Data: 1 02 1869
Mittente: Mussini Luigi
Luogo Mittente: Siena
Destinatario: De Donato Giannini Piero
Luogo Destinatario: [Matera]
Tipo Documento: Lettera
Trascrizione: Egregio signore, se ho alquanto tardato a riscontrare la pregiata sua del 14 gennaio, ciò è dipeso non già da negligenza o scortesia, ma dall’essermi dovuto assentare da Siena per alcuni giorni. Mentre mi sento molto onorato dalla prova di fiducia che ella mi dà, mi credo assai incompetente a correspondere in modo condegno sia per l’insufficienza mia di fronte all’arduo tema, sia per non essermi avvenuto di vedere se non due o tre opere pittoriche del nostro Azeglio, e non delle principali. Ora, ella ben intende che un giudizio sicuro sul valore di un artista eminente non avrà base sicura se non nella cognizione complessiva di tutte o della maggiore e migliore parte dei prodotti del suo ingegno. Ad onta ch’io abbia constantemente sotto i miei occhi un grazioso quadretto ad olio che il povero Massimo eseguiva in poche ore nel mio stufdio onde lasciarmi un suo ricordo così firmato All’amico Mussini. Azeglio. Ricordo che tengo carissimo, ma mi sento davvero, lo ripeto incompetente a pronunziare un giudizio destinato ad avere qualche pubblicità, Per altro, onde non mostrarmi seco lei scortese, le dirò quel poco che so o che pare a me, alla condizione bensì che ella vi si affidi ben poco, e che, se pur qualcosa ne ricava, voglia tacere la provenienza di tale apprezzamento. Questo mio riserbo è motivato anche dall’essermi io fatta una legge di non portare al pubblico giudizio degli artisti miei coetanei vivi o morti. Ciò premesso e convenuto fra noi le diro come a me sembre (e forse sembrerà anche a lei) che Massimo d’Azeglio sia stato fra gli Italiani del nostro tempo ben altra cosa e ben più che un egregio paesita, e che quindi la gloria del pittore sia in lui eclissata dalle virtù del cittadino, del pubblicista e dell’uomo di stato. Egli ebbe però il merito grande di accorgersi per tempo come il convenzionale e il manierismo tenessero in Italia l’arte inceppata e schiava, e come a tanto male convenisse contrapporre lo studio sincero e costante della natura. E a questo studio, preceduto da pochi stranieri, egli dedicava tutto se stesso, dando prove non dubbie d’ingegno spigliato e vivace, e popolarizzava in Italia un principio d’arte che poi ci ha dato una scuola di paesisti valenti, mentre prima di lui non avevamo che un Baldi bolognese alquanto emancipato sulla vecchia scuola manierista. Questo principio, di cui ora molti si fanno belli come di una nuovità [sic] da essi rinnovata coll’esempio; essi non fecero che applicarlo con ulteriori sforzi e costanti progressi, non senza talora spingerla fino all’abuso, fino a obbliterare il senso del bello ed a cadere in un materialismo triviale: e allora addio poesia, il fatto reale e nulla più. Non so se all’Azglio pittore abbia nociuto l’Azeglio romanziere. Forse il romanzo storico ebbe troppa parte nelle sue creazioni pittoriche, e stornò le sue facoltà poetiche dalla poesia prettamente pittorica della natura. Espongo ciò come un dubbio e nulla più, ma lo direi avvalorato dalle stesse rivelazioni consegnate nell’aureo libro I miei ricordi quando l’autore ci dice, per esempio, come e perché si accingesse a trattare la disfida di Barletta col pennello prima, poi colla penna. Esso perché a me sembra che dell’Azeglio pittore non si possa portare un giudizio, per così dire separato e facendo astrazione dal complesso dell’uomo. Ad ogni modo credo che fra i paesisti del giorno corrano giudizi troppo severi sulle opere pittoriche di un uomo cui essi stessi sono debitori di suoi precetti e nobilissimi esempi. Ecco quel poco che mi attento a dirle intorno all’arduo quesito che ella mi facva l’alto onore di sottopormi. Mi scusi se non so né posso dirle di più e di meglio. E mi faccia il favore chiestole di sopra, di non porre (quand’anche le cose dette potessero esserle buone a qualcosa) il mio nome in evidenza. Ho fatto le sue parti col professor Aquarone che le ritorna i più cordiali saluti. Gradisca i miei distinti ossequi e mi creda suo devotissimo servitore Luigi Mussini. Siena 1 febbraio 1869.
Collocazione: Copialettere, collezione privata
Bibliografia: Epistolario 1893, pp. 168-171