illustri.

[43] ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 4-4v, 7v-9v.

[44] «Alessandro VIII d’argento stampata doppo morte dal cardinale suo nipote, e nel roverscio sta la forma del sepolcro erettoli dal predetto signor cardinale nella basilica vaticana e sono due medaglie», ASF, Riccardi 270, ins. A, c. 7v.

[45] ASF, Riccardi 270, ins. F, cc. 6v e sgg.

[46] ASF, Riccardi 270, ins. F, c. 6v. questa serie di medaglie in cui si associano agli imperatori romani le loro madri (solo nel caso di Ottone e Albia Terenzia) e le mogli (Ottone, Albia Terenzia, Vitellio, Petronia, Tito Vespasiano, Marzia Fulvia Tiberio Cesare, Agrippina, Caesonia e Vespasiano), è citata anche nell’inv. del 1756; BRF, Riccardi 3196, c. 124.

[47] ASF, Riccardi 270, ins. F, c. 8: «Sixtus V. P. M. A. V. Rovescio: ingresso della Porta del Popolo con l’obbelisco in mezzo. D. Pop. quartum An. IIII erexit. Medaglia d’argento, diametro 2 dita, profilo sinistro». «Sixtus V. P. M. A. V. Rovescio: ponte Sant’Angelo. Publicae utilitatis. Medaglia d’argento, diametro 2 dita, profilo sinistro».

[48] «Alexander VIII. P. M. Otthobonus Venetus. Rovescio: il sepolcro fatto al medesimo. Petrus Cardinalis Otthobonus S.R.E. Vicecancellarius Petrus Magno benemerenti posuit 1700. Medaglie 2 d’argento, diametro un sesto di braccio, profilo sinistro»: ASF, Riccardi 270, ins. F, c. 8.

[49] «Antonius Magliabecchius. Rovescio: un libro aperto. Omnibus omnia. Medaglia di metallo, diametro un sesto di braccio, profilo destro»; «Laurentius Bellini. Rovescio: la Medicina e l’Anatomia che lo introducono nel tempio d’Apollo, dove sono le muse che lo ricevono. Ante me nemini. Medaglia di metallo, diametro un sesto di braccio, profilo sinistro. G. Ticciati F.»: ASF, Riccardi 270, ins. F, c. 8. Anche queste medaglie erano presenti in collezione nel 1705, cfr. ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 8v-9.

[50] BRF, Riccardi 3196, cc. 124-124v.

[51] A questo proposito SYSON 2002.

 

Le gemme

 

La presenza più importante della collezione era soprattutto quella glittica, che risulta però di non facile quantificazione, dal momento che le gemme erano spesso custodite in cassette e cassettine, di cui non sempre è disponibile una lista. Si tenterà qui solo di chiarirne la loro collocazione, senza entrare nel merito delle corrispondenze dei pezzi tra i singoli inventari, che risulta molto complicata per l’estrema stringatezza delle descrizioni. L’impressione che si ricava dagli inventari settecenteschi è vi sia un passaggio da un’esposizione ‘libera’ di oggetti negli armadi, e in particolare sui palchetti, ad una progressiva selezione, in cui i pezzi esposti restano relativamente pochi, mentre il grosso della collezione viene chiuso in cassettine e scrigni.

L’inventario del 1706 infatti elenca le gemme palchetto per palchetto, senza menzionare alcuna cassetta [52]; così è anche per la nota ‘intagli antichi’ del 1705 [53]. Alcuni documenti editi nel 1987 mostrano come vi fu una vivace attività di sistemazione di gemme e cammei tra il 1713 e il 1716, che riguardava anche la decorazione e l’allestimento di supporti come cassette, scarabattoli, maniglie per cassettini d’avorio [54]. Molto diverso è infatti l’aspetto della collezione glittica negli inventari più tardi, in cui accanto alla menzione di gemme ‘sciolte’ si nota una frequente presenza di cassette e ripostigli.

L’inventario del 1751 registra:

 

Un cofinetto tutto d’avorio, lungo un braccio, largo mezzo, alto due terzi, tutto istoriato da tutte le parti in piccoli riquadri di bassi rilievi della vita di Gesù Cristo, della Madonna, e d’altre storie del Testamento Vecchio e Nuovo. Ha tre maniglie, una sopra e due dalle parti, d’argento sodo; [c. 9v] conserva dentro altro piccolo cofinetto di ulivo, nel quale su tiratoi vi sono vari intagli antichi in gioie, come al suo inventario. Il confinetto d’avorio ha la toppa e chiave d’argento.

 

Poco oltre sono però elencati diversi altri pezzi, tra cui il celebre anello di Augusto, con incastonato un intaglio con la Sfinge, dalla collezione del fondatore, Riccardo Romolo [55]. Nell’altro armadio, oltre a diversi oggetti in pietre preziose, è segnalata l’altra cassetta «lunga un braccio […] di granatiglia intarsiata di madreperla», di cui è noto l’inventario; ad essa segue una lista di intagli e cammei [56].

