Scheda

Data: 12 08 1569

Intestazione: Giovanni Ricci a Bartolomeo Concini

Segnatura: ASF, CdA, I, c. 83

Fonte: Molto Magnifico Signore come fratello, Ier mattina partì di qui il Capitano generale delle galere di Sua Eccellenza Illustrissima e ier sera doveva arrivar a Civitavecchia et oggi crederò giungerà alla bocca d'Ostia per levar l'anticaglie che l'ambasciatore mandò otto giorni sono alla volta di quella fortezza, fra le quali ve ne sono tre pezzi delle mie per Sua Eccellenza, cioè due fauni, non molto grandi et una Minerva, più grande del naturale, la quale per figura vestita è bellissima et in una mano tiene un ramo d'oliva e l'altra alta con un bastone, che piacerà a V.S., quando giungano di presentarle in mio nome al Signor Principe. Et invero questa Minerva per essere dea della Sapienza e figura così onesta e piena di vivacità, crederei stesse bene nella camera dove S.A. dorme e non per altro, almeno per innanimir lei non a far un bambino, ma un gigante che sia prudente e che faccia paura a quelli che non fussero suoi amici. Io voglio che V.S. rida, poiché gli anni mi caricano adosso avevo dato di calzi a tutte le cose antiche e spogliata la mia casa di tutte le anticaglie e non di meno non si può resistere alla volontà di Dio e del Papa suo vicario, il quale facendo io con esso lei un poco di doglienza, che abbia donato quasi tutte le belle statue che erano nella vigna di papa Giulio, mi rispose che simil cose non stavono bene nei luoghi dei Papali e fu il ragionamento tale che mi fece presente di tutte quelle che vi erano restate. E per la verità erano e sono le manco belle e perché stavono allo scoperto, quasi tutte rovinate dal freddo e dal caldo. Il quale dono accettai volentieri, poiché si avevano a dare ad altri. Mi è ben poi stato detto segretamente che Sua Santità non intende le mandi fuori di Roma, atteso che li Romani hanno fatto qualche mormoria di me, che io abbia mandato molte anticaglie fuori di questa città, e perché anche il suo successore non me le domandassi, poiché per Roma si dice che sono state bene collocate. Io fo conto che non mi dia molta noia il tenerle o che le mi siano levate, perché ancor io per questo poco che mi resta di vita, voglio diventar Theatino, ma non già troppo. Tornerò a riornar la mia casa di queste anticaglie per tenerle a pigione per le cause dette di sopra e vorrò che la casa et anticaglie se le goda Monsignore Illustrissimo nostro, il Cardinale dei Medici, comun padrone, per quel tempo che starà a Roma, poiché ha mostrato più volte che la gli piace per essere in cavaliere del fiume e ha giardini e per esservi la barca perpetua da passar in Trastevere e poter andar a' suoi piaceri senza essere visto. Et io con i miei anderò a star nella sua di Campo Marzo, che è vicina al mio giardino e dove averò più comodità di far essercizio. E questo s'intende quando Sua Signoria Illustrissima se ne contenti, avendo detto che vuole goder la mia casa, senza che io me ne parta. Basta che si farà tutto quello che Sua Signoria Illustrissima comandarà, poiché ci è modo di poter alloggiare lei con 25 servitori et anche vi restarà un altro piano per me e la mia famigliuola. Che è quanto mi occorre per ora di dire a V.S., alla quale mi profero e prego ogni felicità. Di Vostra Illustrissima come fratello Il Cardinale di Montepulciano. Di Roma li XII di agosto 1569.

Bibliografia: Barocchi-Gaeta Bertelà 1993, pp. 32-33 numero 29.