Il criterio a cui obbedisce questa disposizione, in cui non è possibile riconoscere alcun tentativo di classificazione, è chiarito dall’inventario successivo, del 1756 [57]. Nel secondo armadio (cioè nel primo citato nell’inventario precedente), erano sistemate 220 gemme intagliate; le altre gemme (in numero molto consistente, 755), si trovavano nella cassetta d’avorio menzionata supra [58]. Nell’altro armadio, oltre alla cassetta ornata di madreperla, di cui sono descritti struttura e contenuto, sono menzionate 222 gemme intagliate [59]. Anche in questo caso quindi è rispettata la simmetria tra i due «armari», in cui sono esposte circa 220 gemme ciascuno, mentre un numero notevole di esse è custodito nelle cassette.

Deve essere inoltre notato come nelle filze riccardiane all’Archivio di Stato di Firenze si conservano altri due inventari di gemme, uno con una stima anche dei prezzi, l’altro relativo ad altre «due scatole quadre», dall’eredità di Vincenzo Riccardi, datato 1759; le scatole entrarono in possesso di Gabbriello, ma non essendovi inventari degli «armari» successivi al 1756, non è possibile stabilire dove fossero state collocate [60].



[52] ASF, Mannelli Galilei Riccardi 428, c. 74 e sgg.

[53] ASF, Riccardi 270, ins. A, cc. 1-1v.

[54] MINICUCCI 1987, pp. 263-264.

[55] ASF, Riccardi 270, ins. E, cc. 9-9v.

[56] ASF, Riccardi 270, ins. F, cc. 10v-11v.

[57] Nell’inventario della collezione medicea, le gemme sono distinte dai cammei e i pezzi antichi da quelli moderni; le serie sono distinte inoltre per formato, cfr. BGU, ms. 74, pp. 1 e sgg. (dopo le monete repubblicane e quelle siciliane).

[58] BRF, Riccardi 3196, c. 130 e c. 131.

[59] BRF, Riccardi 3196, c. 123v: «Vi è ancora in questo stesso armadio una cassetta d’ebano intarsiata di madreperla, e d’avorio, e di tartaruga e d’agrifoglio, nella quale sono dodici anzi sei tavolette, co’ suoi fori convenientemente scavati per ricevere altrettante gemme, e nella prima tavoletta sono gemme intagliate centotrentacinque [corretto in] 162. Nella seconda tavoletta sono gemme intagliate novantotto [corretto in] 135. Nella terza tavoletta sono gemme intagliate ottantatre [corretto in] scarti, zolfi, due foglie d’oro, ed altro di niuna conclusione. Nella quarta tavoletta sono due gemme intagliate; due foglie d’oro con due teste, una mistura nera con impressione; trenta impressioni di gemme antiche in ceralacca le due altre tavolette sono vuote [cancellato]. Le altre tre tavolette sono vuote. Queste gemme sono in corniole calcedoni, niccoli, cristalli, lapislazuli, pietre zolfe e verdi. Le tavolette si sono cominciate a numerare dalla parte di sopra». Cfr. l’inventario particolare Nota degl’intagli e cammei che restano collocati nella tavoletta della cassetta coperta di granatiglia. e madreperla collocata nel primo armadio, in ASF, Riccardi 270, ins. B-C, in cui le quantità restano sostanzialmente invariate, ad esclusione della terza e quarta tavoletta, che pare ricca di intagli e non di materiale di poco conto come è scritto nell’inventario del 1756.

[60] Cfr. rispettivamente ASF, Riccardi, 270.1, ins. C e 270, ins. G.

 

Le collezioni di piccole antichità paiono quindi dividersi in parti uguali e disporsi simmetricamente negli armadi, ognuno dei quali conteneva due ordini di monete, una serie di bronzetti (54 figurati e altri instrumenta), gemme esposte sui vari ripiani e palchetti (220), scatole di altre gemme e pietre preziose, alcune curiosità e oggetti di vario genere.

Nella seguente tabella, sono riassunte le voci dell’inventario del 1756, accanto alle quali si trovano i riferimenti agli altri inventari, tutti presso l’Archivio di Stato, dove sono descritte o menzionate le varie tipologie di oggetti.

 

Primo armadio

(BRF, Ricc. 3196, cc. 118-126v)

 

Secondo armadio

(BRF, Ricc. 3196, cc. 126v-131)

 

Primo ordine

(BRF, Ricc. 3196, cc. 119-121)

 

Primo ordine

(BRF, Ricc. 3196, cc. 126v-129v)

 

Monete romane imperiali: serie d’oro

(BRF, Ricc. 3196, cc. 119-120)

MGR 428, cc. 5-5v

Monete d’argento repubblicane

(BRF, Ricc. 3196, cc. 126v-129v)

MGR 428, cc. 50-65v

serie di bronzo

(BR, Ricc. 3196, cc. 120-121)

MGR 428, cc. 30-45v

 

 

Secondo ordine

(BRF, Ricc. 3196, cc. 121v-123)

 

Secondo ordine

(BRF, Ricc. 3196, c. 129v)

 

serie d’ argento

(BRF, Ricc. 3196, cc. 121v-123)

MGR 428, cc. 6-29

Monete d’argento greche

(BRF, Ricc. 3196, c. 129v)

MGR 428, cc. 66-70v

33 pezzi di cristallo di monte

(BRF, Ricc. 3196, c. 123v)

 

Altre monete di bronzo e 10 medaglioni romani

(BRF, Ricc. 3196, c. 129v)

Ricc. 270E, cc. 7v-10

Cassetta d’ebano di madreperla con gemme

(BRF, Ricc. 3196, c. 123v)

Ricc. 270B-C; Ricc. 270F, c. 11v.

Dodici medaglioni moderni d’imperatori romani

(BRF, Ricc. 3196, cc. 129v-130)

Ricc. 270E, c. 7

Medaglie d’argento sparse per l’armadio primo

(BRF, Ricc. 3196, c. 124)

 

Gemme nel secondo armadio: 220

(BRF, Ricc. 3196, c. 130)

MGR 428, cc. 74 e sgg.; Ricc. 270E, cc. 9v-10

Medaglie d’oro

(BRF, Ricc. 3196, c. 124)

 

Quattro ritratti di smalto

(BRF, Ricc. 3196, c. 130)

Ricc. 270E, c. 10

Medaglie d’argento dorate

(BRF, Ricc. 3196, c. 124)

Ricc. 270F, cc. 7v-10

Bronzi, anelli, terracotte ecc.

(BRF, Ricc. 3196, c. 130v)

Ricc. 270E, cc. 7v-9v, passim

Medaglie moderne di imperatori antichi

(BRF, Ricc. 3196, cc. 124-124v)

Ricc. 270F, c. 6v

27 ovati con ritratti dipinti

(BRF, Ricc. 3196, c. 130v)

Ricc. 270E, c. 9v

Medaglie moderne di bronzo sparse pel primo palchetto

(BRF, Ricc. 3196, cc. 124v-125)

Ricc. 270F, cc. 7v-10

54 idoli di bronzo; 13 statuette di animali; altri bronzi, vasi e instrumenta

(BRF, Ricc. 3196, cc. 130v-131)

MGR 428, cc. nn.; Ricc. 266, cc. 20v-21v; Ricc. 270.D; Ricc. 270E, cc. 3-6v; 8v

Quattro tavolette di bronzo con bassorilievi

(BRF, Ricc. 3196, c. 125)

Ricc. 270F, c. 6v

 

 

Altre minuzie in bronzo

(BRF, Ricc. 3196, cc. 125-125v)

 

Cassetta con 755 gemme

(BRF, Ricc. 3196, c. 131)

Ricc. 270E, cc. 9-9v

16 tazze e vasi di pietre dure e una scatoletta di pietre dure legata in ottone

(BRF, Ricc. 3196, c. 125)

Ricc. 266, cc. 22-23; Ricc.270F, cc. 10v-11v

 

 

Altre minuzie e 38 pezzi di cristallo di monte

(BRF, Ricc. 3196, c. 125v)

Ricc. 266, cc. 22-23; Ricc. 270F, cc. 10v-11v

 

 

Gemme appese al secondo palchetto: 222

(BRF, Ricc. 3196, c. 125v)

MGR 428, cc. 74 e sgg; Ricc. 270F, cc. 11v-12

 

 

Medaglie moderne attaccate o appoggiate al secondo palchetto

(BRF, Ricc. 3196, cc. 125v-126v)

Ricc. 270F, cc. 7v-10

 

 

54 idoli di bronzo e altri 31 bronzi

(BRF, Ricc. 3196, c. 126v)

MGR 428, cc. nn.; Ricc. 266, cc. 20v-21v; Ricc. 270.D; Ricc. 270F, cc. 3-6v

 

 

Due conchiglie

(BRF, Ricc. 3196, c. 126v)

Ricc. 270F, c. 10v

 

 

 


 

La collezione nell’Ottocento e la sua dispersione

 

La dispersione delle antichità della collezione Riccardi, riguardò in grandissima parte proprio le anticaglie: la protezione degli «armari» non riuscì a preservare la raccolta da una vendita pressoché totale, destino esattamente opposto rispetto alle sculture di grande formato. Raccolta già di per sé ‘mobile’, per natura soggetta a vendite e a scambi, iniziati ben prima dell’Ottocento, le piccole antichità vennero inventariate e stimate nel 1810 e messe in vendita per lotti, i cui acquirenti sono in parte noti, grazie ai documenti conservati a Firenze e pubblicati nel 1987 [61]. L’immagine della raccolta che è restituita dall’Inventario e stima è radicalmente diversa da quelle settecentesche. Trattandosi di un inventario di vendita, in primo luogo, non vi è ovviamente più traccia della collocazione originaria dei pezzi, che sono catalogati in modo molto preciso: tipologia e materiali degli oggetti sono sempre specificati e sono recuperate molte categorie tipiche della classificazione tradizionale delle anticaglie.

Non sono però solo le esigenze di vendita ad influire sui metodi di catalogazione: colpisce infatti come rispetto a quanto fosse raccolto negli «armari», la raccolta sia numericamente molto più cospicua. Tale incremento è dovuto probabilmente a due fattori, ovvero l’indefessa attività di acquisto da parte di Gabbriello Riccardi fino agli ultimi anni della sua vita [62]; il fatto che l’inventario raccolga tutti i possedimenti Riccardi, che non necessariamente potevano essere contenuti negli «armari».

Per fare un esempio, era stato notata in precedenza la scarsità delle monete d’oro nella serie imperiale romana; questo inventario ne cita ben 134 [63]. Così, alle monete d’oro segue la serie imperiale in argento, per un totale di 437 monete; il confronto con l’inventario del 1756 delle quantità di monete per imperatore rivela, anche in questo caso, una grande variabilità [64]. La serie d’argento continua con le monete repubblicane, 398, con quelle di re e città (soprattutto greche), con le moderne, di vari personaggi, poi di vari popoli e così via, fino a giungere alla serie imperiale romana di bronzo (dalla c. 30v), questa volta classificata per grandezza, e alla lunga serie di medaglie moderne (cc. 36v-64, per un totale di 744 pezzi). Seguono i bronzetti (cc. 64v-70v), il cui numero non pare molto incrementato rispetto al Settecento (162 voci d’inventario, alcune delle quali però collettive). Non sono inventariate invece le gemme e i cammei, che da un’altra lista apprendiamo essere stati circa 850; la descrizione di diversi pezzi è però contenuta in una Nota, che registra le vendite di altri oggetti, nel 1815 [65].

Prima ancora della lunga lista di acquirenti delle medaglie, dei cammei e dei bronzetti, che si alternano nei vari documenti di vendita, è forse l’asetticità dell’Inventario e stima, nel monotono suo alternarsi di categorie, numeri e prezzi, a dare prima di tutto l’idea della fine di questa collezione, legata in maniera indissolubile al suo contesto espositivo, i due grandi armadi, riccamente decorati, nello straordinario ambiente della Galleria di Luca Giordano. Questa raccolta, che rimane composta da tipologie tradizionalmente legate all’antiquaria - e che presuppone quindi interessi e conoscenze erudite, peraltro ampiamente documentate -, non è mai stata concepita solo come strumento di studio, ma anche come uno degli elementi dell’arredo della sala di maggior rappresentanza del palazzo di via Larga.

Nella compresenza quindi di un solido percorso antiquario e di fortissime esigenze espositive e decorative risiedono sia gli elementi costitutivi, vitali di questa collezione - collocata non solo metaforicamente tra Biblioteca e Galleria - che i motivi del suo particolare fascino; fascino percepibile anche in una ricostruzione che può appoggiarsi solo sull’evidenza dei documenti.



[61] ASF, Riccardi 278, ins. 3; Inventario e stima delle medaglie e bronzi della casa Riccardi; per i lotti di vendita delle piccole antichità cfr. MINICUCCI 1987, pp. 397 e sgg.

[62] MINICUCCI 1987, pp. 280 e sgg; il diario degli acquisti di Gabbriello per gli anni 1780-1793 è conservato in BRF, Riccardi 3589, cc. 21-70v.

[63] ASF, Riccardi 278, ins. 3, cc. 1-9v.

[64] ASF, Riccardi 278, ins. 3, cc. 9v-14. Per fare qualche esempio, l’inventario e stima registra 4 monete di Giulio Cesare (erano 8 nel 1756), 2 di Marco Antonio (era 1), 21 di Augusto (25), una di Germanico (0), una di Nerone Claudio Druso (0), una di Caligola (0), una di Claudio (2), 4 di Nerone (3) una di Galba (2) ecc.; cfr. ASF, Riccardi 278, ins. 3, c. 9v e BRF, Riccardi 3196, c. 121v.

[65] MINICUCCI 1987, p. 219 e ASF, Riccardi 279, ins. C, cc. 6-18.


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Last Updated ( Friday, 18 December 2009 )
 
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